IL DISASTRO DELLA SANITÀ DI DE LUCA

0

   

   –    di Vincenzo D’Anna*    –                                                                                                           

I dati resi noti dall’Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), il massimo organismo di rilevazione e monitoraggio dell’efficienza delle strutture sanitarie del Bel Paese, preposta anche alla formazione continua del personale che vi opera, hanno certificato lo stato di dissesto e inefficienza della sanità made in Campania. Pensate: in Italia quasi due nosocomi su dieci, tra pubblici e privati, non superano la valutazione basata su criteri standard di qualità dell’assistenza. Ebbene, la maggioranza dei “bocciati” alberga al Sud. In Campania i “respinti” ammontano a 51, in Sicilia a 43, mentre risultano zero in Valle d’Aosta, nella Provincia autonoma di Trento e in Umbria. Che dire? Ciò che era già noto per la Terra Felix ha trovato ora un impietoso quanto inoppugnabile riscontro nei dati. Riecheggiano ancora nelle orecchie dei sei milioni di cittadini campani le mirabolanti promesse che Vincenzo De Luca, ai tempi della campagna elettorale, lanciava con il suo storico epigramma sanitario: “mai più ultimi in Italia”. Tuttavia, la Campania è e rimane fanalino di coda nel panorama del servizio sanitario nazionale. In larga misura, oltre il settanta per cento delle sue strutture sanitarie pubbliche — perlopiù ospedali — si colloca ben al di sotto degli standard qualitativi medi definiti per la rete assistenziale. In gran parte si tratta di quella pletora di ospedali locali lasciati aperti per motivi demagogici e ideologici, espressione di una mentalità politica che considera tali plessi come ammortizzatori socio-occupazionali, infarciti di clienti e operatori politici, personale amministrativo e sanitario compiacente e raccomandato, nonché privi di adeguate dotazioni strumentali e delle specialità necessarie alla cura di patologie complesse. Una rete al servizio della politica più che del malato e dei suoi bisogni. Niente di nuovo, si dirà, nel Meridione d’Italia che, ancorché sottofinanziato in ragione di criteri di riparto economico del fondo sanitario nazionale per quota pro capite, sconta la mancata razionalizzazione del sistema salute, ossia l’assenza di accorpamenti funzionali delle strutture sanitarie territoriali. Ed è pur vero che tra gli indici di pesatura del fabbisogno finanziario da assegnare ai cittadini italiani manca quello, determinante, della ricchezza prodotta nelle diverse regioni — e quindi la capacità di spesa dei cittadini residenti di potersi curare — ma ciò che è ancor peggio deriva dalla logica gestionale di mantenere aperti nosocomi scarsamente utilizzati, poco dotati tecnologicamente, perlopiù dediti alla cura di patologie di scarsa complessità medico-chirurgica, che diventano addirittura pericolosi. Nel caso della Campania il dato è oggettivamente allarmante perché riguarda la maggioranza delle strutture operative e, considerando che la spesa impegnata è di oltre undici miliardi all’anno, siamo innanzi a uno spreco — un pessimo impiego — di denaro pubblico di proporzioni inaccettabili. La Campania spende in mobilità passiva oltre trecento milioni di euro l’anno per cure praticate ai propri cittadini in altre regioni. In dieci anni di governo esercitati dal verboso ex governatore, le cose sono rimaste pressoché immutate. Per amore di obiettività va ricordato che la Campania era gravata da un pesante debito sanitario, eredità delle gestioni precedenti all’ex sindaco di Salerno, proveniente in larga parte dall’era Bassolino: quasi dieci miliardi di euro di disavanzo, che portarono la sanità regionale a dover sottostare a un piano di rientro dal debito e alla nomina di un commissario ad acta. Vi furono pertanto tagli lineari alla spesa corrente sanitaria campana, oltre a quelli derivanti dalla “spending review”, il provvedimento di tagli governativi validi per arginare il debito sanitario in tutte le regioni italiane. Queste ultime, divenute centri di spesa fuori controllo, hanno puntualmente prodotto debiti e disavanzi. Un esempio per tutti: Palazzo Santa Lucia ha più dipendenti del Pirellone, ancorché la Lombardia abbia quattro milioni di cittadini residenti in più rispetto alla nostra regione! E così per il personale ospedaliero, che rappresenta una macchina da guerra elettorale, un “votificio” senza analoghi riscontri nei comparti inerenti alle altre funzioni di governo delegate agli enti regionali. Sono le strutture ospedaliere pubbliche a produrre gran parte del debito, ossia quelle gestite dalla Regione. Se queste ultime fossero remunerate a giornate di degenza prestabilite per ciascuna patologia (DRG), il Cardarelli, con i suoi tredicimila dipendenti e la complessa, farraginosa macchina organizzativa, chiuderebbe i battenti a giugno di ogni anno, avendo a quella data già speso tutto il denaro ricavato dagli incassi calcolati per le prestazioni erogate e le giornate di degenza dei malati. Sebbene in quel grande ospedale si effettuino anche prestazioni di alta complessità (trapianti e altre pratiche medico-chirurgiche ad alto costo), si curino tutte le patologie, e i posti letto siano raramente liberi e disponibili, i costi sostenuti, insieme con gli sprechi e gli sperperi, determinano comunque un cospicuo disavanzo. Figurarsi le decine di piccoli ospedali zonali, esibiti come fiore all’occhiello dai politici locali, che nel loro insieme costituiscono un pozzo senza fondo per erogare quel poco che erogano. Manca quindi da sempre il coraggio di chiudere e accorpare funzionalmente quelle strutture e di individuare centri di eccellenza per patologie: un progetto ambizioso quanto necessario, che al Nord hanno già realizzato nel secolo scorso. Ma la demagogia del vulcanico De Luca non lo ha mai preso in considerazione, né voluto né saputo portare a termine.

*già parlamentare