TRA RICORDI E SPERANZE: SPARANISE, UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO NEL CUORE DELLA PROVINCIA DI CASERTA

0

 –   di Christian Mancini   –                                                              

Senza titolo 1 TRA RICORDI E SPERANZE: SPARANISE, UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO NEL CUORE DELLA PROVINCIA DI CASERTAIn una ricorrenza importante come il Giorno della Memoria, dedicato alla commemorazione delle vittime dell’Olocausto, è essenziale riflettere sul fatto che anche il territorio della provincia di Caserta è stato teatro di terribili atti contro l’umanità nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Nel cuore della provincia di Caserta, tra le pittoresche colline e i maestosi uliveti, si cela una testimonianza oscura e imponente della storia: un campo di concentramento, che racconta le drammatiche vicende vissute durante uno dei periodi più bui dell’umanità. Questo luogo, oggi circondato dalla quiete della campagna, ha assistito a tragedie indicibili, portando con sé il peso dei ricordi e delle sofferenze di coloro che vi furono deportati. Stiamo parlando del Campo di Concentramento di Sparanise.

IL CAMPO

Correva l’anno 1940 quando l’Esercito Italiano, stanziatosi nell’allora Terra di Lavoro, edificò un magazzino destinato a diventare, nel breve periodo, un deposito di armi e mezzi bellici. Successivamente, il deposito fu confiscato dall’esercito della Germania nazista, con l’obiettivo di internarvi i prigionieri di guerra britannici. In seguito all’Armistizio di Cassibile del’8 settembre 1943, con cui venne stabilita la resa senza condizioni dell’Italia al comando alleato, la Wehrmacht internò temporaneamente militari e civili italiani. Ad occuparsi dell’espatrio dei suddetti prigionieri fu la 16. Panzer-Division, che successivamente li collocò nei campi di concentramento in Germania e altri territori, specialmente a Dachau.il campo TRA RICORDI E SPERANZE: SPARANISE, UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO NEL CUORE DELLA PROVINCIA DI CASERTA

Il campo era circondato da alte recinzioni di filo spinato ed era costantemente vigilato da sentinelle tedesche. In aggiunta, nel deposito merci della stazione di Sparanise, un capannone in muratura di tufo, erano stoccate centinaia di pareti di legno destinate alla costruzione delle baracche. Queste pareti erano realizzate con legno di pino e abete massello, rivestite su entrambi i lati da tavole di abete spesse 13 cm.

In quel lager transitarono ben 20mila prigionieri, come rivelato da Brunello Riccio Flentjen, uno dei deportati nel campo di Sparanise, all’interno della sua opera 663 giorni 662 notti. Storia di una deportazione: “Insediato presso lo scavo ferroviario, era chiamato la “caiola” (gabbia) ed era il Campo di Concentramento di Sparanise dove transitarono ben 20 mila militari sbandati catturati dai tedeschi e migliaia di civili rastrellati nel napoletano, in Terra di Lavoro, destinati ad essere impiegati come manodopera coatta dalla Wehrmacht o essere deportati in Germania”.

LA VITA E LE CONDIZIONI DEGLI INTERNATI

Le condizioni all’interno del campo, esattamente come negli altri campi, erano proibitive, nonché ben oltre i limiti dell’umano. Nel suo massimo di capienza, il campo di concentramento di Sparanise arrivò a contenere ben 5000 prigionieri.

A riportare la disumana vita dei prigionieri fu il professore Giovanni Spera: Quando arrivai nel campo di concentramento di Sparanise, era il 23 ottobre 43 e c’erano già 5000 prigionieri. Reticolati e cavalli di frisia recintavano il perimetro del campo, sorvegliato da un nutrito numero di sentinelle che impedivano eventuali tentativi di fuga. Non c’erano cucine da campo, né una fontana per attingervi acqua. Non esistevano servizi igienici, per cui ognuno andava a soddisfare i propri bisogni fisiologici lungo il perimetro del campo. Il fetore era insopportabile, l’aria pestifera. Il senso del pudore era scomparso, essendo costretti a soddisfare i propri bisogni all’aria aperta ed alla vista di tutti. Uno spettacolo veramente degradante e vergognoso. Eravamo ridotti a livello delle bestie, con la biancheria intima sporca e maleodorante, la barba non rasa da giorni ed i pidocchi che infestavano ogni parte del corpo. Ricordo il povero Umberto Robustelli, merciaio, vestito di un leggerissimo pigiama estivo, con ai piedi un paio di pantofole di stoffa. In quelle condizioni era stato catturato”.

LA RESISTENZA ROSA

Un importante contributo nella lotta all’egemonia tedesca nell’Agro caleno, fu rivestito dalle donne sparanisane. Queste ultime, oltre a recarsi presso il campo per portare viveri agli internati, intrattenevano le milizie naziste: come la storia ha dimostrato, si trattava di un diversivo per far fuggire i prigionieri e accudirli presso le proprie abitazioni. A rivelare questo importante dettaglio fu il politico e militare Corrado Graziadei: Un ruolo importante ed a volte decisivo venne svolto dalle donne di Sparanise, le quali sono state definite con acume storico da qualcuno “il fronte interno” del popolo italiano. Gli uomini erano al fronte o prigionieri e le donne al lavoro per loro, per salvare la vita dei propri figli, dei mariti, dei fratelli, dei padri… Queste raccoglievano cibo, indumenti e tutto ciò che poteva servire ai prigionieri e si recavano al campo di concentramento. Mentre alcune di loro intrattenevano i Tedeschi, le altre aiutavano i prigionieri a scappare, nascondendoli poi nelle loro case”.