Intervista a Lucia Griffo, vittima innocente di camorra: dopo vent’anni ancora segnata della tragedia

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VILLA LITERNO  – All’epoca, quando fu ferita in un agguato di camorra, era una bambina di appena 12 anni, oggi ne ha 31 Lucia Griffo. È viva solo per miracolo ma porta ancora, sul corpo e nell’anima, i terribili segni di quella giornata di sangue che le ha cambiato la vita per sempre.

“Il 5 aprile del ’98, era la domenica delle Palme, Lucia tornava dalla messa passeggiando con un’amica in via Po per rientrare a casa. Strette tra le mani le palme benedette dal parroco. Improvvisamente una sparatoria tra delinquenti e un colpo di kalashnikov la colpisce ad un braccio”. Parla e ci racconta in lacrime, ogni dettaglio di quella brutta storia, Tammaro Griffo, 64 anni, guardia giurata in pensione, il padre di Lucia.  Lei, ci fa sapere che non riesce a parlare con noi perché ha fatto tutto il possibile per dimenticare quei brutti momenti.  Non c’è dubbio.  Fu solo un angelo a strapparla alla morte. Alcuni sicari quella domenica seguivano la guardia giurata Raffaele Di Fraia. Con la loro “Thema” tamponarono la “Golf” del vigilantes e lo costrinsero a fermarsi, scesero dall’auto armati e iniziarono a sparare, incuranti della presenza delle bambine, ammutolite ed impietrite. In pochi secondi Lucia fu colpita ad un braccio. Attimi terribili! A raccontare la storia tra le mura di una semplice abitazione, in via Oberdan, a Villa Literno c’è anche mamma Concetta. “Il braccio di mia figlia non è più tornato come prima della sparatoria. Volevano persino amputarlo perché il proiettile le aveva spappolato l’osso. Non ci sono parole per descrive quei momenti. Fui la prima ad arrivare sul posto quando mi vennero ad avvisare che era stata ferita una bambina e che poteva essere proprio mia figlia. Mettetevi nei miei panni ed immaginate per una madre cosa può voler dire e quanti pensieri si affollano in quegli istanti”.

I due coniugi scoppiano in lacrime e fanno una lunga pausa prima di ricominciare a parlare, sono troppo dolorosi quei ricordi. “Premetto che io da casa avevo sentito dei colpi e mi chiesi perché il parroco avesse voluto i fuochi d’artificio… mica è Natale! — ricorda la donna – Arrivai sul posto a piedi, perché via Arno e via Po non sono lontane da dove abitiamo, ed ecco la scena che mi si presenta. Vedo mia figlia sanguinante con un braccio fasciato da un lenzuolo. Era stata già chiamata un’ambulanza. Io non reggo più e svengo dal dolore”.

Papà Tammaro quel giorno, invece, era andato a pesca, una passione che coltiva ancora oggi: “I miei amici mi vennero a chiamare al mare. La corsa prima all’ospedale di Aversa, dove Lucia era stata trasportata d’urgenza, e poi al Santobono a Napoli. Sarò per sempre grato al medico che la prese in cura e le salvò il braccio…ed ogni giorno ringrazio il Signore per il miracolo che ha voluto concederci. Lucia ha subìto cinque interventi chirurgici da allora e non è stata mai più la stessa”.

 Alla signora Concetta chiedo in che modo questa storia ha cambiato le loro vite?  La donna ci risponde: “Soprattutto a Lucia, per lei è stato un trauma indescrivibile. Non voleva più uscire di casa per paura e la notte aveva gli incubi. Per questo oggi non ha voluto parlare di quel giorno. Nel periodo di Pasqua non riesce a rimuovere quei momenti”.

Al padre invece chiedo se ha mai saputo chi sono stati gli artefici del ferimento? E se mai sono stati chiamati a testimoniare, loro o la figlia, al processo per il delitto Di Fraia.  “Meglio non saperlo – ci risponde – Ho sofferto troppo e non siamo mai stati chiamati da nessuno per testimoniare. Ma mia figlia ci raccontò solo questo. In pratica lei sentì esplodere colpi di pistola e per la paura alzò il braccio per coprirsi la testa e in quel momento il proiettile le squarciò l’arto. Ed è solo per miracolo se il proiettile non le colpì la testa”.

Insomma, un gesto provvidenziale, un millimetro più avanti Lucia sarebbe morta. Vittima innocente della guerra di camorra.  All’epoca, c’era la contrapposizione violenta fra i bidognettiani e gli scissionisti di Cantiello e di Tavoletta, per il controllo delle vasche di depurazione di Villa Literno. Nel corso del procedimento per l’omicidio Di Fraia e il tentato omicidio nei confronti della bambina è emerso che la vittima fu considerata vicina al gruppo dei bidognettiani, lavorava per conto di una ditta che aveva in appalto la gestione delle vasche di depurazione della zona. Un impianto sorvegliato da uomini del Sisde perché si sapeva che la camorra a quei tempi voleva controllare certe attività. Sono stati implicati in questo fatto di sangue Cesare Tavoletta detto Rino, oggi collaboratore di giustizia condannato a 12 anni, e Massimo Ucciero, detto “Capa spaccata”, condannato a 23 anni (giudicato all’epoca dal tribunale dei minori perché minorenne al momento dei fatti) nemici di Bidognetti. Tutti sono stati condannati ma nessun risarcimento di danni alla famiglia di Lucia.

Tina Palomba