“LITTLE MISS SUNSHINE”: CHI DEFINISCE LA STRAVAGANZA?

Una famiglia sopra le righe: Sheryl, moglie e madre per vocazione; Richard, motivatore ma al tempo stesso privo di autostima, alla ricerca di un improbabile successo editoriale; Dwayne, adolescente ribelle che ha fatto il voto del silenzio finché non accederà all’accademia aeronautica; Olive, sorella di Dwayne, di appena sette anni che ha già un obiettivo ben preciso, quello di partecipare ad un concorso di bellezza per aspiranti Miss America; lo zio Frank, fratello di Sheryl reduce da un tentato suicidio; infine il nonno, Edwin, cacciato dalla casa di cura perché cocainomane. Questa famiglia stravagante si troverà in viaggio a bordo di un pulmino (che per poter partire necessita di essere spinto a mano) per accompagnare Olive al concorso di bellezza a cui tiene più di ogni altra cosa. Un’esperienza tragicomica che diventa l’occasione per mettere a nudo tutte le debolezze celate di questa bizzarra famiglia. Il viaggio, a dir poco movimentato, ridefinisce i rapporti e permette a ognuno di loro di riconciliarsi con se stessi e poi con gli altri. Richard si rende conto dell’incoerenza dei suoi messaggi motivazionali: “Riappropriatevi della vostra vita e siate vincenti”, afferma in una delle battute iniziali del film. La contraddizione consiste nel fatto che proprio lui che spinge ad essere consapevoli e sicuri di se stessi è il primo a non essere conscio delle proprie possibilità, a non rendersi conto di quanto sia fallimentare il suo progetto editoriale, in più non è in grado di affrontare le fragilità dei suoi figli e di sua moglie, finge semplicemente che non ci siano, insiste sempre e soltanto sul dovere di essere vincitori (non è ben chiaro, tuttavia, quale sia l’oggetto della vincita): “Il mondo si divide in due categorie: i vincenti e i perdenti. Qual è la differenza? I vincenti non mollano mai. Quindi cosa siamo noi? Siamo vincenti o perdenti?”. Il punto è che se ognuno di loro fosse capace di esporre il loro problema e successivamente di affrontarlo, allora ci sarebbe una vera vittoria. Se Dwayne si rendesse conto, ad esempio, che non sarà di certo un voto di silenzio a permettergli di entrare all’accademia aeronautica; o se Olive capisse che il concorso al quale vuole così ardentemente partecipare non è adatto a lei, solo e unicamente per il fatto che le sue avversarie sono piccole barbie confezionate, che non hanno alcuna intenzione di divertirsi ma desiderano soltanto apparire, in questo caso, allora, si potrebbe parlare di vincenti, e assumerebbe un altro senso il discorso motivazionale di Richard.

Ci troviamo di fronte a una pellicola originale perché fresca, ironica, ma al tempo stesso vera e umana. È capace di divertire, ma spinge alla riflessione interiore. Si celebra la pura eccentricità, il bisogno di non dover essere etichettati come “strani” solo perché non perfettamente in linea con lo standard socialmente accettato. La sensazione che prevale è la libertà, la possibilità di accettarsi senza doversi punire per non essere perfetti. Anzi, siamo quanto più lontani rispetto alla perfezione. Ed è questa la vera essenza. L’idea che non possedere bellezza e successo possa rendere automaticamente una persona un perdente viene incredibilmente smentita, non c’è alcun bisogno di seguire mortificanti stereotipi che la società ci propone ogni giorno. Non può essere tutto così schematico: per essere belli bisogna essere in forma, per essere vincenti bisogna avere successo. Con una pungente ironia, “Little Miss Sunshine” ci insegna che accettare se stessi è la più grande delle vittorie. Non parliamo di pensieri astratti, il film mostra realmente spaccati della vita quotidiana in cui lo spettatore può facilmente riconoscersi. Naturalmente, bisogna contestualizzarli. È chiaro che non a tutti può essere successo di trovarsi a disagio ad un concorso di bellezza, semplicemente perché non è capitato di parteciparvi, ma la sensazione di sentirsi fuori luogo e inadeguati può essere condivisa. Ed è questa che va affrontata. Alla radice del problema c’è forse il fatto che il contesto che ha reso una persona inadatta era un contesto sbagliato, che non consentiva alla persona di mostrarsi a pieno. La famiglia Hoover, in tutte le sue imperfezioni, poi, è l’esempio di come sia importante avere un punto di riferimento nella vita, un porto sicuro dove potersi rifugiare quando tutto va in fumo.

Il viaggio, dunque, ha un valore terapeutico. Se inizialmente i personaggi risultavano essere chiusi e contrari al dialogo, l’esperienza li induce a trasgredire alle proprie regole e ad aiutarsi. Vincitore del premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale e per il migliore attore non protagonista, Alan Arkin, che interpreta nonno Edwin, “Little Miss Sunshine” ha delle particolarità di tutto rilievo. Innanzitutto è diretto da una coppia sposata, Jonathan Dayton e Valerie Faris, che hanno diretto numerosi video musicali per diversi artisti, tra cui i Red Hot Chili Peppers e The Smashing Pumpkins. In secondo luogo, poi, l’idea nasce da un discorso di Arnold Schwarzenegger ad alcuni ragazzi di un liceo, in cui disse: “Se c’è una cosa in questo mondo che odio, sono i perdenti: li disprezzo!”. Per ribellarsi a quell’affermazione così drastica, lo sceneggiatore Michael Ardnt, premiato poi con l’Oscar, ha concepito la storia di una famiglia composta da “perdenti” a cui non importa il giudizio della gente.

“Little Miss Sunshine” è un inno alla diversità e all’atipicità, la storia di un gruppo di (auto)emarginati che riescono a formare un autentico ed imperfetto nucleo familiare. La pellicola diverte in modo intelligente, e infonde la voglia di emergere e far sentire la propria voce, mettendosi alla prova e non perdendo mai il coraggio di provarci. “Little Miss Sunshine” consola, proprio come una carezza di un padre o di una madre in un momento di difficoltà.

Mariantonietta Losanno

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