CHRISTINE E LEA PAPIN: IL MACABRO CASO DELLE SORELLE ASSASSINE

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–  rubrica a cura di Silvana Narducci  – 

Siamo a Le Mans. È il 2 febbraio del 1933. La Francia viene sconvolta da un crimine efferato, violento ed agghiacciante, senza precedenti, tra le cui pieghe si nasconde una storia fatta di crudeltà familiari, di miseria, di frustrazioni ed ingiustizie sociali capaci di gettare l’essere umano nella più buia disperazione giacché privato della speranza nel futuro…e nel prossimo.

È questa la triste storia di due sorelle, Christine e Leà Papin, nate, a sei anni di distanza l’una dall’altra, in una famiglia povera di Angers nei primi anni del 1900. Legatissime, dipendono quasi patologicamente l’una dall’altra. Soprattutto Leà ha un bisogno disperato della protezione della sorella Christine…è fragile, timida ed incapace di difendersi dal mondo…quel mondo che sembra crudelmente accanirsi contro di loro.

Il padre era un alcoolizzato violento. Fu accertato che abusò almeno della sua terza figlia, Emilie, la quale fu chiusa in convento.

L’episodio porta al divorzio dei genitori delle due giovani Papin, e la madre Clemence, è costretta ad affidare le figlie ad un orfanotrofio. L’istituto segna il carattere delle due sorelle, già traumatizzate da un’infanzia vissuta nella paura, nella sopraffazione e nella violenza.

Christine cresce con un carattere ombroso, difficile, schivo, che la fa apparire sottomessa…ma dietro quei silenzi cova una furiosa rabbia repressa. Leà, timida e scontrosa, è passiva e dipende emotivamente dalla sorella maggiore di cui è succube, delegando a lei ogni decisione.

Leà e Christine

Sono così indissolubilmente legate che quando l’orfanotrofio riesce a trovare un lavoro come sguattere in una casa signorile, deve proporle entrambe perché non accetterebbero mai di separarsi.

Ed è così che iniziano il servizio presso la famiglia Lancelin, a Le Mans. Siamo nel 1926 e Christine e Leà anno rispettivamente, 23 e 17 anni.

In Rue Labruyère al numero 6, la famiglia che le prende a servizio è composta dal capofamiglia, l’avvocato Renè Lancelin, uomo pacato e tranquillo. Egli è troppo assorbito dal lavoro e lascia alla consorte la totale guida della casa. La moglie Madame Lancelin, immersa pienamente nel ruolo di regina assoluta della casa è esigente, formalista, ossessiva, perfezionista, non certo una padrona facile per le due giovani ed inesperte cameriere lasciate alla mercé del sadico rigore di madame, fatto di continui rimproveri, minacce, castighi, insulti e punizioni. La coppia Lancelin ha una figlia, Geneviève, che dalla “mammina” ha preso il gusto nel tormentare la servitù. Segue come un’ombra la madre e di lei imita modi e…difetti. Quindi, immaginate cosa doveva accadere, ai duri rimproveri di Madame seguivano sempre, ogni giorno, più volte al giorno, i sadici punzecchiamenti di Geneviève. Tra i “doppi” tormenti, le ragazze Papin trascorrono a servizio dei Lancelin la bellezza di sette lunghi ed infernali anni, bloccate in quella casa da cui non possono allontanarsi perché non saprebbero dove andare… non si lasciava una casa senza referenze e senza la certezza di entrare in un’altra, la strada, l’accattonaggio o la prostituzione erano un pericolo reale se uscivi dal circuito del lavoro onesto nelle case signorili.

Il terrore provato in casa con il padre tiranno e poi in orfanotrofio le perseguita anche in quella casa dove sarebbero state costrette a restare a lungo…forse per tutta la vita.

La cappa di angoscia, tensione e rabbia che sovrastava lee sfortunate sorelle lasciava presagire qualcosa di orribile. E inesorabilmente il giorno dell’orrore arriva. È un pomeriggio come tanti. I signori sono fuori: Renè Lancelin è impegnato in un incontro di lavoro al suo studio. Madame e mademoiselle sono uscite. Le domestiche, sole in casa, si apprestano a stirare il bucato, ma il vecchio ferro da stiro difettoso manda l’impianto elettrico in corto circuito. È il panico. Leà, stirava la camicetta preferita di Geneviève che ora è rovinata senza rimedio. Christine tenta di consolarla ma sa che la punizione sarà terribile nonostante avessero più volte detto che il ferro funzionava male, ma le padrone avevano sempre preferito attribuire i danni di stiratura all’incompetenza ed incapacità delle ragazze…e naturalmente a rimproverarle aspramente per questo. Inoltre vi era anche il danno economico. Bisogna ricordare che all’epoca quando saltava il contatore non si poteva ripristinare la corrente da casa come accade oggi. All’epoca i fili elettrici, in caso di corto circuito, si spezzavano e, per ripristinare la corrente, era necessario l’intervento di un professionista per ricollegarli ad uno ad uno.

Le due giovani, ormai in preda al terrore, lasciano tutto e si rifugiano nel posto che sentono più loro, più sicuro…nella camera a loro assegnata situata nella misera soffitta dotata di un minuscolo abbaino. Le due sorelle, spinte dal panico, inspiegabilmente decidono di spogliarsi ed infilarsi a letto, assieme, aspettando terrorizzate il loro destino.

Possiamo immaginarle in quei momenti che precedono la tragedia: i minuti e le ore sono pesanti come macigni, la paura in bocca ha un sapore amaro che secca la gola, le orecchie sono tese ad ascoltare il rientro delle loro aguzzine.

Presto le donne della famiglia rincasano, la casa è immersa nel buio, ad accoglierle c’è solo l’odore pungente di bruciato. La vista della camicetta rovinata porta la rabbia delle padrone, per non essere state accolte come si doveva, ad un livello superiore e cominciano a correre su per le scale urlando rimproveri, insulti e minacce, in un crescendo ossessivo.

Christine e Leà si affacciano alla porta della soffitta scarmigliate e discinte e la loro vista non fa che aumentare la rabbia delle padrone che gridano allo scandalo: due ragazze sole, seminude, insieme a letto in pieno di giorno.

Le urla, la frustrazione, la paura, le accuse spalancano nella mente delle giovani servette la porta della furia cieca.

Christine, che tanto aveva sopportato, entra in uno stato di insana follia (oggi probabilmente lo chiameremmo stress post-traumatico causato da anni di abusi e sopraffazioni). La maggiore delle sorelle Papin si scaglia su Madame come una furia, a mani nude, e con la sola forza dei pollici le cava entrambi gli occhi dalle orbite. Madame Lancelin si accascia sui gradini e Leà, come in trance, incitata dalla sorella, ripete gli orribili gesti avventandosi sulla giovane padrona ferma sulle scale… pietrificata dall’orrore.

Le finiranno a colpi di martello, infierendo sui loro cadaveri con oggetti contundenti di vario genere, compreso un sotto vaso di bronzo e un coltello…Poi la furia lascia il posto alla quiete e alla calma follia: dopo tanto orrore le sorelle Papin lasciano i cadaveri sulle scale, salendo lentamente ai piani superiori si sfilano le camicie da notte intrise di sangue e le abbandonano sulle scale e nude tornano a letto. Monsieur Lanceline e poi gli investigatori le trovano così…svestite e abbracciate nel loro letto, precedute da una lunga scia di sangue ed orrore.

Nel processo che seguirà non sarà mai chiaro se si fosse trattato di un atto premeditato o di un raptus improvviso di follia, anche se il pubblico ministero evidenzierà come mai un martello ed un coltello fossero lì…opportunamente a portata di mano.Ma poco importava: l’opinione pubblica, già prima dell’inizio del processo, era contro le due ragazze che avevano osato sovvertire le regole sociali dell’epoca.

Nessuna pietà per queste due vittime della miseria e della crudeltà umana: tutti chiederanno a gran voce la pena di morte, per entrambe. La pena capitale non veniva applicata dal 1887 e nel 1933 nessuno se la sente di ripristinare un uso ormai decaduto.

Così Christine è formalmente condannata a morte per poi essere subito graziata con la commutazione della pena capitale in lavori forzati a vita. Leà, che per tutto il processo era apparsa catatonica, senza alcun tipo di reazione, seguendo sempre le affermazioni e le gestualità della sorella come un automa, verrà condannata a soli dieci anni.

Christine, apparentemente la più forte, lontano dalla sorella presto soccombe, la mente vaneggia e mostra tutta la rabbia, pretende di avere con sé la sorella, tenta di strapparsi gli occhi con le unghie e alla fine di un lungo calvario si lascerà morire di fame.

Leà invece sconterà mansueta la sua pena, senza ribellioni né reazioni, ubbidirà passiva, farà quello che le diranno di fare…farà quello che le era stato insegnato da sempre…sopravvivrà, e al termine della condanna tornerà a vivere con la madre e a fare la domestica, perseguitata dal suo triste passato, additata per il resto della sua vita come una delle “diaboliche sorelle assassine”.