IL FASCINO DELLA VIOLENZA IN TARANTINO: “LE IENE” E “PULP FICTION”

Quentin Tarantino

La violenza fa parte di questo mondo e io sono attratto dall’irrompere della violenza nella vita reale. La vera violenza irrompe irrefrenabile e lacerante all’orizzonte della tua vita quotidiana. Sono interessato all’atto, all’esplosione e alla sua conseguenza, ha detto Quentin Tarantino. Proseguendo affermando che: “Non mi interessa fare cartoni animati, ma rendere autentica la violenza”; e ancora: “Per me la violenza è un soggetto del tutto estetico. Dire che non ti piace la violenza al cinema è come dire che al cinema non ti piacciono le scene di ballo”. È facile dedurre che quella per la violenza è quasi un’ossessione per il regista statunitense. Abbiamo già affrontato l’argomento in riferimento alle pellicole come “Arancia meccanica”, esempio emblematico, o come “The Truman show” che invece mostra un tipo di violenza psicologica più che fisica, espressione della società di oggi esasperata dai social media e dalla tv.

Da sempre, fin dal suo esordio nel 1992 con “Le iene”, Tarantino ha mostrato il suo interesse per la rappresentazione della violenza, espressa in alcune scene che sono diventate immediatamente di culto. Oltre a questa esigenza di portare sul grande schermo momenti particolarmente crudi e brutali, c’è molto di più. Tarantino è meticoloso e attento, ogni movimento di macchina è motivato e ben studiato, ogni dialogo è scritto con precisione. Un tratto che lo distingue è sicuramente la sua abilità di essere leggero e ironico, il che sembra contrastare con la sua voglia irrefrenabile di mostrare violenza, ma è in realtà funzionale a far risaltare una complessa realtà in cui si muovono i personaggi. Come è possibile mettere in scena in maniera ludica la violenza più cruda? Ne “Le iene” Tarantino ci dimostra che è possibile in alcune scene, come quella in cui Mr. Blonde, uno dei malviventi coinvolti in una rapina di diamanti, tortura un poliziotto con in sottofondo l’allegra “Stuck in the Middle with You” dei Stealers Wheel, e con un sadismo “ironico” gli taglia un orecchio. Altro esempio di quanto Tarantino sia in grado di dosare alla perfezione brutalità e sarcasmo è una scena cult di “Pulp Fiction”, in cui a causa di un colpo accidentale esplode e viene ridotto in poltiglia un cervello: la scena, pur essendo tragica, ha un’innegabile carica comica. Di scene a cui far riferimento ce ne sono ancora in “Kill Bill vol.I e vol.II” -naturalmente- o in “Bastardi senza gloria”, “Django Unchained”.

I personaggi di Tarantino sono veri e credibili. Il cinema che realizza è folle ma veritiero. Non manca l’approfondimento psicologico di ogni singolo ruolo e lo sguardo attento a mostrare con umorismo i tratti più deboli di ognuno di loro. Le colonne sonore sono ricercate e sono un grande punto di forza del suo cinema. Quello che rende il suo stile ancora più interessante è il fatto che sia nato e sia sviluppato autonomamente: Tarantino non ha mai studiato cinema nel modo tradizionale del termine. Ha studiato recitazione e frequentato la videoteca del suo paese, integrando così la già vasta conoscenza cinefila. Il suo, quindi, è un talento che è nato dalla passione, dall’intuito, dall’attenzione ai dettagli, dalla scrittura. Sebbene abbiamo trattato a fondo il tema della violenza, le efferatezze che Tarantino mostra non sminuiscono mai il suo cinema, anzi il loro uso è utile allo svolgimento emotivo delle scene. L’ossimoro allegria-brutalità è riassuntivo di tutto il cinema del regista statunitense, ma bisogna guardare con attenzione per cogliere altri aspetti: Tarantino non cerca l’immedesimazione del pubblico, anzi tende a marcare la distanza tra lo spettatore e i personaggi, ma è vero, diretto e assolutamente senza filtri.

Le cose importanti da ricordare sono i dettagli, i dettagli rendono la storia credibile” (“Le iene”)

Mariantonietta Losanno

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