AVIAZIONE CIVILE, DAI MONOPOLI STATALI AGLI INTERESSI PRIVATI?

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di Vincenzo D’Anna*

Una regola aurea dei falsi liberali che popolano il mondo politico italiano potrebbe essere racchiusa nell’epitaffio: “Dal monopolio pubblico a quello privato”. La storia dello statalismo, quella pratica politico-economica che dagli anni Sessanta del secolo scorso ha caratterizzato l’agire dei governi del Belpaese, comincia con il progressivo superamento della stagione dei governi guidati da Alcide De Gasperi, con Luigi Einaudi prima governatore della Banca d’Italia e poi presidente della Repubblica. Quei governi, passati alla storia come “centristi”, erano composti da democristiani, socialdemocratici, liberali e repubblicani. Dopo la presidenza Einaudi e quella di Giovanni Gronchi, si inaugurò la stagione del centrosinistra, con l’ingresso dei socialisti nell’esecutivo (1963). Da allora la politica governativa è debordata verso forme di cripto-socialismo, inaugurando la stagione delle nazionalizzazioni, delle partecipazioni statali, dei famigerati piani quinquennali di sviluppo e della spesa pubblica a debito crescente. L’economia è stata vieppiù pervasa dall’intervento dello Stato, che ha assunto la gestione dei principali servizi pubblici. Gestioni deficitarie, i cui disavanzi venivano ripianati a piè di lista dal contribuente, caratterizzate da decisioni dettate da scopi politici e clientelari, del tutto estranei alla prassi manageriale e alla logica della libera concorrenza. L’idolatria per tutto ciò che era gestito dal governo a spese dei contribuenti raggiunse il suo apice quando, nella Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa, si chiuse la stagione degasperiana e del popolarismo liberale di don Luigi Sturzo, per abbracciare la politica del potere per il potere. Ciascun partito, di governo o di opposizione, creò le proprie cinghie di trasmissione elettorale, occupando gli spazi disponibili e i posti di sottogoverno, i sindacati di area, la burocrazia, gli enti e le aziende partecipate dallo Stato. Il tutto accompagnato da un tacito patto, in qualche misura accondiscendente, con il più forte partito comunista d’Europa. Quest’ultimo governava nelle proprie roccaforti elettorali delle regioni rosse attraverso la rete delle cooperative, la CGIL e le Camere del lavoro. Insomma, ognuno, come il conte Ugolino della Gherardesca nella memoria dantesca, affondava i denti nel proprio «fiero pasto». In questo contesto, anche la compagnia aerea di bandiera, Alitalia, cominciò ad accumulare vorticosi deficit di bilancio: le perdite complessive sono state stimate in 27,6 miliardi di euro, di cui 16,3 miliardi a carico dei contribuenti, nell’arco della sua storia, fino al 2021. La stessa sorte, con vicende e modalità differenti, è toccata alle autostrade, alla Tirrenia per il trasporto marittimo, alle Ferrovie dello Stato, alla telefonia, alla chimica e alla siderurgia pubbliche. Cedute o affidate a gestioni improntate a criteri imprenditoriali privati, queste attività hanno cominciato a produrre utili finiti nelle tasche degli imprenditori. Storie diverse, con un’unica conclusione, sempre in nome della tutela dei posti di lavoro, spesso in organici pletorici e iperprotetti dalle lobby sindacali. La tradizione sembra non conoscere soluzione di continuità, né una resipiscenza collettiva capace di rendere consapevole l’intera società. Lo dimostrano le cronache di questi giorni su uno dei principali aeroporti italiani: Malpensa, il maggiore scalo della Lombardia. Una rendita è sempre una rendita e i privati non se la lasciano sfuggire. Emirates, una delle principali compagnie aeree mondiali, ha chiesto di operare il collegamento diretto Milano-Lima. Le altre compagnie interessate allo scalo starebbero cercando di impedirlo, appellandosi all’ENAC e al ministero delle Infrastrutture. Oggi Lima è raggiungibile da Milano soltanto con uno scalo. Eppure, con circa 150 mila passeggeri l’anno, è la rotta più trafficata tra quelle prive di collegamento diretto. Il nodo è che la nuova rotta metterebbe in difficoltà i vettori italiani nell’offerta di collegamenti a lungo raggio. Come ricordiamo, non è la prima volta che, per tutelare le imprese nazionali, si pongono vincoli alla concorrenza. Basti pensare alla battaglia contro le compagnie low cost e al divieto di volare su Roma da Linate, revocato nel 2012 su intervento dell’Antitrust. I vincoli alla concorrenza producono effetti ben precisi: garantiscono ricavi e margini a chi già occupa una posizione sul mercato, ma vanno contro l’interesse dei consumatori. Chissà se Schlein e Conte riusciranno mai a capirlo e se Meloni, che pare averlo compreso, riuscirà a evitare tanto i monopoli statali deficitari quanto i privilegi di chi, pur essendo privato, invoca la privativa.

*già parlamentare

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