DOMICILE CONJUGAL, FRANÇOIS TRUFFAUT: DI PARI PASSO CON L’AMORE E LA MORTE 

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di Mariantonietta Losanno 

%name DOMICILE CONJUGAL, FRANÇOIS TRUFFAUT: DI PARI PASSO CON L’AMORE E LA MORTE Riconoscere rassicura. E in Domicile conjugal – ultimo capitolo delle avventure esistenziali di Antoine – si possono individuare una quantità di cose riconoscibili; i personaggi principali, per cominciare, che sono gli stessi di Baisers volés (Jean-Pierre Léaud e Claude Jade), e poi i coniugi Darbon, ovvero i genitori di Christine. Ma anche alcuni personaggi minori, come l’amico in perenne difficoltà finanziarie, che ad ogni incontro occasionale riesce a scroccare ad Antoine nuovi prestiti con la promessa iterata di una pronta restituzione. Si riconoscono le immagini fuggitive del Sacré-Coeur, il villino accogliente dei Darbon, la loro cantina dove Christine concede ad Antoine il bacio che gli aveva negato nel film precedente. Ancora, si riconosce, nelle misteriose apparizioni dello “strangolatore”, lo stesso motivo che accompagnava l’inquietante personaggio del “pedinatore” in Baisers volés. Più in generale, non si riscontra difficoltà a scoprire – in Domicile conjugal – echi di tutti i film precedenti di Truffaut. 

Quello che – nella pellicola precedente – era stato consegnato all’immaginazione dello spettatore, si concretizza in un’opera che delega alla ripetizione l’invenzione delle proprie strutture. I temi sono la vita matrimoniale di Antoine (la nascita del primo figlio, il primo tradimento) e l’educazione – radicale – al conformismo. La restituzione meticolosa, quotidiana, dei rapporti tra personaggi e ambienti è uno dei punti di forza del film; Truffaut, con ironico distacco e affettuosa comprensione, mette in scena i riti scadenti e monotoni di un’esistenza sempre uguale a se stessa, chiusa al mutamento e all’evasione da un universo fatto di abitudini e frustrazioni. Il tradimento cosa rappresenta? Un diversivo, una fuga? O, forse, è l’espressione di una ennui protratta – protetta – nel tempo, che si nasconde dietro il desiderio di curiosità? In contrasto, quindi, con il microcosmo colorato (Antoine compra, colora e vende fiori) e vivace che fa da cornice. E, proprio sull’ennui ci si sofferma, chiamando in causa Baudelaire e Les Fleurs du mal

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Quello che lega Antoine agli ambienti in cui viene a trovarsi è un rapporto di estraneità: è un diverso, uno sradicato, come quell’unico fiore rimasto bianco mentre tutti gli altri sono diventati rossi. Non ha amici né nemici (l’assenza di relazioni umane ricorda Play Time – Tempo di divertimento, di Jacques Tati), tutto gli sta bene e – al tempo stesso – gli è totalmente indifferente. Non discute con nessuno perché, sostanzialmente, non ha motivi per farlo, né insegue scopi precisi o ideali astratti. Passa da un lavoro all’altro, si adegua alle circostanze, si dimostra passivo e mai turbato o scalfito. Proprio lui che, prendendosi cura dei suoi fiori, si impegna affinché raggiungano un rosso acceso, affinché possano risaltare ed essere riconoscibili a tutti. Kyoko lo affascina perché «non è una donna, ma un continente inesplorato», ed è, in quanto tale, capace di rompere la tranquillità sdolcinata dell’universo piccolo-borghese in cui lo avvolge il rapporto con la moglie. L’evasione, però, è soltanto effimera, destinata a concludersi rapidamente; l’ordine turbato, infatti, viene presto ristabilito. Pranzare alla giapponese, con le gambe incrociate, in fondo, non è poi così comodo. Il ritorno inevitabile al domicilio coniugale rappresenta la lenta assuefazione agli pseudo-valori di un’esistenza che si rivela la più radicale negazione di tutto ciò che è autentico. 

«Io odio tutto quello che finisce, che muore», dice Antoine, nonostante si muova – sempre – tra la vita e la morte, avvicinandosi più alla seconda che alla prima. È lui a “finire”, a rassegnarsi. «Chi li ha pensati i fiori, /prima, prima dei fiori», recita una poesia di Mariangela Gualtieri, come a voler rimarcare la loro preziosità, in contrasto con tutto quello che può essere un sentimento di arrendevolezza. Truffaut, però, insiste su questa contraddizione, insegnando(ci), intanto, come si possa esprimere simultaneamente un’idea del mondo e un’idea del Cinema, che si muovono di pari passo.