A DON PEPPE DIANA CON AMORE

A cura di Dalia Coronato

Accettate di non essere liberi? Che ci sia qualcuno a dirci cosa fare, chi frequentare? Un sacerdote è stato ammazzato per questo”.  Chiare e dure sono le parole del prefetto di  Caserta Raffaele Ruberto, dopo i primi minuti introduttivi al documentario di tv2000 “Don Peppe Diana martire del riscatto”. A venticinque anni dalla morte del prete assassinato dalla camorra, il giornalista Luigi Ferraiuolo –  omaggiando l’uomo-sacerdote che disse no alla camorra –  invita i cittadini e la comunità ecclesiale ad affrontare temi che per troppo tempo sono stati taciuti. “Don Peppe Diana e la caduta di Gomorra “  è il nuovo libro scritto dal giornalista casertano presente all’incontro previsto all’interno della Biblioteca diocesana di Caserta con il vescovo Mons. Giovanni D’Alise, il vescovo emerito della nostra città Raffaele Nogaro, il Procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, Antonio D’Amato, il prefetto Ruberto e il professore di storia del Cristianesimo Sergio Tanzarella.

A pochi giorni dall’anniversario di morte di don Diana, il professore della Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale di Napoli (PFTIM) ricorda le notizie mendaci che hanno circolato sull’assassinio del prete di Casal di Principe.  Dopo alcune precisazioni dal carattere storico-cronologico sul libro dell’autore, l’esperto in materia racconta della menzogna diffusa. La violenza disumana si era spinta oltre il reato, si parlava di  “delitto passionale” dando avvio ad una serie di calunnie infondate, di diffamazioni volgari contro chi nella casa di Dio sceglieva il “valore anticipatorio della preghiera e della speranza”. La verità veniva coperta da lunghi e freddi silenzi, da accuse infondate, da sospetti criminali anche nei confronti di chi veniva chiamato a testimoniare, come il nostro vescovo emerito Nogaro.

Negli anni di domino assoluto della camorra casalese, tra guerre non dichiarate e spargimenti di sangue innocente, l’impegno civile, religioso e umanitario di Don Diana diventa un atto di coraggio che suscita sgomento. Le parole di un prete, di quel prete “timido e impacciato” – definito amabilmente da Mons. Nogaro – terrorizzano più dei mitra impugnati dalle sentinelle dei clan; perché la verità non porta scuse con sé, e chi si nasconde nella menzogna, nel crimine, vive nel terrore di dover fare prima o poi i conti con la realtà.  I gesti rivoluzionari di Don Diana portano al riscatto del bene sul male tanto desiderato. Il sangue sparso, il cuore a pezzi e la violenza subita da tutti attraverso quel, forse immancabile, sacrificio ha prodotto audacia, denuncia, rivolta, insurrezione e recupero di beni confiscati alla criminalità organizzata.

In un territorio difficile e dimenticato dalle istituzioni e dalle leggi, “abbiamo dimostrato che l’utilizzo dei beni confiscati portano i giovani lontano da scelte delinquenziali “. “Dal 1998 – afferma l’amministratore della società consortile Giovanni Allucci “Agrorinasce” si batte per l’esistenza di siti creativi e di cultura “,  “L’idea di un soggetto pubblico che combatte la criminalità con l’utilizzo di beni confiscati e destinati all’uso sociale, può essere d’esempio per quei luoghi difficili come Marano, dove sono presenti 150 immobili sottratti alla mafia e inutilizzati”.

“Il lavoro libero e la cultura come capacità di pensare” sono due degli ingredienti principali per la difesa contro la mafia, ricorda il Procuratore aggiunto D’Amato. Con il carico di dolore prima e di fiducia oggi, don Peppino è l’esempio di una primavera dell’anima capace di diffondersi sulla Terra.

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