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 –   di Elvio Accardo  –  PRIMA PUNTATA

   Il rosso passò al verde, la BMW partì di scatto insieme ad un autobus rosso che andava chissà dove.

Giovanni pensò per un attimo che in fondo il semaforo rappresentava una straordinaria occasione, forse unica, dove il tempo si ferma. Un vuoto di moto, in cui si coglie l’umanità sospesa in un limbo imprevisto. Osservare la gente ferma, nelle auto ferme,  totalmente ignare di trovarsi in una sacca o una piega del canale del flusso temporale, in cui lo spazio potrebbe essere ovunque anche di un’altra dimensione, è un incredibile attimo surreale, tutto il mondo si muove, vive, cammina, grida, muore, piange, e invece un pezzetto di vita è totalmente assente dallo scorrere del tempo, ci si guarda intorno smarriti e indifferenti, le facce al limite dell’espressione demenziale, si muovono sgomente incontrando altri visi, altri sguardi vacui, imbambolati, che viaggiano lenti in un luogo lontano che non appartiene a nessuno, e che è molto simile al niente, anzi è niente.

Fu Sabatino a scuoterlo da quel silenzio, facendogli notare che anche quando erano ragazzi coglieva spesso quei silenzi così lunghi e un po’ noiosi che spezzavano il ritmo frenetico dei loro giochi.

“I semafori” disse Gianni “mi appaiono sempre come gli occhi di un mostruoso e ciclopico ipnotizzatore, che ti immobilizza in una specie di catalessi con una semplice occhiata rossa, poi ti svincola riportandoti allo stato di vivacissima lucidità con un’altra occhiata verde, si direbbe che a noi uomini, basta un’occhiata per farci fare qualunque cosa; capisci quanto siamo deboli ed esposti ad ogni sorta  di manipolazione da parte di chiunque ha il potere di farci delle occhiate simili?”

Sabatino esplose in una risata stonata, dondolando la testa,  mentre si chinava per raccogliere l’agenda scivolata tra i suoi piedi, dal piano di appoggio del cruscotto nero. “Ma non fare il filosofo,” sbottò, “non cambi mai, dici cazzate, a ripetizione, ma lo sai che qui a Roma i semafori sono allo studio di una Commissione Parlamentare, per creare un’onda verde in tutta la città, tu te ne vieni col ciclope, piuttosto svolta nella seconda a destra e vai forte, siamo in ritardo, l’Onorevole mi aspetta a Villa Broggi per le otto, e mancano quindici minuti, il semaforo e il traffico ci hanno fatto perdere mezz’ora”.

L’auto andava veloce percorrendo gli ultimi chilometri in una periferia più vicina alla campagna che alla città.

Giovanni avrebbe voluto mandarlo a fare in culo, ma zittì, zittì come zittiscono tutti quelli che ingoiano rospi più o meno grossi, forse quello lì non era tanto grosso. Ma come poteva mai immaginare che un imbecille simile poteva diventare il segretario particolare di Clemente Carrese, deputato e presidente della Commissione Parlamentare per i rapporti esteri? Per Giovanni rimaneva un mistero che Sabatino Leccio, asino alle elementari, ancor più alle medie frequentate insieme, oggi si trovava ad essere oggetto delle sue suppliche. Non avrebbe mai voluto chiedere a Sabatino di raccomandarlo a Carrese, ma si sa quanto è difficile la strada di un artista;  si sa bene che senza certi appoggi non avrebbe mai potuto dirigere  una orchestra da camera in tourné per il Giappone, paese straordinario, ricco e intelligente, che avrebbe saputo apprezzare le sue doti di direttore.  Poi tanta musica italiana, proprio un programma del ‘700 dove lui era esperto, avrebbe mandato in visibilio il pubblico, i musicisti già contattati dall’addetto culturale dell’Ambasciata del Sol Levante, erano quasi tutti vecchie conoscenze tranne la sezione dei fiati, tutti giovanissimi. Aveva avuto la notizia di questa serie di concerti in Giappone solo per un caso fortuito, rispondendo cioè al telefono portatile di Don Aurelio, il segretario del Vescovo.

Don Aurelio aveva accompagnato Giovanni a prendere visione della chiesa di San Guglielmo, in cui si sarebbe svolto il concerto a favore delle opere diocesane, avendo lasciato l’auto per comprare le sigarette, il piccolo telefono lasciato sul sedile squillò, Giovanni lo portò all’orecchio: “Aurelio?”  “No” rispose Giovanni, “Sono un suo amico, Don Aurelio arriva subito, è sceso un attimo.”

“Scusi può comunicare a Don Aurelio, di informare il Vescovo che sarà l’Ambasciata giapponese a promuovere i concerti, insieme al nostro Ministero degli Esteri?” disse l’anonimo dall’altro telefono. “Certo non si preoccupi, ma sarà qui a breve.” Rispose Giovanni.

“Me lo saluti lei, io sto prendendo l’aereo ed ho un po’ di premura, sa sto ritornando alle missioni in Brasile, gli scriverò. Abbia pazienza e mi scusi ancora.”

“Aspetti, chi devo dire?” riprese Giovanni, “Don Elio, grazie.” La comunicazione fu interrotta.

Giovanni con in mano il telefono di Don Aurelio guardò attraverso il finestrino il diluvio d’acqua che veniva giù, e che rendeva appannati tutti i vetri dell’auto. Posò il telefono sul sedile e con la mano pulì il parabrezza.

Don Aurelio apparve nell’ovale con la sua giacca blu scuro di tessuto impermeabile trapuntato, di quelle che portano tutti, anche nelle versioni verde scuro.

Il concerto si fece nella chiesa di San Guglielmo, c’erano ottantadue persone più il Vescovo ed altri prelati che andarono via dopo la prima parte, ma quella sera pioveva, era fredda  e poi mancava l’organista del San Cecilia, era stato sostituito da un altro che però non aveva avuto il tempo di amalgamarsi con gli archi. San Guglielmo era anche bella e gotica  ma era una chiesa di una diocesi di provincia – Don Aurelio non seppe mai di quella telefonata.

Sabatino raccolse altri tre foglietti sparpagliati sul tappetino di gomma della BMW e li ripose nell’agenda, raddrizzò la cornetta del telefono dell’auto di Giovanni che la caduta dell’agenda aveva spostato e disse “Il ricevimento dell’Ambasciata giapponese comincia alle 9.00, ho giusto il tempo di prendere il Presidente Carrese e accompagnarlo lì, io già gli ho accennato della tua richiesta, e in macchina gli mostrerò il tuo curriculum, per lui è una sciocchezza unire il tuo nome all’elenco dei musicisti, anzi manca solo quello del direttore d’orchestra, ma sta tranquillo è cosa già fatta, ad un vecchio amico come te non potevo dire di no, tu lo sai che sto sempre a tua disposizione, e poi penso che Carrese ti vorrà conoscere personalmente, magari stasera stesso all’Ambasciata, credo che comunque prima di dare il tuo nome vorrà presentarti all’addetto culturale, per cui tieniti pronto”. “Beh” aggiunse Giovanni “io sono sempre pronto e felice di salutarlo, aspetto di sapere l’ora perché vorrei ringraziarlo di persona, questa tourné è la cosa più importante dei miei pensieri, è dall’inverno scorso che sto in ansia, e quando mi sono ricordato che eri tu la persona più vicina a Carrese, per me è stata una grande gioia, anzi anche una bella occasione per rivederti. Io ci conto molto su questa cosa in Giappone, mi consentirà di dare una svolta alla mia vita; ti ho già raccontato che ho divorziato con Monica mia moglie, e il mio unico figlio vive con lei a Napoli, li vedo raramente e solo la musica mi è rimasta come scopo esistenziale. Io ti ringrazio per quello che fai, e sappi che te ne sono sempre grato.”

“Ma quando mai” disse Sabatino “vuoi vedere che adesso dimentico tutto quello che abbiamo fatto da ragazzi; abbiamo vissuto insieme al paese per quindici anni, e questo non si dimentica, non ti preoccupare, ci penso io, pensa che sta già il tuo nome sul cartellone. A proposito come sta tua cugina Maria? Sono secoli che non la vedo”.

Giovanni disse “Maria vive a Venezia,insegna francese”.

FINE DELLA PRIMA PUNTATA

(A domenica prossima…)