E’ in uscita “”Briganti del Re”, l’ultima fatica di Fiore Marro, scrittore e autore di rappresentazioni teatrali, appassionato studioso della storia borbonica e della resistenza chiamata “brigantaggio”.
Abbiamo chiesto all’autore il motivo che lo ha spinto a dedicarsi a questo romanzo:
“Ho rivisitato il libro “La fine dei Vinti” – ci ha risposto – che parte da un vero processo, ripercorre le vicende della banda dei fratelli La Gala che operavano per conto dei Borbone nell’antico distretto di Terra di Lavoro, uno dei più estesi del Regno di Napoli. Ma il vero protagonista del la storia avvincente de “I briganti del Re” è il poliziotto Giovanni D’Avanzo, svestito dai panni di uomo di legge per percorrere la strada di brigante. Perché leggere questo libro? Perché si ha la possibilità di considerare i briganti, oltre che nelle azioni di guerriglia, anche nel loro “quotidiano”: svelati da testimonianze, da ammissioni, mentre evidenziano i loro giorni sotto la pioggia, espongono le loro bassezze e il loro eroismo, scoprirli mentre confermano del loro sfamarsi quando, come e dove possono e dissetarsi con neve sciolta. Percorrendo il libro a tratti appare l’autore tra i protagonisti del racconto, per il modo di descrivere quello che D’Avanzo ha vissuto o quello che si apprende dalle testimonianze da persone non sempre oneste ma in taluni casi degne di fede. La tragica novità di questo lavoro è che il lettore si scoprirà fan dei “cattivi”, prova lo stesso dolore, l’identica angoscia del protagonista, un dolore lungo che arriva sino ai giorni nostri. Quelle tragedie subite ad opera dei piemontesi, invece di intimorire rinforzavano il coraggio; si volevano esaltare i successi delle forze dell’ordine con processi farsa a scapito dei “briganti”, descritti e rappresentati come bestie efferate. Non so che effetto facessero allora quelle ciarlatanerie processuali sul pubblico, a me oggi suscitano profonda indignazione per l’inumanità dei vincitori. Così si faceva l’unità d’Italia. Il messaggio del romanzo è però un altro, si evidenza la sciagura accaduta alla gente del sud, dove il gendarme diventa brigante, dove l’ingannatore diventa il modello da imitare; qui, invece, l’autore si sforza di rimettere nel legittimo ruolo personaggi e prototipi”.
PREFAZIONE:
Più che l’io narrante, Paolino Amato è una voce critica, incurante di trovarsi controcorrente e di sviluppare ragionamenti “non politically correct”. Nel romanzo storico di Fiore Marro, svolge il ruolo di un giornalista che deve raccontare il processo ai fratelli Cipriano e Giona La Gala ma i suoi resoconti portano alla sbarra il Risorgimento con gli abusi delle elite piemontesi e la rapacità dei feudatari duo siciliani.
Il personaggio è di fantasia. A quel tempo, nessuno avrebbe firmato articoli “comprensivi” nei confronti dei briganti e, neppure velatamente, avrebbe messo in discussione la giustizia dei vincitori.
Allora e, per la verità, in larga misura, anche oggi.
Con eccessiva frequenza, viene proposta una storia d’Italia più leggendaria che vera con i Savoia “che conoscono la via dell’esilio e non del disonore”, un Cavour tormentato dalla fatica di “tessere” le trame di una diplomazia moderna o il Garibaldi eroe planetario di questo e di quell’altro mondo. Insomma: una storia retorica – grondante buoni propositi ed eccellenti risultati – nella quale immedesimarsi ed esserne fieri.
Invece, “il re è nudo” e le chiacchiere stanno a zero.
Per un secolo e mezzo, la storia dei vincitori ha tenuto banco, quasi senza obbiezioni e fra contestazioni appena sussurrate. Gli Alianello, i Pedìo, i Molfese, gli Zitara hanno approfondito puntigliosamente alcuni passaggi poco chiari del Risorgimento e ne hanno illuminato gli angoli bui con verità che, per il fatto di essere scomode, non sono andate oltre il sussurro. Giacinto dè Sivo che, con le fatiche di una vita, aveva elaborato un testo sul regno delle Due Sicilie non è riuscito a stampare il libro nemmeno a proprie spese. Il tipografo si era spaventato per alcuni giudizi contro corrente. Paura? Vuoi vedere che i tribunali, oltre che prendersela con l’autore, coinvolgono anche chi gli ha consentito di editare la pubblicazione…
Però, il clima culturale che, per decenni, ha impedito dialogo e confronto, costruendo una cappa di conformismo attorno alle questioni storiche dell’Ottocento, comincia a mostrare qualche crepa. Nel chiasso e nella polvere, come capita quando crollano i palazzi di cartongesso.
La revisione del Risorgimento non è avvenuta nelle Università che, per istituzione, avrebbe dovuto riconsiderare gli episodi del passato e ricollocarli più propriamente in un contesto plausibile. La maggior parte degli accademici – incredibile! – ha continuato a raccontare la storia come un rosario di favolette, a dispetto della massa di documentazione che, nel frattempo andava accumulandosi. Non tutti, ovviamente… qualche lodevole eccezione va debitamente riconosciuta, ma nel complesso, la categoria dei ricercatori di professione ha brillato per ignorare le novità, sforzandosi di nasconderle.
Il racconto del Risorgimento è affidato a studiosi come Fiore Marro che, alla storia, si è avvicinato per l’amore per le proprie origini ma con il disappunto di trovare pagine esageratamente partigiane, con troppi punti esclamativi e passaggi evidentemente illogici..
Vittorie incontrastate (di chi aveva vinto)… eroismi a diciotto carati … romanticismo disinteressato… altruismo commendevole…
Sembrava tutto così sproporzionato e a senso unico da risultare indigesto anche per stomaci avvezzi all’indigestione. E così, più per confortare se stesso che per predisporre pubblicazioni, ha cominciato ad approfondire le tematiche del Risorgimento, tentando di scavare un po’ più a fondo e un po’ più concretamente.
E’ nata un’altra storia meno enfatica e meno gloriosa ma, almeno, più vera.
Marro, nelle sue pagine mette a fuoco la vicenda di due fratelli Cipriano e Giona La Gala che hanno messa a ferro e a fuoco la provincia della Terra di Lavoro. Non nasconde niente l’autore nemmeno un episodio vomitevole di cannibalismo. Ma, dall’efferatezza dei briganti, emerge la disperazione della gente di uno stato che, credendo di raggiungere libertà e benessere economico, si è trovata a fare i conti con un dispotismo persino peggiore. Come non ammettere che “si stava meglio, quando si stava peggio”?
Lo squagliarsi del trono del Borbone è una ferita ancora aperta: non tanto e non solo per un governo che, dall’oggi al domani, è scomparso, portandosi dietro la tradizione secolare di una dinastia italianissima, quanto perché la nuova Italia, per farsi accettare, ha dovuto affidarsi alle bugie più spudorate. Se le menzogne costituiscono la base di partenza, si può sperare in un progresso culturale?
Il riscatto del Sud non avverrà se immagineranno di affidarlo soltanto agli investimenti economici e al progresso industriale. Le infrastrutture – naturalmente! – sono indispensabili ma prima occorrerà riconoscere il debito morale che esiste nei confronti del meridione. La verità, insieme ai soldi.
Passo dopo passo, Marro, come infagottato nei panni del cronista del giornale, tratteggia la campagna militare dei borbonici sconfitti, la prigionia nelle fortezze piemontesi, il passato definitivamente perduto e il futuro gravide di incertezze.
Emergono gli intrighi di palazzo, il tradimento degli ufficiali borbonici, l’ignavia dei parenti di Francesco II, le iniziative dei servizi segreti, le decisioni dei tribunali pronunciate per opportunità politica, al di fuori delle legge.
Tutto quello che oggi ci fa arrabbiare ha un padre e una madre che stanno nella pancia del Risorgimento. Una lettura contro corrente serve a rimettere in ordine i conti con la storia. Solo evidenziando i difetti spropositati che stanno all’origine dell’unità d’Italia è possibile esorcizzarli, trasformandoli in piccole – e, forse, piccolissime – virtù.
Lorenzo Del Boca



















