Reddito di cittadinanza, c’è chi dice no!

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di Vincenzo D’Anna*

Credo che non ci sia in giro una sola persona di buon senso, ovviamente individuata tra coloro che non percepiscono il beneficio, a sostenere la bontà della reintroduzione del reddito di cittadinanza. Quella misura pauperistica e assistenziale introdotta nel 2019 dal governo guidato da Giuseppe Conte allo scopo, o meglio con l’illusione, di eliminare la povertà. Contrariamente ai proclamati propositi, la povertà non fu affatto eliminata, avendo oggi una connotazione socioeconomica molto diversa da quella di antico stampo, un’origine multifattoriale e metodi di misurazione che vanno oltre il semplice bisogno materiale: quello, per intenderci, di garantire la sopravvivenza di coloro che ne soffrono. Non si tratta più soltanto di avere la possibilità di procurarsi un pasto ogni giorno, di potersi curare, di vestirsi e di avere un tetto sopra la testa, come si riteneva nei secoli passati. Oggi si ritiene indigente non chi non possa procurarsi il minimo sostentamento vitale, ma chi non riesca a procurarsi altro che il minimo di sopravvivenza. Chi non possiede un mezzo per spostarsi, un’abitazione stabile e confortevole, non veste decentemente, non si può permettere svaghi e vacanze, né accedere ai comuni e diffusi beni voluttuari, si dichiara povero ed è ritenuto un indigente e, in quanto tale, bisognevole di essere assistito dallo Stato. Lodevolissimo proposito di carattere solidaristico, segno di civiltà nei regimi democratici e nelle società evolute, che hanno organizzazioni di welfare state e community deputate a ridurre i disagi derivanti dall’indigenza. Organizzazioni statali che hanno il loro costo e incidono non poco sui bilanci statali, regionali e comunali, garantendo assistenza sociosanitaria, pensioni minime e integrazioni delle medesime nei casi previsti, oltre all’appannaggio introdotto di recente dal governo come “reddito di inclusione”, destinato alle famiglie che hanno al loro interno l’onere di curare e assistere anziani, persone affette da patologie croniche e invalidanti, portatori di handicap e quanto altro necessiti di un ulteriore sostegno economico. Sanità, istruzione, assistenza e servizi di vario tipo completano la gamma della gratuita elargizione da parte dello Stato. Per dirla in breve, nel Belpaese non manca un’adeguata rete di protezione sociale; quello che scarseggia è la sua efficienza, ossia lo svolgimento adeguato dei compiti per cui essa è stata creata. Inutile dire che buona parte dei problemi in questo ambito solidaristico sono quelli comuni a tutti gli altri servizi che lo Stato vuole gestire in regime di monopolio, perché questi avrebbero una superiore eticità dei fini, per la mancanza di uno scopo lucrativo nei servizi pubblici. Una grande e costosissima menzogna, utile alla politica e ai politici che governano lo Stato e gestiscono i suoi monopoli per far credere alla gente che la gestione statale, abilmente confusa sotto il nome di servizio pubblico, abbia solo finalità e scopi universali, ispirati al senso di solidarietà. Il tutto come se al cittadino fruitore dei servizi a gestione statale ne derivassero vantaggi in termini di appropriatezza, efficienza ed economicità dei servizi medesimi e non l’esatto contrario; come se chi ha garantito il posto fisso e relativo stipendio, clienti assicurati e bilanci risanati dai debiti potesse garantire impegno, disponibilità e inventiva nel migliorare il servizio più di chi ha l’interesse a farlo funzionare nel migliore dei modi, sì da ricavarne il giusto guadagno. Insomma, un paludamento ipocrita che serve a garantire la gestione politica dei servizi statali e il conseguente vantaggioso riscontro in termini di mantenimento del potere, attraverso la positiva ricaduta di consenso elettorale. È questo il punto nodale della questione, la prova del nove, che induce demagoghi e politicanti di bassa lega a introdurre nell’ordinamento provvedimenti come il reddito di cittadinanza: un’ulteriore elargizione che ha reconditi scopi del tutto diversi da quelli dichiarati. Oppure, come nel caso del Movimento 5 Stelle, quegli intenti sono corroborati dalla perfetta ignoranza in materia, dal qualunquismo e dal populismo. Soprattutto da quest’ultimo, ossia dal contesto nel quale nasce il M5S come “partito” rivoluzionario, per poi finire col proporre provvedimenti che neanche il più incallito politico della Prima Repubblica aveva mai concepito per accaparrarsi il voto di una massa di clienti-elettori di portata storica e senza precedenti. Che ci riprovino con il reddito di cittadinanza 2.0, dopo il costosissimo fallimento della prima edizione: la marea di truffe e imbrogli è strabiliante, ma è ben chiaro che si tratti di un’operazione elettorale. A Napoli, con il governatore campano Fico, grillino impenitente, oltre che costantemente scaltro orecchiante, si è tenuto un convegno sul tema “RdC 2.0: c’è chi dice sì”. Peccato non abbiano invitato i contribuenti tartassati, ma solo rappresentanze dei beneficiati. Non fosse altro per sentire che c’è pure chi dice no!!

*già parlamentare

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