“LA BALLATA DI BUSTER STRUGGS”: IL RITORNO AL WESTERN CON I FRATELLI COEN

La nuova pellicola di Joel e Ethan Coen, dopo aver vinto il premio per la migliore sceneggiatura a Venezia 75, è stata distribuita su Netflix a partire dal 16 novembre. Inizialmente doveva essere una serie TV, ma qualcosa poi è cambiato in fase di post produzione, ed il progetto si è trasformato in un film a sei episodi. Le sei pillole, estremamente varie per tono e durata, non seguono tutte pedissequamente i dettami del genere western, ma spaziano dal musical all’horror, dal dramma al sentimentale, in perfetto stile Coen. Joel e Ethan, infatti, hanno dimostrato di avere delle personalità eccentriche e sopra le righe, riuscendo a combinare insieme una dose di sadico sarcasmo alla componente folle e irriverente.

 Nonostante il fatto che il loro stile sia pieno di sfaccettature, i Coen non perdono mai la linearità e il controllo: tutto è estremamente curato. I loro personaggi sono sempre forti, incisivi, spietati. Anche “La ballata di Buster Struggs” rispecchia queste caratteristiche: è ironico, brutale, cinico, violento, surreale. Il cinema dei Coen è un cinema di ampio respiro e di straordinaria complessità, ne abbiamo avuto prova con “Fargo”, un thriller travestito da commedia; con “Il grande Lebowski”, una pellicola leggera ed ironica, con un cast d’eccezione; con “Non è un paese per vecchi”, un’opera densa e profonda, in cui si consuma una violenza cruda e inumana. La morte per i Coen è un fatto come un altro, non c’è nessuna esitazione nel mostrarla, sembra non ci sia neanche nessuna sofferenza nel metterla in scena. Non bisogna fermarsi, però, alla sola rappresentazione della violenza.

“La ballata di Buster Struggs” si presenta come una favola: un libro che contiene sei storie sul vecchio West apre le sue pagine per trasportarle una dopo l’altra sullo schermo. Il primo episodio vede protagonista l’allegro cowboy canterino Buster Scruggs, che in realtà è uno spietato fuorilegge; nel secondo James Franco interpreta uno sfortunato rapinatore, che riesce a scampare alla prima condanna a morte per furto, ma finisce impiccato poi per un equivoco. Il terzo racconta la storia di un impresario che viaggia di città in città con il suo carro con il quale presenta lo spettacolo de “Il tordo senza ali”, in cui recita un giovane inglese, mutilato sia di gambe che di braccia. Il giovane impresario, sfruttando la tragica situazione del ragazzo, chiede un’offerta al termine di ogni spettacolo, e pur accudendo il giovane, mantiene del distacco nei suoi confronti, fino al punto in cui decide di causarne la morte; nel quarto, un vecchio scava delle piccole buche con il suo piccone e raccoglie del terreno per setacciarlo e trovare tracce di oro, una volta trovato però si imbatte in un giovane cowboy che ha intenzione di rubare il bottino trovato; il quinto, quello dal tono più sentimentale, mette in scena la storia di una donna che, rimasta sola dopo la morte del fratello, in

THE BALLAD OF BUSTER SCRUGGS

gravi difficoltà economiche decide di sposare un giovane e gentile cowboy; l’ultimo infine, vede protagonisti cinque uomini in viaggio verso Fort Morgan a bordo di una diligenza, due fra questi sono cacciatori di taglie.

“La ballata di Buster Struggs” è un’opera colta e di qualità, così come tutto il cinema dei fratelli Coen. I due registi strutturano la loro antologia assumendosi dei rischi: i primi due episodi sono più brillanti e hanno un’ironia diversa, che scema negli ultimi. Non scema mai, però, l’aspetto qualitativo che permette di spaziare tra generi e temi diversi. In ognuno dei sei episodi si può cogliere la cura e la precisione del riuscire a realizzare un genere cinematografico a se stante rispetto agli altri. L’opera resta frammentata, ma non viene turbata l’armonia di tutto l’insieme. Nessuna delle storie raccontate ha un lieto fine: i Coen ci ricordano, infatti, che così come le persone, muoiono facilmente anche i sogni, le speranze, le gesta. Nessun personaggio riesce a portare a compimento il suo obiettivo. Una visione forse un po’ drastica, ma i Coen non hanno mai fatto sconti, nemmeno per i “buoni” della situazione. L’aspetto western, presente in maniera più o meno prevalente, è il codice per raccontare gli uomini e il loro destino. Non c’è nulla che manchi in questa opera: i “terribili” fratelli Coen mantengono il loro tocco geniale.

Mariantonietta Losanno

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