AD COMUNEM UTILITATEM

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–   di Vincenzo D’Anna*   –   

“Risolvere i propri problemi è l’egoismo, risolvere quelli di tutti quanti gli altri è la politica”. Bisognerebbe incidere questa frase, pronunciata da don Lorenzo Milani, un po’ in tutte le aule parlamentari e consiliari ove si pratichi l’arte del governo della cosa pubblica. Fu per questo, d’altronde, che il celebre sacerdote insegnò ai suoi alunni (tutti figli di famiglie indigenti e dunque nati indietro nella scala sociale) che non bastava solo istruirsi per emanciparsi. Bisognava invece anche insegnare a comprendere la “politica”, intesa come strumento chiamato a fare i conti con la diversità degli individui, la miseria e grandezza dell’animo umano, per trovare la migliore sintesi gestionale della cosa pubblica, così da operare adeguatamente anche in favore di un recupero degli ultimi e degli svantaggiati. Una lezione che la scuola italiana ha pedagogicamente utilizzato distorcendola a vantaggio non degli studenti bensì dei pedagoghi che ne hanno falsificato il messaggio abbandonando la didattica a vantaggio di una pseudo parificazione sociale. Risultato: da ente che educa ed erudisce la scuola si è trasformata in una succursale sociologica con i docenti trasformati in assistenti sociali e gli scolari lasciati a crescere nel brodo dell’incultura. Insomma, per proseguire lungo le orme tracciate dal priore di Barbiana, la politica non può né deve essere estranea all’educazione dei giovani nella misura in cui essa decide anche della loro vita e del loro avvenire. Chi non la segue (e non la pratica) resta inerme ed impotente innanzi alle scelte che poi vengono compiute alle proprie spalle, peggio ancora se ha votato in maniera non consapevole ed avveduta!! Una lezione civica elementare, questa, ma ormai quasi scomparsa. Trasformata in disimpegno se non pessimismo (e mero sospetto) nei confronti dell’ars politica e delle sue alte finalità sociali, sovente confuse con la pratica dei traffici dei “politicanti” Morale della favola: questa ed altre lezioni della stessa profondità di pensiero sono state scartate dalla società digitale, rese anacronistiche ed inutili per le nuove leve, le quali credono di potersi erudire attraverso i social. Una generazione che conosce al massimo duecento vocaboli e declina i verbi solo al presente. Sissignore, oggi i nostri giovani scrivono senza usare altro che il tempo presente, misconoscendo la grammatica e la storia, finendo per non sapere esprimersi e ragionare, oppure comprendere il significato di un testo logico. Chiariamo. L’insegnamento non dovrebbe derivare solo dalla scuola ma anche da altre istituzioni, sia religiose che laiche. A cominciare dalla chiesa che ha pressoché abbandonato la propria missione verso la politica alta e nobile, arrendendosi alla secolarizzazione dei costumi e della morale, rintanandosi nell’angusto ambito del pauperismo, abbandonando la sua dottrina ed il magistero sociale.  Aggiungasi la scomparsa della Democrazia Cristiana (occorre dirlo, senza rimpianti e illusioni che un domani possa rinascere per il tramite di qualche suo tardo e dequalificato epigono), sono venuti a mancare proprio quel messaggio Cristiano di cultura e testimonianza. È pur vero che lo “scudocrociato” era definito, da don Luigi Sturzo ed Alcide De Gasperi, i suoi fondatori (li si conosce ancora tra i giovani?), un “partito di cattolici e giammai dei cattolici”, prevalendovi dunque in politica l’aspetto laico ed aconfessionale. Tuttavia, partiti politici a parte, si avverte, oggi, la mancanza di quello che, fino a prova contraria, era un solido punto riferimento per i dettati e gli elaborati morali e sociali della Chiesa, incartati nelle encicliche dei grandi Papi del secolo scorso. In una nazione che ancora si confonde politicamente tra socialismo e liberalismo, governi che non distinguono tra chi non può e chi non vuole lavorare, per elargire i sussidi del cosiddetto “welfare state”, che sperpera il denaro dei contribuenti nelle avventure fallimentari dello Stato imprenditore, sopprimendo, concorrenza, merito ed equità, quelle idee sarebbero a dir poco indispensabili per non dire vitali. Parliamoci chiaro: in pieno terzo millennio si avverte forte il bisogno di superare la dicotomia tra capitalismo e socialismo, tra impresa e lavoro, tra solidarietà e assistenzialismo clientelare, secondo i principi dell’interclassismo e del liberalismo popolare. Principi, a suo tempo, postulati proprio nella dottrina sociale della chiesa per conciliare quello che. all’inizio del secolo scorso, appariva inconciliabile e fonte di tensioni sociali e politiche. In quei tempi e tuttora la produzione della ricchezza era ritenuta espressione dello sfruttamento e l’emulazione positiva delle capacità realizzatrici era destinata invece a generare invidia sociale, soccombere innanzi alla diffusa ed un’erronea mentalità, a confondere l’uguaglianza con la giustizia, aspirare di una identica diffusa mediocrità di vita. Il tutto ammannito al popolo come giustizia sociale, quesì che l’uguaglianza senza virtù degli esiti fosse da preferire a quella delle libere opportunità. Son questi concetti valori e visioni, ahinoi, tornati di tragica attualità anche di questi tempi!! Eppure è ormai patrimonio diffuso che senza meriti e capacità distintive nessuno produce ricchezza e senza la tassazione che ne deriva, non esisterebbero solidarietà e stato sociale. Eppure basterebbe ripartire dalle idee e dai valori di quelle insuperate nozioni espresse nelle encicliche sociali, per portare del “nuovo” nello stagno maleodorante della destrutturata ed anonima politica italiana. Come? Semplice: rifondando le forze politiche sulle idee a partire da quelle popolari e liberali che mettono l’uomo, la sua libertà ed i suoi diritti al centro di tutti gli scopi. Insomma, come i cattolici dovrebbero già ben sapere, servirebbe una politica ad Comunem Utilitatem (comunanza di utilità). Quella che i credenti già conoscono come ci insegna Paolo di Tarso nelle sue lettere ai Corinti.

*già parlamentare

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