IL CINEMA DELLA MENTE

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“Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita.”

(Alda Merini)

“La malattia mentale è ancora oggi, purtroppo, un tabù, e alcune patologie sanno suscitare nient’altro che sospetto, diffidenza, paura, anche se certi vissuti sono solo apparentemente distanti e lontani da quelli dei cosiddetti “normali”. E pensare che basterebbe sentir suonare una canzone per ritrovarsi a cantare insieme, a sdrammatizzare, a condividere.”
(Francesco Guccini)

Un pazzo! è qualcosa che fa orrore, E tu cosa sei, tu, lettore? In quale categoria ti schieri? in quella degli sciocchi o in quella dei pazzi? Se ti dessero la possibilità di scegliere, la tua vanità preferirebbe certo l’ultima condizione.”

(Gustave Flaubert)

  

 Quanto può essere efficace, diretta ed esplicita un’immagine? Quanta potenza può avere il cinema nel sapere rappresentare gli aspetti più reconditi della nostra mente?

Il cinema ha la straordinaria capacità di avere un impatto e una risonanza indefinibili. Tutte le volte che siamo di fronte ad uno schermo cinematografico è l’inizio di un’avventura. Un film può, consapevolmente o inconsapevolmente, avere diversi intenti, di informazione o di denuncia : è sicuramente una delle più moderne forme di comunicazione. È questa la sua grande forza, il potere di mettere in scena il reale.

Cinema e psichiatria lavorano bene insieme. Ma non è un rapporto privo di conflitti : così come un film può mettere a tacere luoghi comuni o stereotipi su tanti disturbi mentali, così può travisarne gli aspetti, idealizzandoli, arrivando persino a svalutare sia i medici che i pazienti. Nonostante questo, senza dubbio il potere metaforico del cinema ha contribuito a plasmare la comprensione collettiva delle malattie psichiche.

Il cinema sceglie il suo personale modo di affrontare questi particolari disturbi, sfruttando ad esempio la psicologia dei colori (“In generale il colore è un mezzo per influenzare direttamente un’anima”, dice Kandinskij), o la focalizzazione sui primi piani. Analizziamo alcuni tipi di disturbi psichici attraverso pellicole che hanno saputo affrontarli con la dovuta attenzione.

  1. Il disturbo bipolare

(Il disturbo bipolare, o sindrome maniaco depressiva, è caratterizzato da gravi alterazioni dell’umore, con alternarsi di episodi maniacali o depressivi).

 

“Shame” (2011), di Steve McQueen

Film di una potenza devastante capace di rappresentare l’alienazione umana del nuovo millennio con coraggio e senza mezze misure. Michael Fassbender interpreta le due facce di Brandon : affascinante business man, e uomo affetto da una grave dipendenza dal sesso e dalla pornografia. In “Shame” ogni scena si succede meccanicamente, automaticamente, proprio per sottolineare il senso di solitudine assoluto, la mancanza di affetti e la sofferenza. Le immagine sono crude, i corpi nudi sono inquadrati ossessivamente per mostrare la mancanza di pudore, e per spiegare, nel caso ce ne fosse bisogno, cosa significa la parola vergogna (shame). Steve McQueen pone le basi anche per un’interessante riflessione sul rapporto tra l’uomo e le immagini della società contemporanea (programmi televisivi, pubblicità, YouTube, siti pornografici) : anche l’uomo stesso diventa un’immagine illusoria e fittizia.

“Il lato positivo” (2012), di David O. Russell

Pat ha un disturbo affettivo bipolare. Dopo essere stato rinchiuso in un istituto psichiatrico per aver malmenato l’amante di sua moglie, cerca di reinserirsi in un contesto sociale che lo opprime. L’incontro con Tiffany, una misteriosa e problematica donna, cambia la sua vita : due fragilità che si fondono e danno vita a un sentimento puro e assolutamente commovente.“L’unico modo per sconfiggere la mia pazzia era facendo qualcosa di ancora più pazzo. Grazie. Ti amo. L’ho capito dal momento in cui ti ho visto. Mi dispiace mi ci sia voluto così tanto tempo per recuperare!”, dice Pat a Tiffany dopo aver riscoperto la forza e lo stimolo che può dare un’emozione. “Il lato positivo” è a metà tra una commedia e un dramma e riesce ad esprimere la nevrosi di un uomo, e la ricerca disperata di una speranza, di un “lato positivo” che permetta di vivere. Affrontare con leggerezza, mantenendo il rispetto e il riguardo dovuti, un disturbo mentale così complesso e difficile da definire, è una trovata brillante e coinvolgente. È un film che infonde speranza e lascia un sorriso. È una piacevole sensazione.

  1. L’insonnia

(Disturbo del sonno caratterizzato dall’incapacità di dormire nonostante l’organismo ne abbia il reale bisogno fisiologico. Comporta stanchezza, irritabilità, difficoltà di apprendimento, perdita della memoria).

“L’uomo senza sonno” (2004), di Brad Anderson

Un Christian Bale ridotto a scheletro interpreta Trevor Reznik, un operaio di fabbrica che a causa di uno shock non precisato non dorme da un anno. Il suo fisico è stremato dalla mancanza di riposo, ha un aspetto cadaverico e comincia ad avere delle allucinazioni. Lo spettatore è totalmente immedesimato dalla storia e avverte per tutta la durata del film una sensazione di semi-coscienza. Si avverte la claustrofobia, la mancanza di lucidità, il delirio, il trauma, l’annullamento progressivo dell’uomo. “L’uomo senza sonno” è un film non a caso lento che affronta l’insonnia in modo diretto e incisivo, con l’utilizzo preponderante del colore grigio e del nero.

  1. Amnesia

(Perdita o diminuzione notevole della memoria, sia totale, estesa a tutti i ricordi, sia parziale o limitata)

“Memento” (2000), di Christopher Nolan

Memento è l’imperativo del verbo latino “memini, isse” e vuol dire : “ricorda”. È questo il fulcro del film. Leonard Shelby utilizza polaroid e tatuaggi sulla pelle per cercare di fissare i suoi ricordi che scompaiono costantemente.

La narrazione è caotica, confusa e decisamente non lineare, ma è proprio questo che la rende efficace. Lo spettatore non riesce a seguire un filo logico nella storia, e perde, allo stesso modo di Shelby, frammenti e dettagli. Non si può non avvertire il senso di disorientamento e ossessività. Nolan costruisce una trama studiata appositamente per lasciare immedesimare. Non è un film che si dimentica.

  1. Anoressia

(Disturbo dell’alimentazione caratterizzato da restrizione alimentare, paura di ingrassare e anomalia nel percepire il proprio peso).

 

“Fino all’osso” (2017), di Marti Nixon

Netflix produce un film tutto al femminile. Ellen ha vent’anni, e pur passando da un centro di recupero all’altro, ha la strana ed erronea convinzione di saper tenere a bada il malessere che la sta letteralmente consumando.

Ellen è un personaggio emblematico che racchiude in sé una dose di intelligenza e di consapevolezza e un’altra terrificante e inarrestabile di autodistruzione.

“Fino all’osso” è un film che tratta una tematica difficile utilizzando immagini e parole forti per rappresentarne i suoi sintomi.

Solo toccando il fondo si può risalire. Ellen riacquisisce voglia di vivere proprio nel momento in cui ogni speranza sembra essere svanita. Dal momento in cui sembra pronta a lasciarsi andare e morire, nasce di nuovo. Il film affronta l’anoressia in ogni suo aspetto, dall’origine del problema e alle conseguenze e i danni che infligge all’animo umano.

Per concludere analizziamo un film che rappresenta la cruda realtà degli ospedali psichiatrici, dove molti di questi disturbi di cui abbiamo parlato restano invisibili.

 

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1975), di Miloš  Forman  

Un film rivoluzionario. Vincitore di cinque premi Oscar come miglior film, miglior regista, migliore attore protagonista, migliore attrice protagonista, miglior sceneggiatura non originale, è tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey del 1962.

La storia è ambientata nell’ospedale psichiatrico di Salem, in Oregon (Stati Uniti). Rivisto oggi, “Qualcuno volò sul nido del cuculo” colpisce per la sua innovazione e modernità. Jack Nicholson (Randle Patrick McMurphy) si presenta come una sorta di eroe atipico: un uomo capace di sollevare la sua voce contro la morale comune e la mentalità conformista, riuscendo ad identificarsi come una figura ispiratrice per i suoi amici. McMurphy rappresenta il disordine (nemico assoluto di ogni dittatura) ma è anche un novità, uno stimolo intellettuale e fisico, la consapevolezza che la vita non è finita al momento del ricovero: la figura del protagonista è un’immagine di speranza e coraggio. Il regista Miloš Forman rappresenta così la nostra civiltà, dove non si distingue più il sano dal malato, dove il manicomio è una prigione in cui gli esseri umani vengono privati della loro anima e della loro voglia di vivere, dove la libertà viene uccisa o ridotta al silenzio. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” è un cult intramontabile, un inno alla libertà e alla vita: per essa vale la pena lottare, combattere e morire. È un film che con il passare del tempo conserva intatta la sua carica emotiva e poetica, è un’opera complessa che va al di là della semplice trama e che emana un invito alla ribellione verso chiunque voglia condizionare la nostra vita. Lo spettatore viene messo di fronte alla totale crudeltà delle persone che dovrebbero curare i malati di mente, ma nella realtà si dimostrano ben più folli dei pazienti, arrivando a sfruttare le loro debolezze e insicurezze per mantenere il controllo, e addirittura a utilizzare pratiche disumane di alterazione della psiche, come l’elettroshock o la lobotomia.

È una pellicola emozionante che mette in scena tutti gli aspetti della vita dell’uomo: l’amore, l’amicizia, la voglia di libertà, ma anche la paura, la rabbia, la vergogna. “Qualcuno volò sul nido del cuculo” fa commuovere, ma invita anche a riflettere, spronandoci a lottare, anche a costo di essere emarginati o sconfitti, per l’affermazione della nostra individualità e per non lasciare che un arbitrario sistema di regole ci imponga come vivere e come pensare.

Il messaggio resta chiaro e potente: nessuna gabbia mentale, fisica o politica, può fermare un uomo che cerca la libertà, così resta importante e indelebile la visione di questo film.

Mariantonietta Losanno