Ultim'ora

CHI E’ AUGUSTO LA TORRE?

L’INTERVISTA COMPLETA

di Francesca Nardi

E’ trascorso un anno dal giorno in cui ho chiesto agli organi competenti, l’autorizzazione ad entrare nel carcere di Ivrea per intervistare il dottor Augusto La Torre…Ho atteso pazientemente, in maniera consapevole e disposta ad attendere tutto il tempo necessario, una risposta che, mi auguravo positiva. Nel corso del tempo dell’attesa, ho ufficialmente dichiarato a chi di competenza, di rinunciare alle telecamere e all’operatore…ritenendo che dovessero rappresentare un ostacolo ed ho atteso ancora, fiduciosa. Nonostante il permesso di incontrare Augusto La Torre fosse stato accordato ad altri, a me è stato negato, mai direttamente…ma de facto. Continuando ad attendere, ho inviato al dottor Augusto la Torre le domande che gli avrei posto se lo avessi incontrato e grazie all’avvocato Filippo Barbagiovanni, ho ricevuto le risposte.

 A breve il libro di Augusto La Torre,  “Il Camorfista” edito da Eracle Napoli, sarà in libreria. Pensieri, giudizi, supposizioni, recriminazioni ed ipotesi  incroceranno nel firmamento delle parole in libertà…in attesa di leggere il resto del mondo…

Pubblichiamo l’intera intervista, dichiarando che non abbiamo ritenuto di apportare alcuna modifica alle risposte del dottor Augusto La Torre.

La prima domanda è questa…quando è stata la prima volta che lei ha “creduto” di aver perso l’illusione di essere eterno?, quante volte è successo prima che lei comprendesse che non era un concetto così semplice?

Esimia dottoressa Nardi, lei sa meglio di me che rispondere ad una simile domanda non è affatto semplice. Ma avendo imparato a intuire dove, con le sue domande, vuole andare a parare, presumo che Ella non intenda ottenere una risposta complessa e filosofica, cioè non vuole che io affronti un tema così articolato partendo da Platone e Aristotele. Poiché dovrei parlare del concetto metafisico del tempo e quindi dilungarmi in discorsi che esulano dal suo scopo. Scopo che posso dedurre essere quello di informare i suoi lettori su chi è stato e chi è diventato oggi Augusto La Torre! Né voglio tediarla con il concetto dell’eterno ritorno del mio amato Nietzsche che nella Gaia Scienza ebbe a scrivere: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo ottimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre dì nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”.

Si chiede allora il profeta: questi sentieri che si contraddicano in eterno ci impediranno mai di capire cos’è questa eternità del tempo?

Il nano risponde e risolve a suo modo l’enigma: «Tutte le cose dritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è circolo»

Esimia dottoressa Nardi, rispondendo in maniera diretta e cruda, le dico che ricordo perfettamente la prima volta in cui mi resi conto di non essere eterno. Ma voglio aggiungere anche un altro aspetto strettamente connesso al primo. Contemporaneamente alla presa di coscienza dj non essere eterno, mi resi conto di non essere immortale. Per quanto concerne i miti, sono gli uomini a innalzare altri uomini a miti, a idoli e questo accade anche se la persona idealizzata o mitizzata non Io voglia o sia perfino contraria! No, le assicuro che eterno e immortale, non sono concetti identici.

Era il 2 agosto del 1987, quando nacque il mio primo figlio Tiberio. Vedere quel piccolo corpicino vivo, sentire l’odore della sua pelle, la sua purezza, le sue manine e soprattutto che aveva bisogno di cure per crescere sano e forte, mi sconvolse. Due e soltanto due, furono le domande che attraversarono la mia mente: «Perché lasciarlo orfano? Come farebbe senza di me?.  Andai in crisi. Da un lato ero conscio che non potevo ritirarmi dal camorfismo dopo aver commesso omicidi ed essere stato affiliato col giuramento di cosa nostra. Mi avrebbero ucciso. Dall’altro lato sentivo forse il desiderio di fare il padre. Di dare a mio figlio tutto quello che non avevo ricevuto io, dai miei genitori. Ed ecco che per la prima volta mi resi conto che potevano uccidermi e quindi non ero né eterno né immortale. Sì, comprendo che lei stia pensando che simili riflessioni appartengano ad un folle, forse è così, chi può escluderlo? Ma le assicuro che ciò che mi accadde a livello interiore fu esattamente questo e Mai prima di allora avevo messo in conto che qualcuno potesse uccidermi, che potessi morire. Mi sentivo troppo sicuro, forte, capace, invincibile e immortale (come i semidei della mitologia greca) e nonostante non avessi mai sottovalutato i miei nemici, non li temevo e sapevo che potevo avere la meglio su di loro sempre e come volevo. Dal 1987 in poi, ho sempre accettato la mia “vita terrena”, quella che ormai da tempo definisco “la mia passeggiata sulla Terra, con i piedi ben piantati sul suolo”, e quindi la mia mortalità, il mio trapasso verso un comune destino. Ma le assicuro che non ho mai avuto paura della morte. L’ho sfidata, l’ho, a volte, desiderata, ma so che fa parte della vita e perciò per me, rientra tra le cose comuni. Ancora una volta voglio citare Pirandello: «La vita stessa è un fatto. Noi possiamo benissimo non ritrovarci in quello che facciamo; ma quello che facciamo, cara dottoressa Nardi, è, resta fatto: fatto che ti circoscrive, ti dà comunque una forma e t’imprigiona in essa. Vuoi ribellarti? Non puoi. Prima di tutto, non siamo liberi di fare quello che non vorremmo: il tempo, il costume degli altri, la fortuna, le condizioni dell’esistenza, tant’altre ragioni fuori e dentro di noi, ci costringono spesso a fare quello che non vorremmo. Dunque tu sei prigionìero di quello che hai fatto, della forma che quel tatto ti ha dato. Doveri, responsabilità, una sequela di conseguenze, spira tentacoli che t’avviluppano e non ti lasciano più respirare. Non far più niente o il meno possibile, come me, per restar liberi il più possibile? Eh sì! La vita stessa è un fatto. Quando tuo padre ti ha messo al mondo, cara dottoressa, il fatto è fatto. Non te ne liberi più finché non finisci di morire.

Paradossalmente la privazione “forzata” della libertà può diventare un osservatorio privilegiato, un grigio plumbeo virtuale che esclude le emozioni o le ingloba gelosamente e confusamente le conserva…quante e quali di esse hanno resistito all’usura della delusione, del rimpianto, della vergogna ed  hanno condizionato o limitato nel tempo la presa di coscienza di sè, della sua vita, degli altri, del suo passato e quindi le sue decisioni?

La privazione forzata della libertà è semplicemente un aspetto della vita, della propria vita, null’altro. Esistono milioni di esseri umani prigionieri pur vivendo liberi. Schiavi di potenti e di dittatori che impongono alcune forme di tirannia che opprimono ogni forma di libertà e di civiltà (teocrazia, spoliazione legale, ecc…), e non solo nei paesi islamici o del terzo mondo. Dove vi è un’estrema povertà e le credenze religiose e culturali sono arcaiche. Quindi, se dovessi paragonare la mia privazione della libertà ai milioni di esseri umani che «innocenti, cioè senza aver mai commesso un solo reato», vivono prigionieri, posso affermare che io vivo completamente libero! Spesso a parlare della privazione della libertà sono persone che in tutta la loro vita non sono rimaste chiuse nemmeno per 5 minuti nell’ascensore a seguito di un black-out. Eppure sono proprio queste che, spesso e non so a quale titolo, pretendono di spiegare agli altri quali siano le emozioni e i sentimenti che provano i prigionieri. Mi creda, trovo di un’arroganza, di una superficialità inaccettabile e anche di disonestà intellettuale, le operazioni narrative e psicologiche che alcuni romanzieri e giornalisti mediocri cercano di vendere ai lettori come fossero reali. Per essere più esaustivo le farò un piccolo esempio: «E come se io mi arrogassi il diritto di descrivere, vendendole per genuine, cioè loro, le emozioni e i sentimenti di un Giudice o un Pubblico Ministero durante un processo!”. Ci rifletta. Potrei mai riuscire a descrivere il loro reale sentire? Come potrei spiegare, anche usando la mia più fertile fantasia, il loro emozionarsi se le mie emozioni fondano su valori diversi? Come potrei pretendere di descrivere qualcosa se ignoro il toro intimo pensiero, le loro ideologie, il loro grado di empatia con l’Altro, la loro visione del reato e le cause del perché si compiono reati, della giustizia e dei criminali tout court?

No, ogni uomo, se abile narratore, può descrivere, in maniere quasi reale, solo il proprio intimo vissuto. Le dirò di più. Nemmeno io che conosco benissimo la vita detentiva e la rigidità di alcuni regimi speciali (vedasi 41 bis) potrei raccontare con precisione le emozioni e i sentimenti di altri miei compagni di sventura. Ognuno di noi, come diceva Proust, ha una differente sensibilità perciò non dobbiamo mai meravigliarci se vediamo un uomo piagnucolare come una bambina per essersi graffiato un dito. Perché non possiamo escludere, e non posiamo sapere, che quell’uomo abbia una ipersensibilità cutanea e quel piccolissimo graffio sulla sua cute equivalga ad un taglio profondissimo sulla nostra pelle. Concordo con lei che la vita in cattività possa diventare un osservatorio molto privilegiato del proprio mondo interiore. Le emozioni, se lasciate “libere”, possono portare alla pazzia, alla misantropia e ad altri disturbi della psiche, e perfino al suicidio. La conditio sine qua non per la propria sopravvivenza in cattività sta nel riuscire a domarle, ma non nei reprimerle, perché ogni forma di repressione è deleteria, e in carcere lo è ancora di più. Si deve riuscire a imparare a sublimarle attraverso attività che impegnano mentalmente, che aiutano a convivere con l’onnipresente sofferenza, rendendola innocua e a tratti necessaria.

Tutta la gamma delle mie emozioni, da quelle primarie e perciò universali, a quelle apprese, sono rimaste intatte, cioè sono tuttora presenti, certo sono state da me analizzate, affinate e per quel che mi è riuscito migliorate* in senso positivo, cercando di eliminare o rendere meno forti quelle negative che fino ad un certo punto della mia vita avevano guidato le mie azioni, i miei amori, le mie relazioni e ogni mio atto, anche i più cruenti. Posso garantirle che oggi le emozioni «buone» guidano le mie azioni e i miei pensieri e quelle «cattive», pur essendo state regolate e “normalizzate”, sono presenti ma vivono in un angolo isolato e riesco a tenerle costantemente a bada. Sono consapevole del mio potenziale pericoloso, ma ho deciso scientemente di affidarmi alla parola e alla penna per combattere i miei nemici e mettere in pratica le mie idee, lascio volentieri ogni forma di violenza ai miei detrattori e ai miei nemici. Chiunque vorrà sfidarmi dovrà farlo in un contraddittorio dialettico e civile, cioè affrontando le tematiche che intendo portare avanti, non attaccandomi per il mio passato. Per farle vedere che in questi 27 anni di cattività ho letto qualche libro voglio atteggiarmi a colto, quindi le scrivo che spero di non dover dissertare con persone/avversari/detrattori che intendano utilizzare l’argumentum ad hominem (“argomento contro l’uomo”), una strategia della retorica con la quale ci si allontana dall’argomento della polemica contestando un’affermazione dell’interlocutore. Per la precisione mi riferisco alfa strategia chiamata ad hominem tu quoque, la quale sottolinea che la persona non è congruente in quanto non fa quello che dice.

Tu dici che dovrei smettere di drogarmi, ma so bene che hai avuto problemi di tossicodipendenza anche tu!”. Ci sarà qualcuno disposto a dissertare con me sui contenuti?

Qual è il significato del verbo collaborare, cosa esclude e cosa include rispetto alle parti coinvolte?

Collaborare? Qual è il suo significato? Con questa domanda lei ha toccato un tasto dolente, molto dolente. Mi creda quando le dico che ho collaborato con una sincera e profonda convinzione. Ero davvero convinto che la cosa più giusta da fare fosse mettere fine alla vita dissoluta e fuorilegge. Da qualche anno avevo iniziato a studiare e i concetti quali legalità, giustizia, diritti e doveri del cittadino previsti dalla nostra Costituzione mi affascinavano. Iniziavo a sentirmi sporco dentro per come avevo vissuto e per come stavo vivendo, ma soprattutto per come avrei dovuto far vivere i miei due adorati figli. Avevo iniziato a mettere in discussione, seriamente, perfino alcuni insegnamenti e sub-valori inculcatimi dai miei adorati genitori. Non voglio dilungarmi. Le dirò soltanto che ho empiricamente accertato, che quei concetti prima citati, non esistono e che legalità, garanzie e giustizia sono solo astrazioni che in possesso di uomini potenti e prepotenti che usano su altri meno forti o ugualmente forti ma che a causa di contingenze storiche, politiche e sociali sono in svantaggio rispetti ai primi, a seconda che siano delinquenti/criminali e quindi rientrino nelle politiche di repressione e controllo dello Stato: carne da macellare per coprire qualche magagna e/o dimostrare che lo Stato è forte; nemici politici, e perciò vanno perseguitati attraverso la legge in mano ai PPMM politicizzati (che è bene dire esistono anche se sono pochi ma sono molto potenti, e usano la vile arma del ricatto anche con i foro colleghi, e parlo perché conosco episodi di ricatto!!) e con l’ausilio della stampa di partito; nemici in generale, e perciò obiettivi da attaccare, delegittimare e possibilmente annientare con ogni mezzo possibile: diffamazione, minacce, ricatti, arresti, avvisi di garanzia e metodo Boffo!!!

Oggi, e lo dico con onestà intellettuale, non credo più nella collaborazione. Anzi, non credo più nella legge vigente la L, 45/01, che è una truffa sia per i collaboratori sia per tutte le parti in cause, giudici, avvocati, imputati, indagati, parti civili, vittime e cittadini. Unici a beneficiare di questa legge truffaldina sono i PPMM: scorte, notorietà, interviste e promozioni sono diventate alta portata anche di quei PPMM che non sanno fare nemmeno la O con il bicchiere!

Non tanto per quello che esclude e/o toglie alle parti coinvolte. Ma perché trovo più criminale l’uso che alcuni PPMM fanno dei collaboratori mediante la violazione sistematica della legge 45/01, che di quanti criminali abbiano deciso di collaborare e abbiano, a seguito di tale scelta, ottenuto la libertà o i benefici premiali previsti da tale normativa premiale.

Brecht diceva che è più criminale chi fonda una Banca che chi la rapina. Ecco, io sostengo la medesima cosa. È più criminale chi usa i collaboratori sapendo che possono incontrarsi in violazione del divieto previsto, pena inutilizzabilità delle loro accuse, dalla normativa vigente, che i criminali, anche quelli che sono irriducibili.

Per quanto concerne le parti coinvolte ci vorrebbe una lunghissima dissertazione. Ma sono sicuro che lei riuscirà a comprendere il mio punto di vista crudo e diretto, senza fraintendimenti di tipo moralistico.

Chi sceglie di vivere nel camorfismo sa che può uccidere (deve uccidere!), essere ucciso, tradire o essere tradito, E non è il solo a saperlo. Lo sanno bene tutti quei familiari che condividono le azioni del proprio congiunto e lo aiutano perché ne ricavano benefici di tipo economico o di altro tipo, ma anche coloro che per un mero legame di sangue sanno che possono, loro malgrado, essere coinvolti negli affari del proprio congiunto. Come lo sanno coloro che rivestendo ruoti istituzionali o che esercitano attività professionali legali- imprenditori, notai, avvocati, banchieri, impiegati statali e comunali, giornalisti, ecc… decidono di rapportarsi con i camorfisti e di fare affari con loro. Per questo motivo ritengo che chiunque decida di collaborare non può e non debba preoccuparsi delle conseguenze che la sua collaborazione possa comportare. Tutti gli altri potranno fare la stessa scelta. Se, invece, decideranno di restare omertosj (non onorati, questo concetto tanto caro a uomini ignoranti, come ad esempio lo era Carmine Schiavone, che confondono l’omertà con l’onore) dovranno accettare in silenzio e dignitosamente quanto stabilito da un Tribunale che li abbia condannanti utilizzando le accuse dei collaboratori che prima erano loro “amici”. E qui devo fare una precisazione doverosa. Quando critico la L. 45/01 e attacco la sistematica violazione agli artt. 14 e 15 quater, non intendo assolutamente sostenere che tutti i collaboratori abbiano dichiarato il falso o peggio siano stati imboccati. No, questo non è vero e sarei disonesto a sostenerlo, Dico solo che molti collaboratori, pur avendo dichiarato moltissime verità* hanno aggiunto odo omesso qualcosa perché si sono, toro malgrado, trovati a dover condividere i 180 giorni assieme ad altri neo collaboratori e alcuni avvocati, che lavorano esclusivamente e direttamente con i PPMM della DDA, hanno favorito qualche loro “consiglio”!!! Per sgombrare il campo da eventuali e ovvie perplessità dico che io i 180 giorni li ho trascorsi da solo, completamente isolato. Altri collaboratori che prima di me sono stati nel medesimo penitenziario per i 180 giorni, hanno chiesto ed ottenuto un lavorante (detenuto comune, di solito extracomunitario) perché non volevano fare gli scopini. Era una vergogna per loro, e questo dovrebbe far capire la mentalità di alcuni collaboratori che sono stati definiti ravveduti dopo 24 ore di collaborazione!! Io, contrariamente a loro, ho fatto lo scopino e l’imbianchino e anche se volevano mettermi un detenuto comune (sarebbe meglio dire: un cameriere) ho rifiutato!

Ritornando al discorso di prima. Gli accusati potranno detestare, odiare, minacciare e perfino uccidere i loro accusatori, ma quafunque sia la loro decisione e le loro azioni, non potranno mai negare che si sia trattato di una personalissima scelta di vita che andava preventivata, E come ogni scelta ci sono dei lati positivi e dei fati negativi. Se si ritiene che i positivi valgano più di quelli negativi, alfora ben vengano. Diversamente si dovrà saper accettare ogni conseguenza e dimostrarsi uomini coerenti fino alla fine. E per coerenti intendo dire che non si devono inventare false collaborazioni, false dissociazioni o peggio collaborazioni mascherate da ammissioni parziali per ottenere sconti di pena. Tutti questi escamotage messi in atto da coloro che si vantano di essere rimasti fedeli ai sub valori del camorfismo, i cosiddetti irriducibili, non sono altro che marchette fatte con pudore, come una donna che ama scopare e per non essere giudicata non si concede la prima sera! Perdoni l’esempio, ma so che tei è open mind e non si scandalizza.

Quante volte si è interrogato sul significato del termine “Giustizia” prima di decidere di collaborare, quante volte dopo?

Mille e più volte mi sono interrogato sul significato del termine giustizia. Ho creduto e credo ancora nella giustizia degli uomini giusti, onesti e perbene. Essendo ateo non credo in quella divina. Credo perché so che esistono uomini giusti, giudici onesti, PPMM altrettanto onesti, politici e cittadini specchiati. Non ho mai generalizzato, non mi appartiene. La generalizzazione, come fa categorizzazione, è profondamente sbagliata. Purtroppo, i disonesti, i vigliacchi che hanno paura di sfidare i potenti, e i conformisti (ma anche tantissimi mediocri e privi di personalità che come le pecore seguono i falsi maestri) ad oggi hanno avuto il sopravvento, ma ciò non esclude, e non deve escludere, che in un futuro prossimo ci possa essere una rivolta, un sovvertimento dei ruoli e dei valori e quindi un ritorno alla vera giustizia, alla vera legalità. Per spiegarle meglio il mio attuale pensiero, che, nonostante il mio passato, tengo a precisare che vale alla stregua di quello di coloro che si sentono eletti detentori delta verità e onesti ontologicamente, voglio citarle un brano di Concetto Marchesi[1] «Dietro i sicari, la classe dirigente». «Studenti dell’università di Padova! Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patrio; vi ha gettato tra cumuli di rovine; voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l’impeto dell’azione, e ricomporre la giovinezza e la Patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dalla ignavia, dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e costituire il popolo italiano. Non frugate nella memoria e nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto o ha coperto con il silenzio o la codarda rassegnazione, c’è tutta la classe dirigente italiana, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi, maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta insieme combattuta. Per lo fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga ancora della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l’Italia dall’ignominia, aggiungete al labaro della vostra università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e la pace nel mondo».

Cara dottoressa Nardi, la prego di sostituire alcuni termini, quali ad esempio Patria con SUD Italia, università con la nostra Regione ma anche le altre tre note per il camorfismo e battaglioni con giovani, operai e disoccupati traditi dalla classe dirigente locale e nazionale, e vedrà che il discorso di Marchesi è attuale e calza a pennello con le condizioni del SUD e della giustizia tout court e con il mio pensiero più intimo. Le carceri sono affollate di innocenti, persone che spesso sono incarcerate non perché colpevoli di aver infranto la legge, ma unicamente per coprire scandali e permettere ai criminali legittimati di propagandare il ripristino della legalità. Fingendo di non sapere che in certi uffici lavorano uomini indegni e che molti giornali sono diretti da ciarlatani etero diretti. Fingendo di non essere a conoscenza che intere Regioni sono state trasformate in feudi comandati da corrotti e che a colpi di violenze, di leggi emergenziali e di arresti arbitrari i cittadini sono stati costretti a diventare servi. Dove vi sono, ahimè, servi sulle cattedre universitarie, sui seggi dei tribunali, sugli scranni del Parlamento, dentro le Banche, nelle aule scolastiche; servi dovunque vi sia una parola da dire, un gesto da compiere, un’accusa da tacere, una condanna da comminare. Ormai legge, giustizia, umanità, moralità sono state mortificate, Gli uomini vengono trattati come bestie. Non importa nulla della colpevolezza o della innocenza, conta soltanto l’annientamento di tutti coloro che non sono addomesticabili, non sono disposti a vendersi, che voglio essere liberi di pensare e di dissentire da coloro che pretendono di dominarli.

[1]Concetto Marchesi, latinista, filosofo, critico, professore d’università e uomo politico siciliano, nonché scrittore e polemista di straordinaria efficacia. Comunista, per l’inaugurazione dell’anno accademico 1943-1944 a Padova, in presenza delle autorità tedesche di occupazione, tenne un famoso discorso politico.

Mentre elaborava la sua decisione, una decisione importante, quella di diventare collaboratore di giustizia, aveva la possibilità di informarsi su quanto accadeva nel mondo esterno?, nel suo territorio?, alla sua famiglia?, aveva la possibilità di leggere ciò che i media scrivevano di lei?

Certo che avevo la possibilità di informarmi su quanto stava accadendo a Mondragone, nel mondo esterno e alla mia famiglia; ed avevo la possibilità di leggere quello che i media scrivevano di me, anche perché spesso alcuni articoli ritenuti interessanti ai fini investigativi mi venivano consegnati dal magistrato e dalla Polizia giudiziaria che partecipava agli interrogatori. E posso assicurarle che tutti i neo collaboratori (o quanto meno quelli detenuti nelle sezioni che ho visitato personalmente) possono leggere i quotidiani, alcuni istituti penitenziari li distribuiscono in omaggio, e hanno la possibilità di sapere quello che sta accadendo fuori e alle loro famiglie, anche solo effettuando i colloqui con gli avvocati e i propri congiunti. Quello, che purtroppo, i neo collaboratori non potranno mai sapere, è che stanno affidando la loro vita e fa loro esistenza ad alcuni PPMM che hanno tre soli obiettivi: vincere processi, condannare quanti più imputati possibile e fare carriera. Senza minimamente interessarsi se si tratta di innocenti o di veri colpevoli. Senza minimamente avere a cuore le sorti del collaboratore, che avrà un ruolo fondamentale nel raggiungimento dei tre obiettivi, dei suoi figli e della sua famiglia. I PPMM sono consapevoli che stanno preparando il terreno per la distruzione di un intero nucleo familiare, e spesso di più nuclei, visto che anche altri familiari seguono il collaboratore, ma fingono di non sapere che ormai sono più i collaboratori che vivono ai margini e sono stati costretti a far ritorno ai paesi di origine e alla vita precedente, crimine incluso, che quelli che si sono reinseriti. Se qualche mio detrattore volesse smentirmi sono prontissimo a dimostrare quanto appena sostenuto! Certo, per onestà intellettuale, devo dire che esistono alcuni, rari, PPMM di grande sensibilità che hanno sempre seguito le sorti dei collaboratori che hanno gestito, ma si contano sulle dita di due mani, Nel mio caso, ho incontrato PPMM che dopo avermi utilizzato in centinaia di processi, invece di aiutarmi, secondo giustizia, hanno fatto di tutto per distruggermi perché non sopportano le mie accuse, le mie critiche e i miei attacchi diretti e senza alcuna soggezione per il loro prestigio e ruolo (per alcuni PPMM ottenuti previo commissioni di crimini non meno gravi di quelli che ho commesso io, visto che si può uccidere anche con condanne ingiuste e costruite a tavolino!) e quanto raccontato nella mia tesi in criminologia critica, dove affronto proprio la questione della collaborazione e il suo fallimento. Se altri collaboratori non fossero vigliacchi e non si fossero ormai rassegnati le assicuro che molti PPMM dovrebbero vergognarsi per come hanno creato le prove e perciò ottenuto le condanne di moltissimi poveri cristi; per poveri cristi non intendo solo i camorfisti di strada, quelli come me per intenderci, ma anche i nemici.

 Ritiene che il termine legalità sia un termine abusato?, cosa intende lei per legalità?

Certo che il termine legalità è abusato. Parlano di legalità anche i corrotti. I condannati in via definitiva che continuano a occupare posti istituzionali. Il concetto di legalità, a mio parere, è diventato un po’ come quello di onestà. Ognuno è onesto a modo suo. Anche i camorfisti (se lei intervistasse un irriducibile e forse l’avrà sentito dire spesso da Carmine Schiavone!) ripetono fino allo sfinimento: io sono onesto. Tizio, uno spietato killer, amico mio, è un uomo onesto! Ma nel contesto camorfistico l’onestà è intesa come serietà, riservatezza, omertà, il non rubare i soldi degli affiliati, il dividere equamente i proventi illeciti, il rispettare le donne altrui, ecc… , ma anche estorcere, rapinare uccidere, minacciare, essere scaltro e coraggioso sono considerate azioni oneste, delle virtù!!! Bel casino, no? Proprio come avviene nel contesto della vita politica, dove i parlamentari che promettono di versare parte dei propri soldi e dei vitalizi alla cassa comune per agevolare le piccole imprese e invece postano false ricevute di rimborsi (che è davvero poca cosa rispetto ai tanti crimini e reati commessi da altri politici) di fronte ai giornalisti che hanno smascherato le loro magagne simulano meraviglia e anche sdegno: sono un politico onesto, la querelo! Dove raccomandare i figli e i nipoti dei potenti è diventato la normalità. Dove prendere mazzette per far vincere un appalto a ditte camorfiste o a persone legate alle lobby o ai parenti dei ministri e dei sottosegretari e far assegnare un posto di prestigio a chi non lo meriterebbe, è diventata una semplice furbata. Dove girare miliardi dei cittadini tartassati dalle tasse alle Banche dei parenti e degli amici dei politici è normalissimo. Dove i migliaia di correntisti truffati sono stati lasciati soli e i loro soldi, frutto di anni e anni di durissimo lavoro, sono finiti nelle tasche di politici e banchieri d’assalto: normale amministrazione. Sono tutti uomini onesti, Dove onestà e disonestà, legalità e illegalità sono così prossime e attorcigliate che diventa impossibile identificarle, il tutto, ovviamente, grazie ad alcuni PPMM che omettono prove e coprono determinati personaggi per motivi di partito o di promozioni. Legalità? Ma di cosa va farneticando?

Mi permetta una breve introduzione di tale concetto. Eviterò di citare Montesquieu e la sua opera più importante e monumentale, Lo spirito delle leggi (L’esprit des lois), perché invece di una intervista dovremmo scrivere un libro a 4 mani! Sarò conciso.

tl principio di legalità si afferma con la Rivoluzione francese come risposta al potere e all’oppressione dell’Ancien Régime. Il magistrato, che era un funzionario del Re, diceva la legge che era stata promanata dal Re. Vi erano due antitetiche concezioni, quella che riteneva che il giudice doveva essere la “bocca della legge” e chi, invece, riteneva di ricacciare nell’oblio di costumi medievali la “legge dei tribunali”. Nell’idea giacobina del tempo, prende piede l’idea che fa legge non può essere sottoposta a interpretazione, Il principio di legalità esprime oggi una scelta politica in base alla quale ia libertà viene limitata nella misura essenziale per assicurare la pace.

Cosa potrei aggiungere? Le pare che oggi in Italia si possa parlare di legalità e di azioni della magistratura mossa per assicurare la pace? Quale pace? Quale sicurezza? I cittadini hanno bisogno di essere protetti ma da chi dovrebbe governarli e da chi dovrebbe applicare la legge che una volta era UGUALE PER TUTTI! D’altronde se in America in alcuni studi legali, quelli diventati famosi nelle tante serie televisive, c’è scritto: «un bravo penalista conosce le leggi, ma un ottimo penalista conosce il giudice qualcosa vorrà pur dire, no? Mi creda se lo Stato funzionasse in maniera equa e te risorse sarebbero distribuite in maniera giusta (non pretendo equamente) non esisterebbero le mafie e il crimine finirebbe, lasciando spazio a qualche piccola sacca di illegalità delimitata alle sole tossicodipendenze e al gioco d’azzardo. Ah, dimenticavo, il gioco d’azzardo. Da chi è gestito? Se non erro dalto Stato, giusto? Le ricorda qualcosa Fini e i familiari della sua compagna? E cosa le sovviene se cito un certo Corallo e anche il deputato Amedeo Laboccetta? Ricorda quando questo “politico onesto” si recò in carcere per intervistare Giuseppe Mandara, suo amico di vecchia data, definito un galantuomo e quindi innocentemente accusato da un farabutto, cioè io? Chissà cosa direbbe oggi Laboccetta!!! Di quale legalità parliamo? Questa è, la triste e dura, verità. 

Lei si ritiene una persona seria?, in che misura siamo colpevoli degli errori di chi ci sta vicino?, in che misura lo siamo rispetto ai nostri errori ed alle nostre azioni ed in che misura lo è l’ambiente?, quanto pesa la nostra volontà di “essere” nel bene e nel male?

Sì, mi ritengo un uomo maledettamente serio. Per rispondere alla sua domanda voglio copiarle un brano tratto dalla mia tesi del 2013. Anche perché la sua domanda mi è stata spesse volte rivolta da motti volontari/operatori penitenziari e docenti in riferimento alta mia seguente affermazione: «E’ pur vero che il contesto plasma il corso della vita e della morte delle mi è stato fatto saggiamente osservare che: “le persone possono decidere liberamente di fare altre scelte”.

Verissimo, non oso nemmeno discutere su questa corretta puntualizzazione. Ma vorrei umilmente provare a far riflettere se ciò sia sempre vero, oppure, in determinate circostanze e contesti (sociali, familiari, culturali, educativi e psicologici) esistano delle eccezioni.

Non nascondo che ho trovato il concetto di “violenza strutturale” di Farmer straordinariamente interessante. E quindi, vado ad analizzarlo introducendo il mio punto di vista Paul Farmer, va detto, è un antropologo-medico che ha dato chiavi interpretative innovative all’antropologia. La domanda implicita alle sue ricerche sul campo è: «Attraverso quali forze sociali che vanno dalla povertà al razzismo (ed aggiungerei il camorfismo) vengono a essere incorporate come esperienza individuale?» [Farmer).

Il suo testo più famoso è “Pathologies of power” ed egli attraverso la narrazione delle storie dei suoi pazienti ci delucida la sua teoria.

Va precisato che il Nostro si pone ad un livello macro cercando di dimostrare gli effetti che te forze economiche hanno sul micro. Vorrei però precisare che con il termine di Autodeterminazione (nelle sei dimensioni prima citate[1]) si intende la possibilità di controllare, almeno per qualche aspetto, il proprio destino; la capacità di darsi dei fini, di restare fedele ai propri valori, di liberarsi dai condizionamenti, di scegliere il proprio corso di vita. Insomma, di essere un soggetto di se stessi e non oggetto di altri. Le capacità cognitive, il reasoning stanno alla base dell’autodeterminazione, ma non la esauriscono. L’autodeterminazione viene minata laddove gli uomini si trovino in condizioni di necessità, Ci sono condizioni in cui gli individui sono formalmente liberi, ma sono talmente vulnerabili che non posseggono alcuna possibilità di scegliere o darsi degli scopi, se non quella della sopravvivenza ed è purtroppo ciò che netta mia ipotesi accade in contesti ad alta densità camorfistica, dove per sopravvivere si è costretti ad affiliarsi o a favorire il camorfismo o a vivere subendo le “regole” imposte dai camorfisti.

Farmer, invece, ci spiega che fattori economici e sociali producono sofferenza sulle persone e individua nello svelamento del carattere parziale (ideologico) di ciò che pensiamo universale (ontologico) il primo passo vero la giustizia sociale. Farmer ci spiega che la “violenza strutturate” crea morte, dolore e sofferenza, Il termine è particolarmente adeguato in quanto tale sofferenza è strutturata da forze e processi storicamente dati (spesso economicamente pilotati) che cospirano attraverso la routine, il rituale o come più spesso accade, la durezza della vita, nel limitare la capacità di azione (ma aggiungerei anche quella di ragione/riflessione/riflessività, nell’accessione meadiana!).

Dunque, il contesto plasma il corso della vita e della morte delle persone. Per provare se le tesi integrative dei tre autori (Powers, Faden e Farmer) siano valide viene analizzata la vita (e ta morte) di Acèphie Joseph, una giovane ragazza haitiana, paziente di Farmer.

«Siamo ad Haiti negli anni Ottanta. Acèphie ha 19 anni e vive con la famiglia, e frequenta ancora le scuole elementari. La famiglia di Acèphie è molto povera. Fanno parte del popolo delle acque, un nutrito gruppo di persone che vive a Kay, un insediamento di profughi. Quarant’anni prima ebbero il loro florido villaggio allagato e si dovettero trasferire su delle petrose pendici collinari a causa della costruzione di una immensa diga: un progetto concepito nella capitale haitiana e definito a Washington. Prima della diga essi vivevano su un terreno fertile che dava abbondanti raccolti e la loro vita era più che dignitosa. l’allagamento spazzò via le loro case. Un giorno mentre Acèphie accompagnava la madre al mercato, un’ora e mezzo di cammino, dei militari la prendono in giro con malizia. Queste attenzioni vengono raramente rifiutate almeno apparentemente. Nella Haiti rurale [“estrema povertà ha reso i soldati gli unici uomini salariati della regione e perciò attraenti come mai prima. La fame era [“abitudine di quasi ogni giorno, per la famiglia Joseph* I tempi erano bui come all’epoca dell’inondazione della valle così quando la bellezza di Acèphie attirò l’attenzione del capitano Jacques Honorat lei ricambiò Io sguardo. Acèphie e Honorat ebbero una storia benché lui fosse sposato nessuno le disse niente, seppure gli anziani del paese non ne fossero contenti. Comunque la storia durò poco. Lui si ammalò e tornò a vivere con la moglie. Acèphie rimase sconvolta nell’apprendere poco dopo della sua morte. Ma non si perse d’animo. Si trasferì a Port au Prince dove trovò anche un lavoro come cameriera in casa di una donna ricca. Un buon lavoro al di sopra delle sue aspettative. Trovò anche un giovane, Blanco, anche lui originario di Kay che faceva Pbutista e guadagnava bene. Si fidanzarono e avevano in animo di sposarsi. Acèphie rimase incinta. Blanco non lo prese bene e i due si lasciarono. La signora la licenziò in quanto non stava bene avere una cameriera col pancione. Ad Acèphie non rimase che ritornare a Kay. Acèphie mise al mondo una figlia, ma le fu diagnosticato I”AIDS. I pochi mesi che visse assieme alla figlia furono penosi a causa della diarrea e di una persistente debolezza. Ne/ villaggio si diceva che fosse vittima del Wodoo. Dopo poco morì. Il dolore de/ fratello gemello e della madre fu immenso. Ma nessuno intuì quello del padre, il quale si impiccò». [in A. Maturo (a cura di) Teorie su equità e giustizia sociale, Franco Angelo]

Ma Acèphie non fu l’unica vittima. Prima c’era stato il suo untore, Honorat. Poi la moglie di questi e due dei loro 5 figli. Poi il soldato che si era legato alla moglie di Honorat dopo la sua morte. Ma c’è pure un’altra donna con cui Honorat aveva avuto una relazione. E Blanco? Ora, chi è colpevole della morte di Acèphie? II capitano Honorat, certo, è colui che l’ha contagiata. Ma ci sono altri personaggi che più o meno direttamente giocano un ruolo? “Se” Acèphie avesse avuto più risorse economiche e culturali avrebbe accettato il “transactional sex[2]” con Honorat? ‘Se” i profughi delle acque avessero avuto più soldi sarebbero potuti andare in macchina al mercato invece di passare a piedi davanti alla postazione dei soldati. E “se” Acèphie avesse avuto un livello di istruzione più alto forse avrebbe potuto trovare un lavoro con più tutele. E il padre di Acèphie forse sarebbe stato più resiliente “se” non fosse stato provato da una vita miserabile e poco dignitosa. Farmer non ha dubbi. Acèphie è vittima della violenza strutturale. Honorat non è altro che la personificazione di un insieme di fattori letali che hanno interagito per portare Acèphie verso il suo destino. E tali fattori sono la scarsa istruzione, il sessismo, la discriminazione sociale, la violenza. In una parola le miserabili condizioni in cui i profughi vivevano a causa della diga. Un’opera decisa da forze economiche senza volto. Forze che sono sistemiche e che quindi saremmo tentati di dire — non hanno né occhi per vedere le conseguenze indirette ma terribili — delle loro azioni né coscienza per dolersene. Invece no. Farmer non dà la colpa al sistema, Chiama in causa Pagency, intenzionalità Le afflizioni di Acèphie non sono il risultato di un caso di una forza maggiore sono la conseguenza diretta o indiretta dell’azione umana. Quando la valle fu sommersa privando così le famiglie della loro terra, c’era dietro una decisione umana. Rimandare ogni spiegazioni al sistema assolve da tutte le responsabilità.

A Farmer in particolare interessa individuare le modalità attraverso cui la matrice sociale in cui l’individuo è inserito prepara e confeziona i! suo destino. Nello specifico come fattori economici, culturali e sociali strutturano sofferenza e dolore delle persone.

La prospettiva della sofferenza sociale è il nucleo della proposta di Paul Farmer che ne è anche il suo più autorevole esponente.

Insomma l’approccio di Farmer è a più livelli: «per spiegare la sofferenza umana bisogna incastonare la biografia individuale nella più vasta matrice della cultura, della storia, dell’economia politica», Per Ivo Quaranta: il concetto di sofferenza sociale ha precisamente l’obiettivo di mettere in luce quanto l’azione umana sia implicata nel produrre, plasmare, nominare, esperire e lenire il disagio.

Sebbene dipendente da decisioni umane, la violenza strutturale non ha bisogno di un attore specifico per essere eseguita. Del resto il capitano Honorat non violenta Acèphie

La ragazza finisce nelle braccia di Honorat per una serie di fattori che sono al di fuori del controllo di entrambi. E il licenziamento di Acèphie seppure sgradevole e ingiusto, non è in sé un atto di violenza o di tortura. Come vedremo è un segno di discriminazione, ma acquisisce gravità perché inserito in un contesto di afflizione più ampio. La sofferenza strutturale è dunque quel particolare tipo di violenza che viene esercitata in modo indiretto, che non ha bisogno di un attore per essere eseguita, che è prodotta dall’organizzazione sociale stessa, dalle sue profonde diseguaglianze, che si traduce in patologie, miserie, mortalità infantile, abusi sessuali.

Ma come connettere violenza strutturale e giustizia sociale? Quale compito spetta alle scienze sociali in questo contesto?

Rispondere alla prima domanda è molto semplice. Rimuovere le cause di diseguaglianza e garantire i diritti umani e i diritti sociali sono la risposta intuitiva a queste situazioni.

Per il secondo quesito, Quaranta e Farmer ci spiegano che le scienze sociali hanno il compito di disvelare la naturalizzazione  ovvero svelare i meccanismi e dispositivi del potere che generano e alimentano violenza attraverso un approccio che combini analisi culturale e analisi strutturale. Non prendere per dato e naturale ciò che potrebbe anche essere altrimenti. Non scambiare contingenza con ontologia. Va tentata (a diegesi. Il nobilissimo compito della sociologia comprendente va allargato all’ambiziosa spiegazione del perché così e non altrimenti.

Rispetto al primo item, la salute, la violenza strutturale subita da Acèphie è evidente: la sua morte di Aids lo testimonia. La violenza strutturale ha cospirato anche sul piano della sicurezza personale. In senso stretto, Acèphie non è stata aggredita, se non dalle canzonature dei soldati. Tuttavia, la sicurezza fisica del popolo dette acque è stata pesantemente minacciata, infatti sono dovuti scappare per non morire affogati dalla melma. A questo punto non posso non tirare in ballo lo scandalo dei rifiuti tossici sotterrati nelle campagne campane. Se non è violenza strutturale questa! Credo che la sicurezza personale e la salute siano state prepotentemente violate  (agency) di persone che hanno deciso che questi rifiuti dovessero essere occultati in Campania, proprio come altri lontano da Haiti decisero che la diga dovesse essere costruita. Quindi proprio come per il popolo delle acque i cittadini della terra dei fuochi sono stati costretti a subire l’invasione di migliaia di tonnellate di rifiuti tossici per la diretta azione umana, e non per un caso di una forza maggiore!

Sulle capacità cognitive e il ragionamento pratico, il reasoning, non ci sono molti elementi.

Si può solo rilevare che una condizione di semi-analfabetismo incide sulle possibilità di interpretazione critica della realtà. Sul rispetto, inteso come fanno Powers e Faden come mancanza di discriminazione sociale, la situazione è chiara: Acèphie è stata discriminata sia da Honorat che ha approfittato del suo status sociale sia dalla datrice di lavoro che l’ha ripudiata in quanto donna incita. Anche Bianco non si è assunto alcuna responsabilità per il bambino. Rispetto all’affettività, apparentemente non le sono mancati legami affettivi con la famiglia. Anche se gli anziani del paese avrebbero dovuto prendersi cura di lei e consigliarla quando stava avventurandosi con Honorat, dimostrando così di essere stati negligenti. Ma in fondo anche gli anziani erano vittime della violenza strutturate e paralizzati dalla miseria. La dimensione dell’auto-determinazione è mancante. ln fondo il destino di Acèphie era già deciso. Anche se lei ha tentato di emanciparsi dalla sua povertà, ma è stato tutto inutile: la tela vischiosa della diseguaglianza e detta povertà non le lascia scampo, anzi sembra che più si muova e più si aggravi la sua situazione.

Ed è proprio a questa tela vischiosa che mi riferisco quando intendo spiegare che in determinati contesti camorfistici è quasi impossibile fare scelte diverse, perché quanto più si prova a liberarsi di quella ragnatela tanto più la violenza strutturale, e quindi la discriminazione, gli abusi, il misconoscimento, il pregiudizio e la diseguaglianza sociale “ti incatena bloccando ogni tentativo di liberarsi tino a quando il ragno (il camorfista) non ti avrà succhiato l”anima”

A mio modesto parere, bisognerebbe studiare a fondo il camorfismo, non tanto come mero fenomeno deviante, ma proprio come fenomeno antropologico. Ci vorrebbe uno studio come quello condotto dalia Scuola di Chicago di Shaw e dei Neo-Chicagoans sulle aree criminogene. Meglio ancora l’analisi del territorio un moderno “Social survey» per comprendere, ora come allora — 1927/1930 – le disastrose condizioni di povertà, disoccupazione, ignoranza, violenza, insomma il degrado umano, culturale e morale in cui vivono i cittadini nei moderni stums dell’Hinterland campano, siciliano, calabrese e pugliese.

Credo che lo scandalo dei rifiuti tossici nella terra dei fuochi sia davvero l’emblema del degrado umano e culturale di gran parte della Campania ed è ovvio che non sarebbe mai potuto accadere una simile catastrofe se al posto della cultura camorfistica fosse prevalsa la cultura delta legalità e se tutti i rappresentanti dette Istituzioni avessero operato nel rispetto del mandato loro assegnato. L’esercizio di fare dialogare l’approccio della violenza strutturale di Farmer con le dimensioni del benessere di Powers e Faden e gli esempi di svantaggio sistematico proposti dai due studiosi appare calzante per l’analisi della sofferenza dei gruppi sociali e delle iniquità dovute alla diseguaglianza sociale. Si tratta di una contaminazione epistemologica che potrà essere applicati su molti casi, fin troppi. Ora proverò a spiegare il perché non sono pienamente convinto che in determinati contesti si possa, volendo, anche scegliere un’altra strada, senza nessun sostegno da parte della società.

E non mi riferisco solo al welfare, bensì a qualsiasi tipo di aiuto che possa in qualche modo aiutare a capire che nel mondo esistono altri stili di vita, altre culture, altri orizzonti.

A mio parere l’esempio di Acèphie è illuminante e calza a pennello per il contesto camorfistico che andrò a descrivere. Infatti, anche Farmer, pur avendo escluso dalle colpe il “sistema” ed avendo chiamato in causa l’agency, intenzionalità, alla fine dice: «In fondo il destino di Acèphie era già deciso. Anche se lei ha tentato di emanciparsi dalla sua povertà, ma è stato tutto inutile: la tela vischiosa della diseguaglianza e della povertà non le lascia scampo, anzi sembra che più si muova e più si aggravi la sua situazione» Ma ho trovato ancora più calzante la seguente frase: «Rispetto all’affettività, apparentemente non le sono mancati legami affettivi con la famiglia. Anche se gli anziani del paese avrebbero dovuto prendersi cura di lei e consigliarla quando stava avventurandosi con Honorat, dimostrando così di essere stati negligenti» e subito dopo aggiunge: «Ma in fondo anche gli anziani erano vittime della violenza strutturale e paralizzati dalla miseria».

Prima di tutto andrebbe evidenziato che le reali difficoltà delle Regioni del Sud vengono sapientemente calibrate dai mass media, i quali parlano del camorfismo soltanto in casi di fatti di cronaca nera e/o quando la magistratura effettua operazioni importanti, spesso anche transnazionali. Come se gli arresti, le confische e le condanne da sole bastassero a liberare i cittadini onesti dal camorfismo, dal degrado e dalla povertà.

Eppure, basterebbe davvero una lettura o un ascolto più attento delle notizie inerenti gli indagati e gli arrestati nei blitz ormai diventati routinari, al punto da non fare più notizia, per constatare che non esiste quasi più la differenza tra criminalità e colletti bianchi, come se quel gap fosse stato colmato nel corso degli anni finendo per unire gli uni agli altri indissolubilmente, Infatti, l’eredità di cui in seguito parlerò non è quella di Lombrosiana memoria, bensì quella “professionale” nell’accezione di Gabriel Tarde. Ma essendo cambiati i tempi anche i camorfisti si sono adeguati e quindi hanno fatto in modo che i propri eredi abbiano conseguito titoli di studio che consentano loro di entrare direttamente nelle Istituzioni e quindi aggirare gli intermediari del passato, e i colletti bianchi conniventi.

Ormai il camorfismo si è istituzionalizzato e con esso la cultura camorfistica che rende impossibile a coloro i quali pur lottando vorrebbero vivere onestamente, dato che per qualsiasi cosa abbiano bisogno, da un posto di lavoro, all’assegnazione di un appartamento popolare, da una TAC ad un ricovero, perfino per le tombe al cimitero e per i funerali vi sono le agenzie camorfistiche che hanno il monopolio assoluto, perciò se non si è parenti, amici o semplicemente simpatizzanti dei camorfisti te persone oneste saranno sempre escluse e si ritroveranno con una sorta di discriminazione a rovescio. Ossia, non sono i camorfisti ad essere etichettati come diversi e quindi ad essere esclusi, ghettizzati e misconosciuti, come avviene in altri contesti “normali”, ma paradossalmente sono i cittadini perbene ad essere isolati e discriminati.

Dopo questa mia delucidazione mi sembra davvero fin troppo evidente la discrepanza tra quanto si denuncia quotidianamente attraverso i media e quello che realmente fa la Politica e anche la società civile per far fronte a questo dramma. È inutile continuare a nascondersi dietro gli arresti cosiddetti eccellenti per far credere all’opinione pubblica che la lotta al camorfismo sia stata vinta. I fatti, i reati e le nuove affiliazioni dimostrano l’esatto contrario, e cioè che il camorfismo è lungi dall’essere sconfitto, purtroppo. Molti intellettuali, tra cui ex magistrati e magistrati ancora in servizio dovrebbero insistere nel far sì che it Governo crei delle proprie e vere sacche di legalità, dei presidi di legalità all’interno dei quartieri malfamati e non a Roma o nelle zone tranquille, perché solo restituendo un senso di sicurezza i cittadini onesti potrebbero riuscire a vincere il terrore di subire ritorsioni e quindi decidere di collaborare con le forze di polizia affinché i camorfisti vengano isolati e i giovani del posto possano sfuggire alla tentazione di guadagni facili. Ma il Governo dovrà farsi carico dei problemi reali e immediati delle famiglie disagiate e non abbienti, senza demagogia e senza promettere aiuti che se tutto andrà per il meglio arriveranno dopo decenni. Le persone hanno bisogno di alimentarsi, di pagare le bollette e di far studiare i figli ogni giorno e se non ci pensa lo Stato attraverso le politiche del welfare, ecco che subentra l’altra faccia del welfare, quello camorfistico, e quindi gli aiuti e i prestiti che se da un fato consentono alle famiglie disagiate di poter vivere dignitosamente dall’altro lato rappresenta un patto col diavolo e prima o poi si dovrà pagare il debito contratto rendendosi complice dei criminali, Sappiamo fin troppo bene che le Banche non concedono prestiti se non si portano delle garanzie, mentre Equitalia non concede deroghe, di fronte a tale criticità è ovvio che la Holding camorfistica trovi terreno più che fertile.

Dunque, come la si voglia mettere, in alcuni contesti, è vero che, per molti, forse troppi, il destino sia già segnato. Certo, è banale voler sostenere che ciò sia universalmente valido, dato che, per fortuna, esistono casi che confutano questa tesi, ma dovendo effettuare una statistica (non va omesso dire che lo studio statistico rappresenta un metodo privilegiato della ricerca in sociologia criminale, dato che te statistiche criminali sono un prodotto sociale e tramite essa possiamo far emergere una struttura della criminalità — differenze tra i tipi di crimini così come la sua evoluzione) su quelle aree geografiche da tutti ritenute ad altissima densità camorfista, sfiderei chiunque a sostenere che i tanti “se” utilizzati nell’esempio di Farmer, solo in toro assenza, allora sì che Je persone potrebbero decidere di scegliere un’altra vita, ma così come stanno oggettivamente e drammaticamente le cose, è davvero molto difficile, se non impossibile, vivere liberi di scegliere,

Abbiamo visto che Acèphie ha tentato in ogni modo di uscire dal contesto in cui viveva, ma abbiamo constatato che la sola forza di volontà non è sufficiente (e posso garantirlo poiché nessuno può immaginare quanto sia difficile riuscire ad essere riconosciuto, nell’accezione di Honneth). Quando le persone “oneste” continuano a rigettare l’altro unicamente per via dei pregiudizi, e non mi riferisco soltanto alta gente comune, questo si potrebbe anche accettare e sarebbe comprensibile, ma a uomini di cultura e quindi se non ci sono aiuti sostanziali e tangibili che supportano eventuali scelte altre, è davvero difficile se non impossibile cambiare e uscire dal ghetto, perché non è da tutti avere la forza psicologica e la motivazione di lottare quando coloro che dovrebbero aiutarti a ri-sollevarti ti respingono con forza e indifferenza costringendoti a tornare a vivere nel tuo precedente mondo.

Perciò, se applicassimo il concetto di violenza strutturate a luoghi quali Scampia, Ponticelli, Barra, Secondigliano, Forcella, la Sanità i Quartieri Spagnoli, per citare quelli della città di Napoli, ma potrei proseguire richiamando analogamente rioni quali il Parco Verde di Caivano, le Salicelle di Afragola, e interi paesi del casertano, del salernitano e del Sud Italia, avremmo una identica situazione sovrapponibile a quella di Acèphiea Ecco perché non sono completamente d’accordo con la giusta osservazione fattami. Sappiamo quanto sia doloroso essere discriminati e ritenuti diversi e quali traumi possa comportare alle persone etichettate ed emarginate.

Come ha brillantemente spiegato la Prof.ssa Vezzadini nel capitolo inerente Axel Honneth (contenuto nel capitolo 9 a pagina 169 e succ. del testo: “Teorie e giustizia sociale” di A .Maturo), questo autore ci spiega in maniera chiara che il misconoscimento consiste essenzialmente nella mancanza di approvazione; ossia nell’incapacità o net rifiuto di guardare all’altro con quell’affetto capace di trasmettere incitamento, sostegno. Perché approvare significa anzitutto autorizzare, e dunque permettere all’altro qualcosa o di essere qualcosa ma anche lodare e dunque sostenere e supportare, La privazione di tale sguardo può assumere connotati anche gravi e avere ripercussioni significative sul percorso successivo del soggetto (si pensi al rapporto madre/figlio, oggetto di studio di Honneth che ha ripreso gli studi di Wjnnicott) provocando sentimenti di umiliazione ed avvertendosi la persona come non meritevole. Finendo per interiorizzare un’immagine di sé svalutata e dunque negativa, passibile di minarne autostima e sicurezza.

La non approvazione, potrà spingere l’individuo verso l’autoesclusione del mondo relegandolo in una condizione dj esilio psicologico e relazionale che è negazione di ogni affettività, e che in accordo con Honneth dico trattarsi di una sorta di morte psichica e sociale.

[1] Mi riferivo alle dimensioni descritte da Amartya Sen.

[2]Transactional sex è il rapporto sessuale offerto da giovani donne povere a uomini maturi in cambio di qualche forma di supporto, Non si tratta di prostituzione in senso stretto perché contempla alcune forme di affettività e contenuti emotivi. La profonda asimmetria del rapporto tuttavia ne svela il carattere di coercizione.

Lei è un collaboratore di giustizia, un personaggio complesso, discusso…e probabilmente la sua personalità e la sua preparazione non consentono agli organi competenti, deputati alla sua tutela, di  allinearla agli altri collaboratori di giustizia…addirittura sembra che nei suoi confronti non si possa fare a meno di nutrire riserve o sospetti…tanto è vero che oggi è considerato attendibile… domani meno, oggi è indispensabile ai fini della giustizia, domani forse no…questa discutibile altalena che non dipende dalla sua volontà, ma appare evidente dall’atteggiamento della magistratura nei suoi confronti, condiziona il giudizio esterno…ma soprattutto rischia di condizionare la sua esistenza. La domanda è scabrosa mi rendo conto, ma se vuole può anche non rispondere: gli effetti della sua personalità, cioè le azioni che lei compie in coerenza con i dettati del suo pensiero, non consentono agli organi che presiedono al suo futuro di accordarle fiducia piena…è evidente…quindi è sostanzialmente possibile e relativamente facile che, nonostante lei sia soggetto a  restrizione della libertà, le vengano attribuite responsabilità in merito a vicende in sintonia con il suo passato…si è mai posto il problema che sarebbe stato saggio simulare un comportamento improntato ad una  utile acquiescenza?, se lo ha pensato perché non l’ha messo in pratica?

Cara dott.ssa Nardi, nel pormi la domanda si è già data la risposta. Un giorno collaboratore, un altro boss. Un giorno attendibilissimo un altro no. Ma non è tutto. Mi descrivono come un uomo intelligente e molto astuto. Qualche annetto fa, una giornalista campana molto fantasiosa mi ha perfino paragonato a Diabolik. Eppure alcuni PPMM continuano ad accusarmi di aver organizzato attentati ai danni di altri PPMM e di giornalisti, però servendomi di altri collaboratori. Se non fosse per fa gravità delle accuse mi metterei a ridere. Sono sicuro che ie persone mediamente intelligenti avranno da un bel pezzo capito che dietro questi attacchi mediatici e a queste indagini ad effetto c’è soltanto la volontà di spaventarmi, di ridurmi al silenzio, di addomesticarmi e di annientarmi.

Sono ben 15 anni che ciclicamente qualche P.M. si sveglia con qualche nuova indagine, e puntualmente dopo l’iniziale scalpore mediatico, i Giudici non possono fare altro (anche a malincuore perché ormai sono stati così influenzati dai media che si sono convinti della mia ambiguità e perciò mi odiano) che archiviare o assolvermi. Ma le pare mai possibile che un uomo intelligente e astuto, un moderno Diabolik, possa fidarsi dei collaboratori? Allora sarei un demente, altro che astuto! Inoltre, non c’è indagine che mi riguardi che non miri a dimostrare che ho ancora un clan attivo e uomini fuori disposti a sacrificarsi per me, come i kamikaze islamici, ma ciò nonostante io ricorra sempre e soltanto ai collaboratori. Ma quali sarebbero questi reati commessi o solo pensati? Nessuno! Mi creda, nelle sezioni adibite ai collaboratori di giustizia vige una totale e reciproca sfiducia, e non tanto per eventuali progettazioni di reati penali, ma addirittura per possesso di una radio del tipo non consentita o un DVD masterizzato. C’è la fila dei collaboratori che ogni mattina sgomitano per raccontare episodi veri o inventati al fine di arruffianarsi l’agente che poi, secondo la loro mentalità, li aiuterà ad ottenere una relazione favorevole. Quindi, essendo consapevole di questa situazione affiderei ai collaboratori (che già definirli tali è un complimento visto che molti di loro non sono mai stati ritenuti attendibili e on si comprende perché stiano ancora in mezzo agli attendibili!!!!) eventuali commissioni di reati? Allora, se lo credono davvero, dovrebbero rinchiudermi al manicomio! Mi creda, non ho mai fatto una sola confidenza in tutti i IS anni trascorsi in questo inferno, mai. Ho dovuto imparare l’arte del mentire per deviare eventuali false accuse e se sono riuscito a dimostrare l’inattendibilità di alcune accuse mossemi è proprio grazie a questo stratagemma che ha fatto sì che dicessero fatti che ho inventato di proposito e sono poi risultati inesistenti! Inoltre, lei possiede alcune mie istanze indirizzate ai PPMM della DDA e al Ministero della Giustizia (DAP) in cui dal lontano 2013 chiedo reiteratamente di poter essere messo in isolamento perché non intendo più condividere nemmeno un secondo della mia detenzione con molti di questi calunniatori dl’ professione che inquinano le sezioni adibite alla gestione dei collaboratori di seconda fascia (cioè quelli che non sono più sottoposti al programma di protezione, perché quelli sottoposti al programma di protezione sono di prima fascia e non possono essere detenuti con i primi). Sono costretto a generalizzare, ma è ovvio che esistano collaboratori seri e attendibili che si fanno la propria carcerazione senza volersi arruffianare gli agenti e senza voler calunniare gli altri collaboratori. Ma posso assicurarle che sia nelle carceri di prima fascia che in quelle di seconda fascia la maggioranza dei collaboratori sono calunniatori di professione. Se qualche P.M. invece di dedicarsi esclusivamente a me dedicasse dieci minuti ad indagare su altri collaboratori scoprirebbe moltissimi reati gravi in corso e false accuse concordate con altri calunniatori atte a colpire chiunque non voglia conformarsi al modus operandi di questi drogati e ladruncoli da strapazzo che sono diventati collaboratori per opportunismo, perché solo così potevano avere una casa e vedere mille euro e che prima il loro compito era andare a prendere i caffè e le sigarette, o al massimo mettere qualche bomba o incendiare qualche auto. Lei pensa che per simili esseri accusare un innocente possa costituire uno scrupolo di coscienza?

Certo che mi sono posto il problema che avrei fatto meglio a fingere una mia aderenza alle linee decise dall’alto ed essere acquiescente. Sono perfettamente consapevole che se avessi optato per una linea passiva e di sottomissione sarei libero da molti anni. Ma a differenza di molti altri uomini, non solo dei collaboratori e dei detenuti, non sono il tipo che resta in silenzio di fronte agli abusi commessi contro di me e contro chi non ha gli strumenti per difendersi. Per me adottare un simile comportamento è sinonimo di vigliaccheria. Ed io non sono mai stato un vigliacco e se dovessi diventarlo preferirei morire. Sa quante persone, amici, conoscenti, familiari, volontari, docenti universitari e anche qualche mio difensore mi ha consigliato di starmene in silenzio? Moltissimi!

Cara Dott.ssa Nardi, mi risponda onestamente. Se lei dovesse trovarsi sbattuta in prima pagina su uno dei tanti quotidiani, e anche nei TG nazionali, con l’accusa di essere una giornalista venduta, che scrive previo ricompense e queste accuse riportate dai media siano state estrapolate da atti processuali passati ai media chissà da quale manina misteriosa che lavora in Procura, cosa farebbe? Opterebbe per il silenzio o reagirebbe lottando per dimostrare che non solo lei è una giornalista onesta ma anche per scoprire il calunniatore e sputtanarlo e forse portarlo dinanzi ad un Giudice per farlo condannare? Insomma, per avere GIUSTIZIA e difendere la sua dignità?

Qualsiasi possa essere la sua riposta, che credo di poter anticipare perché ho avuto modo di apprezzare non solo la sua arte narrativa e il suo stile letterario ma anche il suo bel temperamento!!! Le voglio dire che io non riesco a restare in silenzio. Quando ero un criminale, fino al 2003, ero consapevole che in un modo o in un altro il mio nome avrebbe potuto finire in pasto ai media per qualche indagine e quindi che fossi accusato di essere il mandante o l’autore di reati gravi. E quando leggevo articoli, o anche libri, che mi riguardavano non ho mai detto una sola parola di protesta, anche di fronte a bugie enormi. D’altronde di me i media si occupano dal lontano 1980 e le garantisco che non c’è nessuna mia lettera di protesta o querela contro un solo giornalista o parole di critica contro i PPMM[1]. Ero colpevole a prescindere anche quand’ero innocente, ma per dieci reati che potevano imputarmi e quindi dare in pasto ai media ce ne erano altri mille sconosciuti. Eppure di fesserie ne hanno dette a bizzeffe. Però, quando mi accusano da collaboratore di reati mai nemmeno immaginati, divento una belva e allora sfogo tutta la mia rabbia con veemenza perché trovo indegno che alcuni PPMM di primo pelo per fare carriera, ottenere visibilità e scorte utilizzino il mio nome!! Ma le pare credibile che un collaboratore di giustizia, ormai ritenuto inaffidabile e infame ex affiliati e dal mondo camorfistico tout court, possa essere assurto a boss attivo e per di più additato e indicato quale capo clan? Se fosse vero allora i PPMM, i Giudici e quei giornalisti sotto scorta dovrebbero avere l’onestà intellettuale di annunciare al fine del camorfismo casertano e rinunciare alla scorta. Ma le dirò di più. Se io fossi rimasto un camorfista attivo e irriducibile leggendo simili articoli relativi ad un altro qualsiasi pentito della Provincia di Caserta avrei scritto ai quotidiani protestando, perché mi sarei sentito offeso che un pentito potesse rappresentare un pericolo per i miei affari. E le confesso che non capisco il perché i miei ex affiliati, ma anche i boss dei casalesi, non lo abbiano mai fatto! Sono così vigtiacchi e privi di personalità che preferiscono nascondersi ancora dietro di me!!! No, io lotterò per i miei diritti, quelli previsti dalla legge e promessomi da illustri PPMM, come prevede la legge. Se i PPMM si illudono di potermi usare e buttarmi come hanno fatto con tantissimi poveri cristi hanno fatto male i loro calcoli. E chi mi conosce bene, sa che ho già messo nero su bianco il mio pensiero ed ho definito “truffatori” quei PPMM che si sono rimangiato i termini del nostro accordo, al contrario di me che fino ad oggi ho sempre onorato l’accordo preso con alcuni PPMM che stimo perché sono persone serie e professionisti integerrimi, ma avendo finito l’incarico presso la DDA non possono più seguire la mia collaborazione e quindi mantenere fede al patto, legale perché previsto dalla L. 45/01.

Inoltre ci tengo a precisare che, contrariamente a quanto relazionato dall’ill.mo dottor De Raho nel mese di Gennaio 2018, non giudico i PPMM a seconda di come relazionano nei miei confronti, perché se dovessi usare questo parametro allora non potrei mai stimare il dottor Milita visto che mi ha praticamente rivoltato come un calzino per anni ed ha disposto l’arresto di mia madre che nonostante fosse sotto programma di protezione da alcuni anni, fosse in detenzione domiciliare, avesse già 78 anni ed era stata appena dimessa dall’ospedale per un intervento a cuore aperto (4 bypass) e ha rischiato di morire e spesso ha relazionato negativamente. Stimo dottor Milita, come stimo il dottor Roberti, il dottor Curcio, dottor Conzo, ma anche il dottor Cantone e altri che ho conosciuto perché sono uomini di parola, sia nel bene che nel male, oltre ad essere ottimi magistrati. Li stimo perché se un mio difensore chiedeva loro un parere, se dicevano sì equivaleva ad un sì, ma se dicevano no, era un no. Non come qualche altro PM che dice sì invece è un no, prendendo in giro perfino gli avvocati.

Fino a quando non la smetteranno di inventarsi indagini e false accuse risponderò sempre a tono e lotterò fino alla morte. Questo dev’essere chiaro a tutti, amici e nemici!!!

[1] Eccetto una lettera indirizzata a Mimmo Pelagalti perché violò la legge sulla privacy mettendo le foto di mia madre, di mia sorella e della mia ex moglie!

Pensa di essere discriminato rispetto ad altri collaboratori di giustizia?

Discriminato è usare un eufemismo!!! Sono stato massacrato, delegittimato, screditato, distrutto su ogni piano e sfruttato senza alcuna ombra di umanità. Ecco perché sono incazzato nero! ln questi anni trascorsi nelle sezioni adibite ai collaboratori, ho incontrato collaboratori seri e leali che però hanno commesso reati gravissimi venendo meno al patto di lealtà con lo Stato (i PPMM) quando erano sottoposti al programma di protezione, cioè erano liberi e protetti. Eppure per loro, gli stessi PPMM, che da anni nei miei confronti non hanno mai voluto applicare le regole previste, hanno combattuto per evitare che questi collaboratori subissero condanne pesanti ed hanno chiesto e ottenuto per loro una forma di protezione (esistono molte forme di protezione e molti escamotage, “legali” per ottenerle, se vorrà gliele descriverò in un altro scritto), hanno relazionato perfino il loro ravvedimento in tempo record, e quindi li hanno fatto uscire entro 3 anni o al massimo entro 6 anni. E mi riferisco a collaboratori che dopo aver collaborato, hanno commesso omicidi e traffici di droga, quindi di uomini che non avevano mai abiurato la loro mentalità e che non avevano mai effettuato una vera e sincera revisione critica del proprio passato. D’altronde lo stesso Carmine Schiavone e molti altri collaboratori degli anni ’90, cioè quando vigeva fa L.13 ter, non hanno mai scontato un giorno di detenzione dopo aver collaborato!! Quale programma riabilitativo hanno seguito? Come hanno dimostrato il loro ravvedimento? Quale risarcimento hanno messo in atto? Chiunque avesse ascoltato le sue interviste si sarebbe reso conto che è rimasto uguale, scemo e bugiardo era e scemo e bugiardo è rimasto. Nel mio caso, per la sola violazione commessa nel 2003, il caso Mandara, che a dirla tutta non era nemmeno un’estorsione nel senso tecnico, ma si è voluto trasformarla per motivi che racconterò nel mio secondo libro che sarà corredato da atti processuali inconfutabili, mi è stato revocato il programma di protezione, costringendomi di fatto a dover vivere con i so\di che mi inviava mia madre e che i PPM erano a conoscenza. Sono stato costretto perfino a pagarmi gli avvocati quando ero citato in veste di collaboratore, capito? L’ho fatto perché mi era stato promesso che avrei ottenuto la protezione e i benefici di legge, come tutti gli altri collaboratori. Alla fine mi sono ritrovato senza nessun beneficio e con altre indagini inventate di sana pianta. Nel mio secondo libro elencherò tutti i collaboratori che hanno commesso reati e hanno ottenuto relazioni di favore, nelle quali i loro reati non sono stati nemmeno menzionati. Addirittura possiedo relazioni inerenti collaboratori scappati all’estero, e quindi resosi latitanti, che una volta catturati sono stati riammessi al programma di protezione, cos’altro devo dirle? Dimostrerò quanti di loro hanno potuto salvare i beni e quanti hanno coperto i propri amici, affiliati e parenti. Hanno voluto creare il caso La Torre? Dimenticando che in psicologia sociale esiste uno studio chiamato la profezia che si auto adempie e quindi non hanno calcolato i danni collaterali che sicuramente scateneranno molte polemiche. Sì, lo so che alla fine subirò altre cattiverie, e dovrò rimanere in carcere ancora a lungo, forse a vita, ma chi ha paura di morire muore poco per volta, chi non ha paura morirà una sola volta, ed io non ho paura della morte né dei PPMM che da anni cercano di distruggermi e piegarmi. Ed è proprio a toro che voglio dire, attraverso la sua intervista, quanto segue: «Non soltanto sono innocente di tutte le accuse (dopo il 2003) che mi vengono mosse, non soltanto ho collaborato seriamente e lealmente, non soltanto ho accusato tutti i veri colpevoli senza preservare nessuno, non soltanto sto subendo ingiustizie gratuite, ma nonostante le sofferenze che da oltre 15 anni di collaborazione mi vengono inferte e che nessuna lingua umana può descrivere, non tremo davanti a voi, vi guarderò negli occhi, non arrossirò, non cambierò di colore, non mi vergognerò e non avrò paura, perché voi potrete anche uccidermi psicologicamente e forse essere causa della mia morte fisica, ma non riuscirete mai a farmi diventare un uomo privo di personalità, un vostro schiavo. lo sono nato libero e tale resterò!>>.

Pensa che le battaglie per la libertà di pensiero, valgano la pena o siano una pia illusione per coloro che si immolano?

Altro ché! Certo che sono convinto che le battaglie per la libertà di pensiero valgono la pena di vivere e anche di morire. Guai se si pensasse che siano solo pie illusioni! La storia è piena di uomini e donne che si sono immolati per la propria libertà e quella altrui. Senza il loro sacrificio oggi saremmo ancora schiavi! Prima ho fatto mio, riadattandolo al mio caso, un breve brano tratto dalla lettera di Bartolomeo Vanzetti. Lei pensa che la morte di Sacco e Vanzetti sia stata vana? E quella di Martin Luter King, di Malcolm X, di Gandhi, dl alcuni “santi”, di Borsellino, Falcone e gli uomini delle scorte, ma anche di moltissimi uomini semplici, cittadini che hanno preferito la morte piuttosto che vivere sottomessi. Per rispondere a questa domanda le citerò il pensiero del mio anarchico preferito, Bakunin: «Sono un amante fanatico della libertà, la considero l’unica condizione nella quale l’intelligenza, la dignità e la felicità umana possono svilupparsi e crescere. Non la libertà concepita in modo puramente formale, limitata e regolata dallo Stato, un eterno inganno che in realtà non rappresenta altro che il privilegio di alcuni fondato sulla schiavitù degli altri… No, io mi riferisco all’unico tipo di libertà che merita questo nome… la libertà che non conosce le restrizioni se non quelle che vengono determinate dalle leggi della nostra personale natura, che non possono essere considerate vere restrizioni, perché non si tratta di leggi imposte da un legislatore esterno, pari o superiore a noi, ma di leggi Immanenti ed inerenti noi stessi, costituenti la base del nostro essere materiale, intellettuale e morale: esse non ci limitano, sono le condizioni reali e naturali della nostra libertà» M. Bakunin, La Comune di Parigi e la nozione dello Stato). Cara dott.ssa Nardi [1], per la mia libertà di pensiero ho già deciso di lottare fino alla morte!!!

[1] No, non voglio nemmeno paragonarmi a Sacco e Vanzetti. So benissimo distinguere il mio passato criminale, e quindi le mie gravissime e imperdonabili colpe, da coloro che erano degli innocenti finiti per fungere da capri espiatori. Ma voglio che sia chiaro che nel mio caso sono stato trasformato da alcuni PPMM in un capro espiatorio e perciò posso fare degli accostamenti.

I media qualche tempo fa, sono tornati a scrivere di lei come di un irriducibile che non ha mai smesso di pensare alla riorganizzazione del suo gruppo criminale…non è la prima volta. Ha mai pensato di chiedere una smentita ai quotidiani che avevano trattato l’argomento?

Si può chiedere una smentita e quindi la verità a chi ha fatto del mentire la propria filosofia di vita? Per rispondere a questa sua domanda voglio citarle Trotskij, così avrà chiara la mia attuale convinzione sui media e i molti giornalisti: «La vittoria sopra i nostri avversari non è ancora raggiunta e i giornali sono armi nelle loro mani. In tali condizioni, la soppressione dei giornali è una misura di legittima difesa. Il monopolio borghese della stampa deve cessare. La proprietà delle tipografie e della carta, appartiene prima di tutto agli operai e ai contadini, poi ai partiti borghesi che sono la minoranza». Naturalmente, pur apprezzando molti concetti della politica di Trotskij, non sono per la soppressione dei giornali né tanto meno dei giornalisti. Sono per la libertà di parola, di opinione e di stampa. Ma credo che alcuni giornalisti siano indegni di pubblicare i loro articoli e alcuni direttori di testate siano colpevoli di favoreggiamento e di concorso esterno con uomini e donne che usano i media per delegittimare i loro nemici. Dunque, sono dei delinquenti e dei calunniatori di professione con l’aggravante di saperlo di essere. Ecco perché non chiederò più loro di rettificare i loro articoli, e se un giorno, come spero, dovessero chiedermi un’intervista riceveranno in risposta la seguente frase: «Non parlo con i calunniatori, parlo soltanto con i veri giornalisti, quelli che solitamente scrivono la verità e quando capiscono di aver scritto una inesattezza non solo la rettificano senza aspettare che gli venga chiesto ma sono anche umili da scusarsi».

Cosa direbbe a coloro che non credono che oggi lei sia un altro uomo?, crede che riuscirebbe a far loro cambiare idea o ritiene che sarebbe tempo  perso perché è più conveniente stare dalla parte di chi punta il dito?

Posso garantirle che ho sputato sangue per morti lunghissimi anni nel cercare di dimostrare a molte persone, PPMM, educatori, direttori di carcere e magistrati di sorveglianza, che sul mio conto si stessero sbagliando, ma è stato inutile. Ogni volta che ero riuscito a conquistare la loro fiducia, non di tutti, perché di alcuni PPMM non l’ho mai avuta, ecco che i vari Saviano, Di Fiore, De Rosa e altri romanzieri e pennivendoli sparavano in prima pagina stralci di intercettazioni telefoniche e/o ambientati e di atti processuali nelle quali era impossibile dimostrare la mia estraneità a quelle accuse, eccone alcuni esempi: «un ergastolano, uomo d’onore ha confessato che il boss La Torre dal carcere di Ferrara ha chiesto il suo aiuto per uccidere il PM Troncone, il PM Cantone e il famoso giornalista Saviano». L’articolo dei giornalisti continuava con racconti di armi micidiali rinvenute e altre prove inconfutabili, (non era vero, è ovvio!) Ma intanto ero diventato di fatto un attentatore. Come biasimare le persone che si relazionavano con me? Pensi che in alcuni casi gli articoli erano così ben confezionati che perfino io stesso stentavo a ritenermi innocente!! Si è poi scoperto, grazie ai PPMM di Roma, perché se le indagini fossero rimaste a Napoli povero me!, che l’uomo d’onore, tale Antonio Forte, altro non era che un falso pentito scartato dal primo giorno della sua collaborazione dal suo stesso magistrato che lo aveva condannato all’ergastolo. Che di onore aveva ben poco se non nulla. Che aveva già accusato di due omicidi commessi da lui, pur sapendolo innocente, un altro uomo innocente e che la moglie lo aveva accusato facendo scoprire la sua idea di voler ricostruire la nuova camorra di Cutolo da collaboratore. Ho pubblicato le dichiarazioni della moglie di Forte nel mio libro autobiografico, perciò non racconto frottole ed ho contribuito a non far smentire la moglie di Forte da un accordo che il Forte aveva preso con un altro falso pentito, tale Viesto, infatti Forte è stato condannato all’ergastolo anche grazie alle mie dichiarazioni che rispetto a quelle della moglie sono lievi ma di fatto hanno smascherato il tentativo di delegittimare la moglie, rendendo le accuse della signora molto più forti. Per questo accordo scellerato tra falsi pentiti ho dovuto trascorrere due anni al 41 bis in mezzo ai boss irriducibili, unico caso in Italia!!! Lei crede che sia normale? le indagini hanno fatto piena luce stabilendo la mia innocenza totale e dimostrando che dietro questo vite tentativo orchestrato anche con l’ausilio di alcuni pennivendoli prezzolati al soldo dei PPMM, vi era la smania di notorietà di una PM, la dott.ssa Troncone, che invidiava i successi e le scorte ottenuti dai suoi colleghi del Pool di Caserta che in quegli anni avevano conseguito una serie enorme i successi e di arresti e condanne. Chi meglio di me poteva essere usato? Nessun giornalista che aveva raccontato questa boutade si è scusato, né ha rettificato, anche se è stato toro chiesto formalmente dal mio legale!

Dopo ben 5 anni di enormi sacrifici per ricostruirmi una credibilità con un comportamento ineccepibile, dopo aver ottenuto ben due encomi, ecco che il dottor D’Alessio, per due volte, ha ricreato il caso La Torre. Prima con gli articoli del maggio 2016 relativi ad una mia minaccia e quindi al suo pericolo di vita. Se vuole le invio le lettere che inviai al dottor Roberti e al dottor Curcio su questa ennesima bufala. Ed ora con l’ultimo caso che ha portato all’arresto di mio figlio e di mio fratello. Chiunque abbia letto gli articoli si sia convinto che io sia stato colpito da una ordinanza di custodia cautelare o quanto meno da un avviso di garanzia. Bene, nulla di ciò è accaduto. La mia posizione, al momento e salvo altre invenzioni che non posso escludere visto i precedenti e la potenza del predetto P.M., è completamente estranea ai capi d’imputazione, e laddove sono stato accusato lo stesso GIP ha escluso le ipotesi di reato e il Riesame ha annullato anche le altre ipotesi che volevano una mia intenzione di riformare il clan La Torre o di compiere reati. Di cosa stiamo parlando?

Ecco perché ho deciso di non provare più a giustificarmi con nessuno per colpe che non ho e per reati che non ho nemmeno pensato. Voglio che siano liberi di credere quello che vogliono. Per me parleranno i miei scritti, i miei libri e mio comportamento oltre che le assoluzioni che otterrò e le condanne di coloro che hanno cercato di diffamarmi e delegittimarmi. E a coloro che hanno preferito credere ai pennivendoli e ai PPMM che mi odiano, dirò che non vorrò avere più nulla a che vedere con loro, né ora né in seguito. Chi mi ha creduto e continua a farlo e mi ha dato fiducia riceverà tutta la mia amicizia e la mia stima

Cos’è il “sistema” per lei dottor La Torre?, quello che ci governa?, quello di cui lei faceva parte?, o quel disegno invisibile che secondo una scuola di pensiero, sottilmente tende a fiaccarci, ci uccide lentamente, ci mortifica, si vendica e ci rende impotenti a reagire, pena la morte civile?, lei crede che una simile scuola di pensiero abbia aderenza con la realtà?, se cosi fosse come potremmo difenderci, secondo lei?

Lei si diverte a provocarmi, vero? Bella domanda. Io non mi tiro indietro, le risponderò con la mia solita onestà intellettuale. Inizierei col dire che non c’è un solo sistema, purtroppo ci sono più sistemi. Certo spesso collaborano e uniscono le loro forze per ottenere quello che si sono prefissati, ma a volte si scontrano e quando ciò accade ecco che in Italia si verificano le stragi di Stato; la strage di Piazza Fontana, la strage alla stazione di Bologna, Ea strage del treno 904, le bome di Mafia e le stragi di Falcone e Borsellino. Non crederà anche lei che Riina e i suoi viddani abbiano da soli ideato e realizzato simili stragi! I mafiosi e i terroristi sono stati usati e poi abbandonati da menti raffinate e uomini potenti! Uomini che possono permettersi perfino dj far cambiare le leggi, far cadere Governi e far nominare i presidenti della Repubblica e del Consiglio, che possono imporre perfino [e politiche economiche delle Nazioni e decidere quali Stati conquistare. Chi sono questi uomini potenti? Ha mai sentito parlare del Gruppo Bilderberg? Le consiglio di leggere il seguente libro: Chi comanda il mondo! Glielo regalo io. Ecco, quando parlo di uomini potenti non mi riferisco certo a qualche politico o imprenditore italiano che in Italia sono potenti ma non onnipotenti. Sono altri gli uomini, associati e consociati, che gestiscono le nostre sorti, Questo gruppo ha ramificazioni in ogni angolo del mondo e ad esso fanno capo e da esso prendono ordini. Il “sistema” prospera dove ci sono uomini che si fascino corrompere. Siccome anche i notai, gli avvocati, i politici, i medici, i commercialisti i magistrati, i giornalisti e gli uomini delle forze dell’ordine si lasciano corrompere, come ci ha insegnato la storia italiana, anche recente, ecco che il “sistema” si rafforza e mette radici. Che poi le indagini vengono condotte in modi differenti a seconda di chi siano gli indagati, questa è un’altra storia, Quello che posso dirLe, senza timori di smentita, è che molti corrotti si sono salvati dalle indagini (non perché io ed altri collaboratori non li abbiamo accusati ma perché ero l’unico ad aver avuto rapporti diretti con loro e le mie accuse da sole non hanno retto visto che la legge richiede almeno due o più collaboratori che dichiarano le stesse cose) e si sono rifatti una verginità anche con l’aiuto di poteri forti. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. ln realtà, Tutto cambia, niente cambia, cara dott.ssa Nardi. «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra». (G.T. di Lampedusa). Molti di questi “onesti”, prima lavoravano per me, adesso lavorano per altri che ormai rappresentano la pseudo legalità ma che in sostanza hanno sostituito la camorra pur facendo le stesse cose, tranne, ovviamente, uccidere con le armi. Loro sono molto più sofisticati e potenti; usano altri mezzi ma il fine è lo stesso: potere, sottomissione degli altri, distruzione dei nemici e soldi. Lei è una giornalista attenta, si chieda chi gestisce i beni confiscati alle mafie e chi vince gli appalti in Campania, guardi a chi sono legati politicamente questi imprenditori e controlli i referenti politici di questi imprenditori vinci tutto con quanti magistrati hanno relazioni e ne tragga le conclusioni. Le basterà acquisire i nominativi di coloro che da decenni organizzano convegni contro la camorra/mafie e le si aprirà un orizzonte davanti! Non mi faccia dire cose che poi mi si ritorceranno contro. Sono già malvisto per la mia onestà intellettuale che mi proibisce di accusare innocenti per fini che nulla hanno a che spartire con la giustizia e con la collaborazione.

Mi creda, da alcuni anni io e i soliti nomi noti del camorfismo campano (per restare net casertano, Sandokan, Bidognetti, Zagaria e altri) non serviamo più al Sistema che via via si è istituzionalizzato e ha indossato la maschera delta legalità. Quindi ci hanno eliminato non per combattere il camorfismo, ma per eliminare dei concorrenti diventati scomodi e spartirsi beni conquistati (confiscati) e gli appalti futuri. Oggi i vecchi capi sono stati sostituiti da uomini “puliti” ma collegati direttamente a chi ha saputo vincere una guerra di classe. Perché non è mai esistita una guerra tra bene e male, tra camorfisti e PPMM* cittadini onesti e politici specchiati, Cioè tra legalità e illegalità. Si è trattato di una vera lotta tra ideologie differente. La nostra che si barcamenava tra i vari settori del mondo imprenditoriale e politico e quindi, a seconda dei casi, collaborava con chi aveva il potere di far arrivare i soldi e gli appalti, giacché il nostro obiettivo era quello di guadagnare e dimostrare che potevamo far vivere le persone che “appartenevano a noi”. La seconda, composta da ex studenti e militanti di sinistra che una volta ottenuto posti chiave (magistratura, istituzioni) hanno sferrato l’attacco per distruggere tutti coloro che ostacolavano la loro progettazione e le loro ideologie. No, no sto farneticando. Parlo perché ho dialogato spesso e a lungo con alcuni di questi signori e conosco il loro pensiero e cosa hanno fatto, Lei è una persona colta e attenta, non dia credito a me, analizzi a fondo i cambiamenti avvenuti nei paesi un tempo dominati dai cosiddetti boss. Controlli quali sono le ditte e gli imprenditori che da alcuni anni sono stimati anche dai PPMM e verifiche la loro provenienza politica. Stesso discorso vale per i nuovi politici. Controlli quanti lavori sono stati assegnati anche ai fratelli, ai cognati, ai nipoti e ai figli dei PPMM e dei Politici loro collegati, rimarrà basita! Con i vecchi boss al comando nei rispettivi paesi i familiari di questi signori non avrebbero mai potuto ottenere lavori milionari. Non perché noi non glieli avremmo lasciati assegnare, ma perché i loro congiunti avrebbero dovuto “sedersi con noi, accordarsi con noi rischiando di finire per essere arrestati” e i loro familiari potenti sarebbero stati indicati come probabili collusi. ln Calabria queste spartizioni sono diventate la norma, perché i “volti puliti”, quelli che rivestono ruoli istituzionali a tutti i livelli, sono direttamente fegati ai capi essendo loro parenti stretti.

Le sembra normale che i beni confiscati alle mafie e riadattati, ad esempio, i caseifici dati alle associazioni, titolari rilasciare intervista alla RAI e dire che a Castel Volturno o a Casal di Principe le loro bufale sono sane, i pascoli non sono inquinati e quindi le mozzarelle sono ottime. Mentre il caseificio di fronte o di lato, non essendo legato alle varie associazioni antimafie nate come funghi, devono sentire ogni giorno stessi organi d’informazione riferire ai cittadini italiani che il toro latte è inquinato dai rifiuti tossissi seppelliti proprio in quella zona, e che le bufale sono malate? Eppure la distanza tra i due caseifici è di zero metri!!! Com’è possibile una simile (dis)informazione senza una volontà dei potenti? E quindi anche dei magistrati e delle forze dell’ordine competenti che non intervengono per mettere i sigilli anche ai caseifici assegnati alle varie associazioni? Lei può mai credere che a distanza di dieci metri i rifiuti tossici abbiano risparmiato, guarda caso, solo quel caseificio o altre aziende assegnate agli amici degli amici?

Fermiamoci qua, ok?

Preferisco descriverle quello che è il mio pensiero relativo alla nostra società. Vorrei parlare della violenza, quella dei potenti e quella degli oppressi. La prima è illimitata e determina sempre altre spirali di violenza. E una violenza che si autoalimenta, perché è la violenza di pochi contro il popolo, gli operai, i disoccupati, i precari, gli esodati. È la violenza dei parassiti, degli oziosi, devi viziati, degli sfruttatori contro coloro che non hanno soldi, i bisognosi, gli affamati. E la violenza dei ricchi, dei borghesi, di coloro che vogliono per sé le case, le proprietà, i lussi, l’impunità contro quelli che lottano per non morire di fame, per avere un tetto sulla testa e un lavoro umile ma onesto e dignitoso. La violenza dei potenti è il disordine permanente, è la “guerra civile” permanente, perché mai gli operai, i contadini, gli impiegati e gli intellettuali poveri si adatteranno e mai lasceranno ai primi il potere di umiliarti, affamarli, annientarli. La violenza dal basso è necessaria per eliminare gli abusi, per costringere i prepotenti ad adattarsi alle leggi dello Stato, ma anche per sconfiggere il crimine e per insegnare ai criminali che bisogna lavorare onestamente. La violenza dal basso è transitoria, perché la maggioranza dei poveri deve affrontare un nemico fortissimo che possiede il Governo (potere esecutivo, legislativo e giudiziario). È la tendenza all’ordine che, per trionfare, deve distruggere le condizioni attuali. Bisogna unire le forze dei poveri, degli umili, del popolino se si vuole arrestare la violenza dall’alto e portare un po’ di pace e prosperità anche nei bassifondi.

Naturalmente non intendo assolutamente auspicare in una rivoluzione violenta, con le armi, bensì in una rivoluzione pacifica, come quella di Gandhi e di SRI Aurobind0 [1], meno noto del primo ma, a mio avviso, altrettanto importante. Una rivolta contro te ingiustizie, contro la povertà, contro ogni forma di discriminazione. Nel mio caso, una rivolta contro lo sfruttamento dei collaboratori usati e buttati via come sacchi della spazzatura. Sto lottando per aprire una comunità di recupero per noi collaboratori di giustizia, senza alcuna preclusione o chiusura contro altre persone desempowered. Una comunità che ci consenta di riscattarci, di lavorare onestamente e di ricreare una comunità (per citare Tonnïes, Gemeinschaft) fondata sul reciproco riconoscimento, quella per intenderci che se uno cade troverà subito un altro pronto ad allungargli una mano, dove Fe relazioni sono genuine e vere nella quale vivere in pace e per fa pace. Perché è inutile illudersi di credere che per noi la società civile, quella Vostra, riuscirà a perdonarci e ad accoglierci ritenendoci simili! Lei starà pensando: «La Torre è impazzito! Questa è utopia!>>. Le spiego cosa intendo con utopia. Parafrasando Paulo Freie, dico anch’io che “utopico” non significa qualcosa di irrealizzabile, non è espressione di idealismo. Utopia significa un atteggiamento dialettico negli atti di denunciare, dell’annunciare-denunciare la struttura che disumanizza ed annunciare la struttura che umanizza. Quindi l’utopia è un impegno nella storia. La coscientizzazione ha un chiaro rapporto con l’utopia. Quanto più siamo coscientizzati, tanto più diveniamo, mediante l’impegno che assumiamo di cambiare la realtà, annunciatori e denunciatori. Quando coscientizzo me stesso, mi rendo conto che i miei fratelli che non mangiano, che non ridono, che non cantano, che non amano, le cui vite sono oppresse e disprezzate, soffrono per una data realtà che è la causa di tutto ciò. È forse utopia sperare e lottare affinché anche noi collaboratori truffati da chi avrebbe dovuto recuperarci possiamo crearci da soli, e legalmente, meglio se con l’aiuto di associazioni non-profit e volontari, un futuro e un posto in cui poter vivere e lavorare? È forse utopia sperare e lottare affinché anche noi collaboratori truffati da chi avrebbe dovuto recuperarci possiamo crearci da soli, e legalmente, meglio se con l’aiuto di associazioni non-profit e volontari, un futuro e un posto in cui poter vivere e lavorare? È forse utopia desiderare e lottare affinché per i futuri collaboratori nelle carceri vengano attivati progetti di formazione professionale e programmi seri di recupero che aiutino a rivedere criticamente il loro passato, piuttosto che lasciarli vivere in un ozio deleterio e inutile che non agevola un loro cambiamento?

[1] «Nasce a Calcutta il 15 agosto 1872. fl 24 novembre 1926 Sri Aurobindo decide di ritirarsi nella sua stanza, dalla quale non uscirà mai più, fino alla morte, i’ 5 dicembre del 1950. Il ritiro era necessario per potersi concentrare più intensamente in quello che egli considerava il suo vero lavoro: «Non è contro il governo britannico che ora devo battermi, questo chiunque può farlo, ma contro l’intera Natura universale!». Non rinuncia all’attività politica: il 2 maggio del 1908 viene arrestato dalla polizia inglese e rinchiuso nel carcere di Alipore, dove resterà un intero anno in attesa di processo, dal quale uscirà scagionato da ogni accusa. Durante l’anno in cella di isolamento Sri Aurobindo va approfondendo le sue esperienze interiori che lo condurranno rapidamente a quello che egli definisce ‘l il segreto dell’azione». Uscito di prigione nel maggio 1909, ritrova una situazione politica fortemente compromessa dalle esecuzioni e dalle deportazioni di massa compiute dal governo britannico. Si rimette subito al Eavoro, fonda due nuovi quotidiani, uno in lingua inglese (Karmayogin) e uno in bengali (Dharma), nei quali rilancia l’ideare dell’indipendenza totale e della non-cooperazione con gli inglesi, riuscendo a riaggregare i pochi uomini ancora disposti alla lotta contro il dominio coloniale britannico. Nel febbraio del 1910 viene avvertito che gli inglesi stanno per arrestarlo con un’altra falsa accusa. Obbedendo a un ordine interiore si imbarca segretamente per Chandernagore, che lascerà il 31 marzo per raggiungere il 4 aprile dello stesso anno Pondichéry, allora un’enclave dell’India francese, dove rimarrà per il resto della sua esistenza.

Lei ha scritto un libro in cui racconta la sua vita e molto altro…la notizia della imminente pubblicazione, secondo lei, cosa ha determinato nell’immaginario collettivo?

Nella sua domanda mi chiede se il mio libro possa aver determinato qualcosa nell’immaginario collettivo? Non posso rispondere perché non è ancora stato pubblicato e quindi dovrei fare una previsione, cosa che personalmente non amo fare in nessun campo. Posso però dirle, avendo letto in questi ultimi giorni alcuni articoli relativi all’arresto dei miei congiunti, mio figlio e mio fratello e al mio ennesimo coinvolgimento in fatti che non ho mai nemmeno immaginato, che alcuni miei nemici e detrattori hanno paura delle mie verità. Sa, fino ad oggi hanno potuto speculare e approfittare del loro potere, per trarne profitti immeritati, grazie anche al fatto che molti giornalisti sono at loro servizio e quindi hanno potuto scrivere, raccontare e infangarmi come meglio preferivano e perciò adesso stanno correndo ai ripari e per farlo, per conservare un minimo di credibilità, devono delegittimarmi e instillare nelle menti dei cittadini che quei che racconto non è vero. Io ero e sono un criminale. Prenda ad esempio, l’articolo del 28 aprile 2018 Cronache di Caserta.

Un certo Tallino, pseudo giornalista altro lecchino che non solo scrive menzogne e non legge gli atti processuali, limitandosi a trascrivere le parti che gli passa qualcuno che è dovuto al segreto istruttorio, ma ha addirittura citato intercettazioni ambientali e telefoniche che non esistono (le intercettazioni vanno lette per intero e non estrapolando i brani che si prestano ad avallare le falsità)!!! Mi ha accusato di aver detto frasi minacciose contro il dottor D’Alessio. Mi creda, sono accuse ridicole. La solita storiella creata ad arte e che si ripete ormai da alcuni anni con i vari Saviano, mai minacciato e mai bersaglio di attentati né miei né di altri, e da alcuni PPMM che non hanno mai condotto indagini importanti, e qualche indagine o processo importante già in fase avanzata gli è stata “donata” da altri PPMM esperti e che in anni critici per davvero hanno rischiato grosso. Il dottor D’Alessio, nella sua intervista, si atteggia a martire e a salvatore della Provincia casertana. Ridicolo! Parla di minacce e di probabili attentati. Alcuni pennivendoli mi descrivono come mezzo pentito o del tutto falso. Proprio loro che non sono nemmeno mezzi giornalisti, A questi calunniatori e mentitori di professione risponderò con il mio libro, dove finalmente molte persone potranno rendersi conto di cos’è la collaborazione e di cosa ho dovuto subire per mano di qualche PM per il solo fatto di aver voluto conservare la mia dignità e fa mia autonomia di pensiero, piuttosto che diventare come moltissimi pentiti tanto amati da alcuni PPMM perché sono diventati dei burattini nelle loro mani. Purtroppo, per questi PPMM, io non sono mai stato un burattino, caso mai sono stato un burattinaio e quindi con me le loro tecniche di persuasione non hanno attecchito. Ne vedremo dj belle in futuro. Naturalmente preciso che non sto minacciando nessuno, perché avendo scelto la cultura e la vita pacifica intendo dire che saprò difendermi e saprò anche dimostrare nelle aule di giustizia, di fronte ai Giudici terzi e spero equidistanti, le moltissime violazioni alfa legge vigente in materia di collaborazione con la giustizia.

Chissà per quale arcano motivo il dottor D’Alessio non ha voluto consegnare al mio difensore di fiducia i verbali di interrogatorio effettuati con lui! Forse perché le lettere e altri episodi che ha voluto mistificare per farsi passare per un PM minacciato e accusarmi di aver commesso reati io glieli avevo riferiti nel 2015, nel 2016 e nel 2017??? Lasciamo perdere perché simili azioni fanno parte delle persone poche serie ed io non voglio prestarmi a dar Foro importanza. Il dottor D’Alessio sa benissimo che non ‘o stimo, gliel’ho detto in faccia dinanzi ai miei legali. E non perché come vuole far credere ha fatto indagini su di me o su mio figlio, ma perché non è un uomo serio! Ed ha voluto creare i presupposti per ottenere i suoi 15 minuti di notorietà. Ma le pare possibile che con tanti boss attivi, il dottor D’Alessio rischierebbe la vita proprio da me? Al suo posto mi vergognerei. Ma si sa che ormai hanno creato il personaggio La Torre e che basta un rigo per diventare importanti e finti eroi, e ne approfittano! Ecco perché ho sempre detto e scritto che stimo e ammiro molti PPMM, anche quelli che mi hanno indagato, arrestato e condannato, ma lo hanno fatto trovando le prove o utilizzando le mie autoaccuse, ma senza inventarle usando falsi pentiti che vengono messi assieme e imboccati. La stima e il rispetto si devono conquistare, non è sufficiente un ruolo istituzionale. Ci vuole un comportamento onesto e bisogna agire nel rispetto dette leggi vigenti, altrimenti diventa una pretesa, questa sì che è una minaccia!!! Spero che adesso che al dottor D’Alessio è stata dedicata un’intera pagina (la N O 20) dell’importantissima testata internazionale Cronache di Caserta possa sentirsi realizzato e soddisfatto e inizi ad indagare anche sui veri criminali, su chi dalla DDA passa le notizie riservate ai giornalisti e sulla corruzione ad alto livello, lasciandomi un po’ in pace. Spero che abbia un po’ di riconoscenza visto che da perfetto sconosciuto grazie a me è diventato famoso!

Le allego alcune missive scritte nel 2016 ad alcuni Illustri e importanti PPMM dell’antimafia quando apparvero i primi articoli relativi alle presunte minacce ai danni dell’erede di Falcone e Borsellino. Ai PPMM in cerca di notorietà e di scorte consiglierei di mettere le microspie nelle carceri e nelle sezioni adibite alla gestione dei collaboratori, sentirebbero parolacce, minacce, altro che sfoghi di rabbia, e altre frasi inenarrabili e loro potrebbero chiedere un carro armato! Alcuni PPMM sono così presuntuosi che pretendono di ricevere lodi e complimenti anche da coloro i quali vengono perseguitati e fatti a pezzi mediante un linciaggio mediatico e con prove preconfezionate! Sono sicuro che lei pubblicherà anche la denuncia inoltrata ai massimi vertici dell’antimafia nella quale parlo di come i neo collaboratori vengono messi assieme. E poi vogliono parlare di onestà, legalità e altre belle parole che servono solo a illudere i cittadini onesti! A questi PPMM malati di protagonismo voglio ricordare che le mafie non minacciano, non avvisano, quando decidono che un magistrato deve morire lo fanno senza preavvisi! Possibile che per alcuni PPMM la tragica storia degli anni ’90 non abbia insegnato nulla! ln oltre tredici anni di 41 bis non ho mai detto una sola parola che potesse prestarsi a diventare una minaccia sapendo che ero intercettato. E siccome non ho mai amato nascondermi dietro la vigliaccheria, una sola volta che volli minacciare un giornalista (Mimmo Pelagalli), lo feci scrivendogli una lettera firmata a mio nome. So benissimo che sono stato sempre intercettato, allora sarei uno scemo se nei colloqui dicessi parole fuori luogo. Quando pubblicherò tutte le trascrizioni telefoniche e ambientali saranno molti a ridere perché sarà evidente che non ho mai detto nulla che potesse somigliare a minacce. Ho detto molte cose, ma che riguardavano l’intelligenza e la lealtà di alcuni PPMM che dovrebbero fare un altro mestiere. Ma questo l’ho anche scritto ai vertici dell’antimafia, perciò sono pronto a confermarlo anche in aula.

Comunque per restare sulla pubblicazione del mio libro, ho letto che alcuni giornalisti, Marilù Musto e Biagio Salvati de Il Mattino ne hanno parlato. Immaginavo che il mio libro autobiografico avesse creato scalpore e di sicuro moltissime critiche, ma solo perché sono in molti a temere che molte verità diventino di dominio pubblico e chi ha speculato sulle menzogne dovrà correre ai ripari. Quindi mi ero preparato per il dopo, ma non per un prima. ln 56 anni di vita non ho mai sentito né visto che le critiche ad un libro o ad un film cominciassero prima della loro diffusione! Quando si tratta di me i miei nemici diventano davvero geniali! Ripeto, non immaginavo minimamente che ancor prima di uscire in libreria alcuni pennivendoli “etero diretti” cominciassero a delegittimarmi e gettare ombre sul contenuto. Come non immaginavo che qualche PM temendo le mie denunce si inventasse questi arresti. Ma non fa niente. Lascerò che siano i lettori a giudicare il mio lavoro letterario. Come lascerò che siano i Giudici a valutare le accuse che hanno riguardato me, mio figlio e mio fratello! Qualsiasi cosa il dottor D’Alessio riuscirà a produrre, anche altre false accuse provenienti da neo pentiti o vecchi pentiti mesi assieme e fatti assistere dagli stessi avvocati per meglio essere istruiti, non potrà mai cancellare 18 anni di continue e gravissime violazioni commesse nella gestione dei collaboratori. Legga il mio esposto datato 2006 e lo renda pubblico, ok? E legga anche gli esposti più recenti, ok? E secondo questi sciacalli dovrei essere io a vergognarmi?

Un patto di collaborazione prevede la sottoscrizione di alcuni termini…i termini del patto, appunto…lei ha rispettato ciò che ha sottoscritto?, e lo Stato?

Quando dico e sostengo che sono un uomo serio, maledettamente serio (non scrivo più un uomo d’onore perché tale frase è letta negativamente. Ormai nell’immaginario collettivo, anche nella visione dei magistrati requirenti e giudicanti, è sinonimo di mentalità camorfistica!) Io dico perché ho onorato alla lettera il patto stipulato con i PPMM che hanno gestito la mia collaborazione E le dirò di più, se quegli stessi PPMM fossero ancora alla DDA di Napoli anche toro avrebbero onorato il patto stipulato nel 2003. E voglio precisare che parlo del patto stipulato dopo l’infrazione per il caso Mandara. Patto che è stato anche scritto nero su bianco, Ecco perché posso dire che i successori dei precedenti PPMM sono poco seri e hanno dimostrato di non stimare i loro stessi colleghi visto che hanno infranto un loro accordo, un accordo non soggettivo ma siglato in nome dell’ufficio della DDA, di tutto l’ufficio!!! Ecco perché sono incazzato nero, perché si sono comportati come uomini privi di parola, e questo è qualcosa di paradossale per chi ha l’obbligo di far rispettare la legge e di dare esempio positivi. Dunque, nel mio caso (ma posso dire che in moltissimi altri casi) to Stato (per delega ai PPMM) non ha mantenuto i patti presi con me! Il resto sono menzogne dette solo per giustificare una lotta intestina tra fazioni di PPMM che si detestano, si odiano, cercano di delegittimare il lavoro e i successi di altri PPMM. No, le assicuro che non parlo a vanvera. Conosco nomi e cognomi dei PPMM che mi attaccano per colpire altri PPMM, quelli che per anni utilizzando le mie dichiarazioni hanno vinto moltissimi processi. Ci sono alcuni PPMM che mi hanno sempre apprezzato, sono convinti del mio cambiamento e del mio comportamento, ma non hanno alcun potere decisionale sulla mia posizione e quindi non possono intervenire. Sono questi PPMM che stimo e la mia stima è disinteressata perché non hanno mai potuto aiutarmi o relazionare in mio favore, relazionare il vero, sia ben chiaro!!! Lasciamo perdere. Il tempo è galantuomo e io sono sicuro che la verità sulla mia collaborazione uscirà prepotentemente a galla. Una parte la farà il mio libro, ne sono certo, ma poi saranno altre persone che interverranno per capire molte anomalie!

Cosa sarebbe disposto a fare per lasciarsi alle spalle oggi stesso le mura del carcere?, un altro patto?, si fiderebbe?

No, oggi non sono più disposto a fare nuovi patti. Lo Stato (i PPMM) hanno il dovere morale ed etico di rispettare il patto stipulato nel 2003 (dopo la violazione per l’episodio Mandara). Certo che mi fido ancora dei PPMM, ne conosco molti che sono persone perbene e uomini di parola, per cui se dovesse capitare di dover parlare con uno o con più di uno di questi PPMM che definisco deontologicamente ineccepibili, direi soltanto: “Fate in modo che i vostri colleghi rispettino il patto stipulato net 2003!” Non aggiungerei null’altro.

Cosa sono le Idee secondo lei?

Esse sono un valore, degli “ideali”, dei principi morali. Le idee guidano le azioni degli uomini. Per le proprie idee si lotta, si muore. Anche in questo caso non voglio fare dissertazioni di tipo filosofico. Le dirò cosa sono per me le idee. Sono la benzina che mi consente di vivere. Amo le mie idee, le analizzo, le confronto, le metto in atto (quando posso) e per loro sono pronto ad enormi sacrifici. La mia idea di collaborazione con la giustizia e di giustizia è talmente forte che ho deciso di rischiare tutto quello che mi rimane: me stesso! Avrà capito quanto valgono per me le MIE idee, giusto? E quando scrivo che «amo la coerenza della mia incoerenza», intendo dire che quando mi rendo conto che sto lottando per un ideale sbagliato, non ci trovo nulla di sbagliato nell’ammetterlo e rimediare, anche cambiando di 360° . Solo gli stupidi non cambiano mai idea.

Chi è Augusto La Torre?

Chi sono? Questa domanda così semplice e apparentemente banale nasconde, in realtà, la più difficile di tutte le domanda. I filosofi ci hanno speculato per secoli e continuano a farlo, e sono moltissime le persone che ancora non conoscono loro stessi (Gnõthi seautón!). Il conoscere se stessi può sembrare in opposizione al conoscere il mondo, ma le due conoscenze possono considerarsi due facce di una sola medaglia: la filosofia è amore per il sapere, per la conoscenza e una conoscenza viva e attuale non può prescindere dalla mente che conosce (e dai suoi condizionamenti). Sant’Agostino: scrisse: «Non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell’uomo che risiede la verità».

Chi sono io? Cara dott.ssa Nardi, non ci resti male se le scrivo che mi verrebbe voglia di dirle di rivolgersi a Saviano, a De Rosa, al dottor D’Alessio e ai pennivendoli che senza avermi mai visto, nemmeno di striscio, senza avermi mai posto una domanda e ascoltato una mia risposta, si sono arrogati il diritto di descrivermi anche caratterialmente, psicologicamente e interiormente. Sicuramente loro mi conoscono meglio di me stesso. Pensi che proprio oggi (21 maggio c.a.) ho ricevuto i giornali campani che riportavano la notizia dell’arresto di mio figlio e di mio fratello e quindi ho potuto apprendere di possedere anche il dono dell’ubiquità. Sì, ha letto bene. Per questo maestro del giornalismo nostrano, tale Giuseppe Tallino [1], tra il 2006 e il 2012 Nicola Bifone mi avrebbe incontrato a Mondragone e mi avrebbe consegnato una pistola. Devo confessare che di fronte ad una simile scoperta, opera di un cronista preparato che sicuramente avrà letto e si sarà documentato, non posso che ammettere che è vero. Ricordo perfettamente che io e Nicola Bifone offrimmo un caffè al Sig. Tallino e ricordo che lui vide il passaggio della pistola da Nicola a me. Com’è stato possibile che io abbia potuto compiere una simile azione illegale dal momento che dal 6 giugno 1996 ad oggi (21 maggio 2018) non sono mai uscito dal carcere e non sono mai stato a Mondragone (se non per effettuare dei sopralluoghi accompagnato dai carabinieri)? L’unica spiegazione plausibile è che possiedo il dono dell’ubiquità. Vede, quando parlo di pennivendoli e di asini patentati, la vergogna del giornalismo, mi riferisco a questi signori che definire giornalisti è un enorme complimento e una grave offesa per i veri giornalisti. Qualche giornalista serio dovrebbe scrivere che per evitare articoli pieni di falsità ho recentemente rifiutato un permesso di 4 ore per abbracciare mia madre. La mia presenza a Mondragone, anche per 4 ore chiuso in casa, avrebbe fatto scatenare i tanti pennivendoli etero diretti. Capito come sono costretto a vivere?

Chi sono? Un uomo odiato, temuto, rispettato e anche amato (sì, anche gli ex criminali e i criminali hanno persone che li amano!). Per alcuni sono stato un prepotente, per altri un benefattore, per altri un rivoluzionario, un anarchico, un razzista, un nazista e anche un comunista. Quante anime, antitetiche, nello stesso corpo. Vengo considerato un uomo complesso. Il grande Cesare Pavese ebbe a dire: «C’è in me almeno tanto egoismo quanta generosità, e c’è sempre esitazione e fedeltà e tradimento. Io non mi confesso né ai preti né agli amici, anzi, appena mi accorgo che un amico mi sta entrando dentro, lo abbandono, Ed abbandono le donne appena mi illudo che mi vogliano bene. Sono sempre alla disperata ricerca di quella che non me ne ha voluto e non me ne vorrà. La sofferenza mi spaventa, ma è 10 stesso spavento della madre che deve partorire. Non per questo sono un uomo complesso, come mi hanno descritto scrittori,e giornalisti e alcuni PPMM che non hanno capito nulla di me! È complessa la vigna, dove l’impasto concimi-sementi, acqua e sole, dà l’uva migliore, ma non quella dove, troppo spesso, alla stagione del raccolto le viti sono inaridite e senza grappoli. lo sono fatto di tante parti, che non si fondono; in letteratura l’aggettivo adatto è eclettico. E proprio l’aggettivo che odio di più nella vita e nei libri, ma il mio odio non basta ad espellerlo» (Il vizio assurdo, Cesare Pavese).

Io scrivo per dimenticare me stesso.

«Siamo ragni, lumache e molluschi di una razza più nobile — passi pure – non vorremmo una ragnatela come il ragno, un guscio come la lumaca o una conchiglia come un mollusco, ma un piccolo mondo per vivere in esso e per vivere di esso, sì. Un ideale, un sentimento, un’abitudine, un’occupazione — ecco il piccolo mondo, ecco it guscio di questo lumacone, o uomo — come to chiamano. Senza questo è impossibile la vita. Quando tu riesci a non avere più un ideale, perché osservando la vita sembra un enorme pupazzata, senza nesso, senza spiegazione mai; quando tu non hai più un sentimento, perché sei riuscito a non stimare, a non curare più gli uomini e le cose, e ti manca perciò la abitudine, che non trovi, e l’occupazione, che sdegni — quando tu, in una parola, vivrai senza la vita, penserai senza pensiero, sentirai senza cuore — allora tu non saprai che fare: sarai un viandante senza casa, un uccello senza nido. fo sono così. La grandezza, la fama, la gloria, non stimolano più l’anima mia. Vale forse logorarsi il cervello e fo spirito, per essere rammentato e apprezzato dagli uomini? Sciocchezze! Soffrire i tormenti dell’arte, dare il sangue delle vene, it sogno delle notti, la pace della vita — per avere in ricompensa il plauso e la lode dei vermi? Sciocchezze! Io scrivo e studio per dimenticare me stesso — distormi dalla disperazione. Brucerò tutto prima di morire, Cara dott.ssa Francesca, perdonami, questa sfuriata. Volli solo mostrarti che la mia infelicità non vive, come potrai pensare tu, netta mia fantasia. Non credere tanto che la mancanza di ogni illusione e d’ogni speranza mi perda. Un concetto positivo e scientifico della vita, mi fa vivere come tutti gli altri vermi. ln certi momenti di abbandono parlo come un insensato e sento un impetuoso desiderio di non vivere — ma poi tutto finisce — nel mio cervello si fa un vuoto nero, orribile, raccapricciante, come il misterioso fondo del mare popolato da mostruosi pensieri che guizzano, passando minacciosi. Laceri questa lettera, confessione dei miei tormenti (Pirandello, lettere ai familiari).

Concludo dicendoLe che IO SONO SCONFITTO MOMENTANEAMENTE, MA LA FORZA DELLE COSE LAVORA PER ME A LUNGO ANDARE….! (Gramsci).

[1] Cronache di Caserta del 1 0 maggio 2018 alla Pagina 20

 

PGlmcmFtZSBzcmM9Imh0dHBzOi8vd3d3LmZhY2Vib29rLmNvbS9wbHVnaW5zL2xpa2UucGhwP2hyZWY9aHR0cHMlM0ElMkYlMkZ3d3cuZmFjZWJvb2suY29tJTJGYXBwaWFwb2xpcyUyRiZ3aWR0aD0xMTQmbGF5b3V0PWJ1dHRvbl9jb3VudCZhY3Rpb249bGlrZSZzaXplPXNtYWxsJnNob3dfZmFjZXM9ZmFsc2Umc2hhcmU9ZmFsc2UmaGVpZ2h0PTIxJmFwcElkPTE4NTQ2NTgzNjgxNzczOTAiIHdpZHRoPSIxMTQiIGhlaWdodD0iMjEiIHN0eWxlPSJib3JkZXI6bm9uZTtvdmVyZmxvdzpoaWRkZW4iIHNjcm9sbGluZz0ibm8iIGZyYW1lYm9yZGVyPSIwIiBhbGxvd1RyYW5zcGFyZW5jeT0idHJ1ZSI+PC9pZnJhbWU+
PUBBLICA ASSISTENZA SAN MICHELE SERVIZIO AMBULANZE 24 H24
Trasporto sangue e organi
Trasporto infermi
Assistenza medica e infermieristica
Assistenza sanitaria in manifestazioni di enti Pubblici e Privati
Accompagnamento per terapie e visite mediche
Autoriz. Reg. N°2007/24465

Ho compreso che...
le persone possono dimenticare ciò che hai detto.
le persone possono dimenticare ciò che hai fatto.
ma le persone non scorderanno mai come le hai fatte sentire.
Dott. Carozza Michele

339.5082804 - 335.6094623 - 0823.458796
VIA LIGURIA, 21 - 81020 SAN MARCO EVANGELISTA (CE)