CHE COS’È UNA DONNA?

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   –   di Adriana Castiello   –                                              

Che cos’è una donna?

Una domanda semplice ed elementare che tuttavia, inserita nel contesto di disordine odierno, sembra incontri intricate costruzioni ed astrazioni, vendute come la soluzione ad uno storico indovinello, un mistero svelato, una nuova disciplina di indagine, una nuova materia universitaria, con i suoi propri professori e i suddetti studenti, futuri dottori equipaggiati ad arte all’impossibilità di fornire una concreta risposta.

L’anno scorso Matt Walsh, scrittore e commentatore politico americano, ha partorito la brillante idea di sconvolgere le menti dei cittadini statunitensi, rivolgendo loro un unico quesito: What is a woman? Questo il titolo del documentario realizzato da Walsh, in cui racchiude tutti gli incontri realizzati scandagliando ogni settore della popolazione, dalle persone comuni ai capi di governo, incontrando una diffusa incapacità a generare un pensiero semplice e diretto, o anche semplicemente scontato, alla sua semplice e diretta domanda. Alcune donne ridacchiano, altre si allontanano confuse, altre ancora tentano invano di ingaggiare una difesa condotta in modo caotico, ponendosi prive dei mezzi tali da potersi recare il diritto di parlare di una donna, non identificandosi nel genere femminile: se si seguisse tale ragionamento, nessuno potrebbe definire niente all’infuori di se stesso, nessuno sarebbe capace di descrivere un gatto o una sedia, nessuno sarebbe in grado di dire la verità, che non è altro che l’obiettivo del viaggio e dell’esperimento sociale, messo in atto con lucida ironia e puntuale severità da Walsh. La reazione, che l’interesse per la verità scatena nella folla, può essere racchiusa in una delle tante constatazioni di dissenso che sono state raccolte, in cui la parola verità viene ridotta ad un peccato condiscendente e transfobico. Dunque, ne deriva che non sia consentito parlare di verità.

Chi siamo noi per arrogarci tale diritto?

Walsh non si arrende, difende il vero e con minuziosa curiosità ne analizza le problematiche versanti, che incontrano anche il favore di numerosi specialisti, in campo medico, psicologico, psichiatrico, universitario e politico, incapaci di fornire una definizione della donna e così facendo Walsh pranks the pants off America’s silliest intellectuals, citando le parole dell’autore e giornalista Matt Taibbi.

Lo spettatore, a priori dalla sua corrente ideologica, come sostiene Rich Lowry della rivista National Review, è immerso per 90 minuti in un’atmosfera disturbante, in cui a risate spontanee si alternano fronte corrugata e sguardo accigliato, lo stesso comparso sul volto del rappresentante repubblicano dello Stato del Texas, che ha promosso il film su twitter, sottolineando quanto fosse importante che venisse visionato dagli altri rappresentanti politici. Il documentario è stato oggetto di un’ulteriore pubblicazione sulla piattaforma social, ad opera di Elon Musk, che aggiunge al tweet la frase every parent should watch this. Non ogni spettatore ha accolto positivamente il messaggio del documentario, accusato di transfobia dalla maggioranza dei mass media, in particolar modo dalla comunità LGBTQ, che gli ha addebitato la promozione di propaganda al ‘modo di vivere occidentale’, dipingendo un quadro spaventoso di bambini mutilati e professionisti confusi.

La mutilazione infantile è infatti uno dei temi più amari di questo viaggio condotto all’interno del mondo dell’ideologia di genere e del relativo cambiamento, a cui vengono sottoposti bambini anche di tenera età, dietro le lacrime commosse dei genitori, di fronte alla tragedia di un’infanzia rubata, travestita da coraggio di espressione, travestita da libertà di espressione. Tuttavia, in tale delicata circostanza, sembra che nulla si allinei ai principi della libertà.

I bambini non sono liberi di essere bambini, non sono liberi di crescere naturalmente,

non sono liberi di affrontare le difficoltà di tale processo di crescita, essendo posti al riparo, dentro la gabbia delle etichette. Un segmento del documentario mostra la partecipazione di Matt Walsh ad un consiglio scolastico tenuto a Virginia, finalizzato a raccogliere le opinioni riguardanti una legge, varata al fine di istruire insegnanti e collaboratori all’uso di pronomi e nomi preferiti dagli alunni, lasciandoli liberi di fare uso dei servizi igienici che considerano più idonei al loro genere.

Walsh critica aspramente la linea di condotta della scuola e accusa tutti i presenti di essere child abusers, intenti ad indottrinare i bambini ad un folle culto ideologico.

Basti pensare alle bandiere della comunità LGBTQ disseminate sulle pareti delle aule della scuola d’infanzia, in cui la stessa insegnante, con spiccato senso di responsabilità e moralità, espone la nuova grammatica di genere al piccolo pubblico, che una volta tornato a casa, sarà spettatore di cartoni e libri illustrati che seguono la medesima linea di pensiero. Ci spostiamo un po’ più lontano, laddove una crisi culturale di tal genere non può aver luogo e tra il Kenya e la Tanzania, incontriamo il popolo dei Masai, gli unici che hanno risposto alla fatidica domanda con una tale semplicità, da provocare l’imbarazzo di Walsh. Lì dove la nostra società non è stata costruita, permangono poderosi i valori tradizionali, di ruolo e di genere, che nel mondo occidentale hanno sì subito un adeguato processo di evoluzione, ma in cui ad oggi, sotto le vesti di un finto progressismo, vediamo nascosta una sovversiva corrosione della verità, alimentando i contagi di questa malattia generazionale.

Dopo aver girato in lungo e in largo, armato di semplicità e coerenza, Matt Walsh torna a casa, con l’intento di chiedere alla donna della sua vita, sua moglie Morgan, madre dei suoi tre figli, cosa sia una donna. Il quesito trova la moglie intenta ad aprire invano un barattolo di sottaceti, da cui alza lo sguardo con un sospiro, il capo reclinato ad osservare il marito accigliato sulla soglia e con un sorriso d’intesa, senza alcuna impalcatura di forma e contenuto, a conferma che una donna è lei, che ha bisogno dell’aiuto del marito per aprire quel barattolo e ne consegue che l’uomo sia lui, suo marito, ben lieto di poterla aiutare.

In questo momento, tutta la tensione accumulata nel corso del film viene rilasciata.

Il viaggio si può considerare finalmente terminato e al riparo dal rumore del mondo, dal terrorismo ideologico e da confronti inconcludenti, sia Walsh che lo spettatore, possono finalmente contentarsi della tanto agognata verità, racchiusa in una risposta, che non può essere più semplice di così.