“MISERY NON DEVE MORIRE”: LA SCHIZOFRENIA DI UNA MENTE FRAGILE

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Qualunque appassionato ha sognato di contattare (o persino incontrare) l’autore della propria serie tv preferita o del romanzo che tanto lo accanisce. Può capitare, però, che uno scrittore decida di terminare la storia di un personaggio con la sua morte, per creare un finale ad effetto: i lettori provano allora rancore, si sentono feriti perché ritengono che i loro sentimenti siano stati traditi. Immaginate di poter avere la possibilità di far cambiare idea a quello scrittore, e costringerlo a terminare il suo libro (o la sua serie televisiva) come preferite. Questa è la storia di “Misery non deve morire”.

Tratto dal romanzo di Stephen King, il film diretto da Rob Reiner racconta la storia di Paul Sheldon (James Caan), che dopo un incidente stradale finisce nelle “grinfie” di Annie Wilkies (interpretata dalla spaventosa e tremendamente efficace Kathy Bates che ha vinto l’Oscar come migliore attrice non protagonista), la sua più grande fan. Quella che inizialmente sembra essere una salvezza si rivela ben presto una minaccia. Lo scrittore è costretto a scegliere: morire o scrivere. È obbligato a salvare Misery per poter salvare anche la propria vita.Stephen King crea storie inquietanti, si addentra nelle follie più profonde della mente umana, riesce a costruire chirurgicamente un crescendo di suspense, la tensione è sempre altissima. Rob Reiner riesce a rendere tangibile il terrore sin dall’inizio, cogliendo tutte le sfumature di Annie, attraverso i numerosi primi piani che mostrano la psicopatia del suo personaggio. Inoltre la pellicola è anche molto attuale, in quanto mostra, in maniera accentuata e in chiave horror, il rapporto lettore-autore. I fan si sono spesso “ribellati” alle scelte degli scrittori che, contrariamente a ciò che si poteva prevedere, hanno deciso di abbandonare alcuni progetti (J.K Rowling, ad esempio, è stata assalita da critiche quando, terminata la serie di Harry Potter, ha deciso di non dedicarsi ad un’altra serie fantasy).Il gioco carceraria-prigioniero si spinge oltre ogni limite, restituendo così al pubblico una storia al tempo stesso violenta, folle ma assolutamente affascinante. “Misery non deve morire” rappresenta l’attaccamento morboso che una mente fragile può sviluppare nei confronti di un personaggio, persino fittizio. La pellicola racconta dunque un meccanismo reale, sebbene sia enfatizzato e estremamente folle. Il regista porta sullo schermo un tipo di inquietudine che scaturisce dalle profondità della mente umana: lo sguardo di Annie è al tempo stesso vuoto e intenso.

Impossibile poi non notare il modello di riferimento di Reiner: Hitchcock.

Mariantonietta Losanno