Peppe Rock SuppaDiciamoci la verità: la sanità pubblica italiana ha finalmente trovato una priorità assoluta. Ad Agrigento hanno capito come risolvere l’unico vero problema del Paese: l’impotenza. Per tutto il resto, sia chiaro, puoi tranquillamente crepare in sala d’attesa aspettando una visita fino alla resurrezione di Cristo, rigorosamente munito di impegnativa del medico di base. Ma se il problema è sotto la cintura, la corsia diventa magicamente preferenziale.
All’ospedale San Giovanni di Dio, proprio nella Valle dei Templi, strutture che tra l’altro stanno in piedi da duemilacinquecento anni senza bisogno di protesi, la Procura sta indagando su un centinaio di impianti penieni pagati interamente da noi contribuenti. Pazienti che, secondo l’accusa, non avevano alcun diritto al restyling gratuito. Non è ancora chiaro se si parlasse di allungamenti, miracoli erettili o entrambe le cose. L’unica certezza è che a essere allungato, e di parecchio, è stato il conto.
Tra i cinque medici indagati spicca Gabriele Antonini, urologo, andrologo e sedicente pioniere delle protesi peniene. Una professione fantastica, che deve rendere conversazioni e cene di gala un tantino memorabili alla domanda: “E lei di cosa si occupa nella vita?”.
I reati ipotizzati? Peculato, falso e truffa aggravata. Certo, la responsabilità è tutta da accertare, ci mancherebbe, siamo garantisti. Ma i numeri fanno già girare la testa: ottomila euro di protesi a cranio, trentamila a intervento. Cento operazioni fanno tre milioni di euro di spesa penica. Ora, capisco che una colonscopia sui social attiri meno like di un bicipite inguinale nuovo di zecca, ma a questo punto le regole cambiano: se il pisello nuovo te l’ha pagato il Servizio Sanitario Nazionale, la “dick pic” non devi mandarla alla tipa sui social, ma all’Agenzia delle Entrate. Giusto per far vedere a noi contribuenti come sono stati investiti i nostri soldi.
Il posizionamento strategico era perfetto. I clienti arrivavano da ogni angolo d’Italia. Il pioniere li visitava a Roma e poi li spediva a collaudare l’impianto ad Agrigento. Un Grand Tour del pisello, una specie di turismo sessuale con la tessera sanitaria in tasca: Colosseo, Valle dei Templi e, già che ci siamo, un gingillo nuovo di zecca per svoltare la serata.
Una volta in Sicilia ci andavi per ammirare i resti della Magna Grecia, oggi rischi di tornare a casa con una Magna Minchia. Peccato che lo Stato dovrebbe rimborsare queste cose solo in casi tragici, tipo patologie oncologiche o malformazioni gravi. Se vuoi solo le prestazioni di un pornoattore ventenne, dovresti pagartele da solo. Soprattutto mentre il cittadino medio aspetta una colonscopia urgente da otto mesi, agonizzando sul divano.
Ovviamente tutto è ancora da dimostrare. C’è pure il forte sospetto che Agrigento non sia l’unico hub del genere in Italia. Ma se le accuse venissero confermate, avremmo la prova regina che la sanità italiana un miracolo l’ha fatto: ha creato un posto dove qualcosa si alza in tempi rapidi. Chiamiamola Valle dei Peni.



















