“IL COLLEZIONISTA DI OSSA”: DALLA PENNA DI JEFFREY DEAVER AL GRANDE SCHERMO

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Il crimologo Lincoln Rhyme (interpretato da un carismatico Denzel Washington) è rimasto paralizzato dopo un incidente in missione. La sua mente, però, è lucida; le sue intuizioni sono sempre geniali. Per proseguire nel proprio lavoro si avvale della collaborazione di Amelia Donaghy (Angelina Jolie), una giovane e coraggiosa poliziotta. Rhyme si rende conto immediatamente del talento della Donaghy, che, seppure ancora giovane possiede una spiccata attitudine al ragionamento ed è sveglia, curiosa ed attenta.

“Il collezionista di ossa” è tratto dall’omonimo romanzo di Jeffrey Deaver, il primo di una lunga serie dedicati a Lincoln Rhyme. La trasposizione cinematografica di un best seller di questo calibro poteva indubbiamente deludere le aspettative del pubblico, invece, la pellicola di Philipp Noyce, seppure presentando alcune citazioni e rimandi ad altre opere, si rivela un prodotto ben riuscito. Innanzitutto perché, per quanto i riferimenti ad altri film siano evidenti, non ne compromettono l’originalità. La prima citazione è rivolta -naturalmente- al maestro della suspense, Alfred Hitchcock, e in particolare a “La finestra sul cortile”. Il fotoreporter Jeff dopo un incidente è costretto a trascorrere molto tempo a casa, sulla sedia a rotelle; per non annoiarsi inizia a ficcare il naso nelle vite dei suoi vicini, diventando pian piano sempre più sospettoso. Anche Rhyme dirige le operazioni senza potersi muovere, ma solo osservando e ascoltando con attenzione ciò che i suoi colleghi fanno. Non è il guardone rappresentato da Hitchcock, ma il riferimento al suo cinema risulta evidente. Rendere avvincente un thriller lavorando più sulla distanza che sull’azione non è un compito semplice; Hitchcock c’è riuscito mettendo lo spettatore in condizione di immaginare per potersi soffermare su tutto ciò che non viene detto, come in una sorta di evoluzione di cinema muto, la forma più pura di cinema secondo Hitchcock. Un altro rimando è a “Seven” (pellicola di David Fincher del 1995), per quanto riguarda l’efferatezza dei delitti. Il killer di Fincher porta a compimento un inquietante disegno maligno: programma sette omicidi rifacendosi ai sette peccati capitali. Il killer de “Il collezionista di ossa”, invece, nel compiere le sue azioni efferate si rifà ad un antico romanzo poliziesco.

“Il collezionista di ossa” è cupo, avvincente e claustrofobico: presenta tutti gli elementi che un thriller deve possedere per potersi definire riuscito. Non tradisce le aspettative dei lettori del romanzo di Deaver, anzi, dà maggiore intensità alle parole dell’autore. Lo spettatore è coinvolto, partecipa attivamente alle indagini, cercando di cogliere tutti i dettagli. Rhyme e Amelia sono mente e braccia appartenenti a due persone diverse: dove Lincoln non può arrivare, Amelia sopperisce; nei momenti di fragilità della giovane poliziotta invece, è Rhyme ad aiutarla e ad infonderle la forza necessaria per proseguire. Devono fondersi, pensare ed agire allo stesso modo. Il regista ha tenuto fede al romanzo trasponendo sullo schermo l’importanza di questo legame e rendendo il mistero ancora più affascinante ed intricato.

Mariantonietta Losanno

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