“NOTTI MAGICHE”: L’“AMARCORD” DI PAOLO VIRZÌ

È uscita nelle sale cinematografiche la nuova pellicola di Paolo Virzì, “Notti magiche”. Sono stati proprio il regista livornese, insieme a Francesco Piccolo, i protagonisti del secondo appuntamento di “Maestri alla Reggia”, nella suggestiva Cappella Palatina della Reggia di Caserta. Dopo il successo dell’inaugurazione con Mario Martone e gli ospiti a sorpresa Toni Servillo e Marianna Fontana, il ciclo di incontri dedicato ai grandi maestri del cinema italiano realizzato dall’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e dalla rivista Ciak con la direzione artistica di Remigio Truocchio prosegue con due personaggi importanti del cinema italiano: Francesco Piccolo, vincitore del premio Strega 2014, è uno dei protagonisti della scena letteraria italiana, sceneggiatore di pellicole come “Habemus papam” e “Mia madre” di Nanni Moretti; “Il capitale umano”, “La prima cosa bella”, “Ella e John” e “Notti magiche” (insieme a Francesca Archibugi) di Paolo Virzì. Non è passato molto dall’ultima volta che abbiamo visto sul grande schermo Virzì, infatti, il cineasta ha realizzato “Ella e John” nel 2017 e “La pazza gioia” nel 2016. Quest’ultima opera, “La pazza gioia” è un elogio alla follia, è un film prezioso che da un nuovo significato al senso della vita e della libertà. Virzì, (ri)confermandosi un autore moderno e partecipativo, racconta con estrema sensibilità le contraddizioni e le paure dell’animo umano. Due donne, apparentemente diversissime, eppure non distanti. Anzi, sempre più vicine. Le accomuna un luogo: Villa Biondi, casa di cura psichiatrica. È qui che si incontrano e fanno amicizia e decidono poi di fuggire e di darsi “alla pazza gioia”, alla ricerca di un po’ di felicità nel mondo dei “sani”. Tra momenti drammatici e altri buffi, il film insegna come possano esistere relazioni in grado di riscattarci da tutto il male accumulato, e una di queste è sicuramente l’amicizia. E qui non è un rapporto qualsiasi, è un’amicizia vera, che è in grado di salvare la vita di entrambe, di superare ogni difficoltà e di restituire quel pizzico di felicità a cui tanto si aspira. L’interpretazione delle due protagoniste è emozionante, struggente, commovente. Due donne fragili e disastrate che ritrovano la forza e riscoprono il senso della vita. Sono entrambe straordinarie, ognuna a suo modo, nell’interpretare due personaggi assolutamente non facili da rendere. La casa psichiatrica dove sono recluse le due donne non è poi così distante dal manicomio che è la nostra realtà, che ha ben poco di equilibrato, e dove ormai tutti sono portatori di qualche patologia. “La pazza gioia” è un film importante, che ci ricorda che sentirsi “qualcosa” per qualcuno può fare la differenza più di qualsiasi casa di cura o medicina. L’empatia che si manifesta tra le due donne è l’antidoto alla perdizione, alla depressione, alla morte. Ed è un legame forte, vero, tangibile. Paolo Virzì ha reso in un modo tutto suo un tema così complesso come quello della “pazzia”, cioè una forma di divergenza dalla realtà che (molto spesso) non viene capita, e di conseguenza non viene curata a dovere. Basta poco per definire la follia, basta un passo falso, un’azione anomala, un comportamento strano. È ingiusto ridurre tutto a una semplice definizione. Ed è ingiusto pensare di poter racchiudere l’esperienza e il vissuto di una persona in una semplice e povera frase: “è pazza”. C’è tanto altro. Ci sono sentimenti che non riescono a manifestarsi -molte volte per paura- ci sono emozioni, stati d’animo, c’è tutta una vita dietro a questa scarna definizione. E il regista in questo caso è riuscito a mostrarcelo in maniera vera e delicata.

“Ella e John”, invece, esordio americano di Virzì, riprende il tema della fuga. Questa volta i protagonisti sono premi Oscar d’eccezione: Helen Mirren e Donald Sutherland. Ella e John sono malati nel corpo e nella mente, ma hanno il cuore sano e strapieno di amore. Una mattina d’estate salgono a bordo del vecchio camper soprannominato “The Leisure Seeker”, con cui andavano in vacanza con i figli negli anni Settanta. John ha l’Alzheimer, Ella ha il cancro ma è ancora lucidissima: sono una coppia “perfettamente” equilibrata. Non sono di certo temi nuovi nel cinema l’invecchiamento, la demenza senile, o le malattie invasive, ma Virzì sa distinguersi realizzando una pellicola toccante, delicata, e anche ironica, coraggiosa. Non c’è nessuna ostentata ricerca di impietosire il pubblico: il regista e gli attori sostengono il film con estrema dignità e decoro. La commozione c’è, è evidente, ma è un tipo di commozione positiva, quella che da speranza e fiducia nella vita, nell’amore, nella forza di apprezzare ancora le piccole cose.

Un viaggio on the road, un’avventura pura a cui lo spettatore partecipa e riesce a provare empatia. Così come Ella e John sono in grado di equilibrarsi per restare ancora forti e vigili, allo stesso modo Virzì sa armonizzare (e sembra che ci riesca senza sforzo) la risata e la commozione, l’umorismo e lo sconforto. Una pellicola tanto semplice quanto straordinaria e mai banale che insegna a non rassegnarsi alla fine andandole comunque incontro mantenendo il rispetto di se stessi. È la storia di un amore che viene coltivato giorno per giorno (talvolta anche minuto per minuto), con pazienza e dedizione: Ella ogni sera attraverso qualche diapositiva sbiadita fa riassaporare a John l’essenza del loro amore che li ha tenuti uniti per sempre.

Lo scopo del viaggio è proprio questo: riscoprirsi, rinnamorarsi, riscegliersi, per non perdersi lasciandosi andare al destino di cure mediche che li attende. Virzì ci regala emozioni giuste, reali, quelle di cui abbiamo bisogno. “Ella e John” è un film che trasmette sentimenti positivi: il perdono, l’altruismo, la dignità; è una storia universale, che scuote a prescindere dal pubblico che l’accoglie. “È un mistero che mi affascina: per questo l’ho raccontato. Non si tratta di un idillio: un grande amore, soprattutto se dura tutta la vita, è fatto anche di ombre, di sfide, di litigate continue, di insofferenza, di mancanze, di recriminazioni, di ossessioni, un amore non è una canzonetta lieta: è un romanzo tumultuoso, è la conquista, la perdita, la riconquista, il ritrovarsi, il sentirsi distanti e vicini. È la devozione, il prendersi cura, ma è anche il detestarsi: puoi dire di amare davvero una persona se l’hai anche odiata profondamente”, ha detto Virzì in un’intervista.

“Notti magiche”, distribuito nelle sale italiane a partire dall’8 novembre, è ambientato negli anni ’90 durante i mondiali Italia – Argentina. Mentre gli azzurri sono ai rigori e tutti sono intenti a vedere la partita, un uomo a bordo di una macchina viene buttato nel Tevere. A ucciderlo però, non è né l’acqua né l’impatto. Il soggetto in questione è Leandro Saponaro (interpretato dal magistrale Giancarlo Giannini), produttore romano sull’orlo del fallimento. Iniziano le indagini, si ripercorrono quindi le ultime ore dell’uomo ucciso per risalire ai potenziali colpevoli. Grazie ad una provvidenziale fotografia, tre giovani aspiranti sceneggiatori, conosciutisi per caso ad un concorso, vengono portati al Comando dei Carabinieri. Inizia così il racconto sulla loro “iniziazione” al cinema, un panorama costellato di avvocati, politici, impostori, “leccapiedi”, astri nascesti e stelle cadenti. Il microcosmo di questi tre amici ci riporta negli anni Novanta, in una Roma diversa, forse più autentica, ci ricorda le vecchie Polaroid e le macchine da scrivere. “Notti magiche” è un omaggio al cinema italiano: c’è la ricostruzione de “La voce della luna” di Federico Fellini, ci sono tutti i protagonisti più importanti a partire dal secondo dopoguerra (Zavattini, Suso Cecchi D’Amico) per arrivare all’epoca d’oro della commedia all’italiana (Pietro Germi, Ettore Scola, Mario Monicelli, Dino Risi). I tre ragazzi sono espressione di tre differenti realtà: Eugenia è una ricca borghese ansiosa e ipocondriaca che odia il padre; Antonio è un messinese colto e formale, ma fin troppo ingenuo; Luciano è scombinato, sempre sopra le righe, apparentemente spensierato. Le esistenze individuali dei tre personaggi sono funzionali per mostrare una Roma affascinante ma avvilente, in cui i “vecchi” abbattono le speranze dei giovani, dopo averle svilite e umiliate.

Il racconto, in realtà, è una feroce critica, oltre ad essere un viaggio nella valle dei ricordi. È una critica pura, non caricata o amplificata, lontana quindi dall’idea forzata e demolitiva di Paolo Sorrentino ne “La grande bellezza”, ad esempio. Paolo Virzì ha voluto raccontare i sogni  di tre ragazzi che volevano cambiare qualcosa, ma sono stati inglobati in un contesto distruttivo che li ha portati al limite. Un contesto che sembrava volerli valorizzarli e farli crescere, ma poi ha insegnato loro a non avanzare pretese (come quella di non firmare una propria sceneggiatura, perché, in fondo, “non è importante”). Lo stesso contesto che ha insegnato loro la lezioncina del “guardare sempre fuori dalla finestra”, e poi li ha annientati. La trama thriller e l’ambientazione dei Mondiali sono quindi un pretesto per raccontare qualcos’altro. “Notti magiche” è anche e soprattutto un film sul cinema, sull’arte di saper raccontare, sulle passioni, sulla fine dell’innocenza. La domanda, in conclusione, sorge quindi spontanea: come si potrebbe raccontare invece il cinema italiano di oggi? Ognuno ne tragga le proprie riflessioni.

Mariantonietta Losanno

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