ALLE PRESE CON IL DEMONIO…

di Alfredo Grado*

Dopo il caso sollevato dalla trasmissione “Le Iene” di Italia Uno, che nella puntata di mercoledì sera ha mandato in onda un servizio in cui viene ritratto un sacerdote che pratica degli esorcismi ad una ragazzina di 13 anni col consenso dei suoi genitori, è doverosa una riflessione.

Nella società che siamo oramai soliti definire post moderna accade che gruppi diversi di persone utilizzano lo stesso linguaggio per indicare delle realtà diverse e soggettive. Accade, per esempio, che un termine assume significati differenti, indipendentemente dal fatto che ad utilizzarlo sia un sacerdote, uno scienziato o un artista. Il significato del termine possessione, ad esempio, è connesso all’idea che la malattia, sia quella fisica che mentale, sia causata dall’intrusione nel corpo dell’individuo di uno spirito. Qualcuno dirà, saggiamente, che tale concezione è propria di tutti i popoli e di tutti i tempi ed è intimamente connessa al substrato culturale delle singole comunità umane. E in effetti, in molti strati della popolazione si assiste alla presenza simultanea di spiegazioni ed interpretazioni della malattia che si rifanno, da una parte, alla scienza medica ufficiale, dall’altra alla “medicina alternativa”, a quella popolare o famigliare e, per questo, più rassicurante, poiché  attinge ai piani del magico, del soprannaturale o da forme di pensiero estranee all’Occidente. È in un contesto di questo tipo che si inserisce la possessione demoniaca, che si sviluppa e risolve all’interno del rito esorcistico, tipicamente magico nella sua origine arcaica. Essa permette una donazione di senso e significato alla sofferenza di cui l’individuo è portatore, ma di cui non riesce a comprenderne linguaggio e simboli. È la traduzione su un piano tradizionale e famigliare di qualche cosa di sconosciuto, e per questo fortemente angosciante.

Saranno state queste le motivazioni che hanno indotto la famiglia di “Giada” ad abbandonare le cure mediche cui era sottoposta la tredicenne per un disturbo di conversione per affidarla poi ad un prete della provincia di Caserta, che “con la sola imposizione delle mani” avrebbe allontanato il senso di insicurezza che accompagna la malattia della piccola. Ovviamente, là dove la scienza è stata assente, la religione ha polarizzato su di sé tutte le attenzioni emotive della famiglia, che si è rivolta ad un uomo cui è attribuito un potere particolare. E così il Diavolo, nella veste di simbolo, è entrato come contenuto in psicopatologia, dando forma alla possessione diabolica poiché inserita nel rito esorcistico. Il disturbo di Giada, pertanto, espresso attraverso la possessione nel rito esorcistico, ha trovato in questo luogo, mentale prima che fisico, non solo una valvola di sfogo altrimenti negata, ma anche un significato. Nel momento in cui la sofferenza non è stata più senza nome, ma ha trovato nome e cittadinanza all’interno di rituali collettivamente ri-conosciuti e condivisi, è stato possibile controllarla ed esorcizzarla.

Che dire di fronte a tali fatti …di cronaca.

La prima cosa che viene da pensare è che malgrado il passare degli anni, malgrado l’evoluzione della specie e delle società, l’uomo continua a temere l’inconoscibile che ancora è presente nella sua mente, ed è sempre più attratto dal sacro, dal religioso e dal magico. Al contempo, va anche detto che certe pratiche, religiose o alternative che dir si voglia, si sviluppano in maniera maggiore nelle aree in cui i risultati forniti dalla medicina ufficiale si rivelano poco soddisfacenti, e considerato che in Occidente la psichiatria rappresenta ancora una di queste aree la loro sopravvivenza, soprattutto per il trattamento dei disturbi di ordine psicologico, è praticamente assicurata. Relativamente alla piccola “Giada”, le giungano i miei più sinceri auguri di guarigione, consapevole del tempo che occorre per trasformare le ferite dell’animo in cicatrici.

*Docente di Sociologia del Diritto – Criminologo
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