“THE HOUSE THAT JACK BUILT” DI LARS VON TRIER, IL SERIAL KILLER DEL CINEMA

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Uno dei sette manifesti realizzati, in occasione del CPH PIX film festival in Danimarca, raffigurante il regista (e sei dei protagonisti del film) in posizioni contorte, sofferenti e innaturali

Che il regista danese di “Dogville”, “Antichrist”, “Melancholia”, “Nymphomaniac” sia un provocatore è una cosa ormai risaputa. Conosciamo anche la sua precedente esperienza a Cannes, nel 2011, quando fu definito una persona “non gradita”, dopo una battuta infelice su Adolf Hitler, e fu bandito dal Festival. Di certo il regista è abituato alle polemiche e alle critiche, ma anche per un personaggio come lui, mostrare presunte simpatie naziste è troppo. C’è qualcosa di “malato” nel suo modo di esprimersi e soprattutto nel suo modo di fare cinema. È nella sua indole essere un provocatore. Nonostante ciò, nel 2018 è tornato sul luogo del delitto, al Festival di Cannes, per la sua nuova pellicola, “The house that Jack built” (letteralmente tradotto: “La casa che ha costruito Jack”). La pellicola è stata presentata fuori concorso in seconda serata con l’esplicita menzione “scene violente” sui biglietti di ingresso. Non è stato sufficiente avvisare il pubblico: le immagini scioccanti di torture e omicidi hanno scosso gli spettatori tanto da abbandonare la sala urlando. Non c’è da stupirsi delle reazioni, Lars Von Trier non si è mai posto scrupoli nel mostrare la violenza nella sua versione più macabra e perversa.

“The house that Jack built” è diviso in cinque “episodi” (che vengono definiti “incidenti”) più un epilogo, e racconta la storia di Jack (Matt Dillon), un serial killer, nel corso di dodici anni a partire dagli anni Settanta. Ogni omicidio per Lars Von Trier è un’opera d’arte, il che conferma la definizione di cinema “malato”. Se in “Nymphomaniac” l’ossessione era il sesso, in “The house that Jack built” tutto ruota intorno al bisogno di uccidere, all’abilità nel saperlo fare (è inquietante anche solo scriverne). Per uno spettatore assuefatto, lo shock è minore. Anzi, le azioni cruente creano quasi apatia. Non è certamente possibile restare indifferenti nel vedere immagini di mutilazioni e assassini, ma per chi conosce il cinema di Lars Von Trier, il senso di disturbo è maggiore di quello di paura e sconvolgimento. Il regista danese cura ogni dettaglio alla perfezione, ma perfezione (fortunatamente) non vuol dire bellezza. Jack, che ha assassinato più di sessanta persone, confessa i suoi omicidi e tutto ciò che prova a Verge, un misterioso personaggio che si potrebbe presumere sia uno psichiatra. Verge, però, interpretato dal magistrale Bruno Ganz, uno degli angeli ne “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders, potrebbe anche essere visto come originale diminutivo di Virgilio. Il suo compito, infatti, non è solo quello di ascoltare i racconti macabri dei disturbi ossessivi di Jack poi sfociati nell’istinto omicida, ma è anche quello di accompagnarlo nella sua discesa agli inferi.

Tutto ciò che non bisognerebbe fare, Lars Von Trier lo fa con arroganza ed egocentrismo. Può affascinare o provocare odio, ma è questo il suo modo di creare arte. Ogni aspetto che si dovrebbe evitare è invece presente: dalla tortura degli animali alla profanazione del cadavere dei bambini. Il regista vuole portarci oltre ciò che siamo abituati a vedere e a pensare, complice anche una società che non vuole agire anche quando le vittime di Jack chiedono disperatamente aiuto. Anche lo spettatore vorrebbe urlare e chiedere aiuto, ma sicuramente nessuno lo aiuterebbe, di certo non Lars Von Trier. L’idea di casa contenuta nel titolo è assolutamente in linea con tutto quello che abbiamo analizzato: dovrebbe esprimere un senso di famiglia, di sicurezza e di unione, ma è l’ennesima messa in scena macabra e surreale. Il problema non è comprendere lo stile di Lars Von Trier (perché non sarebbe possibile), ma accettare o meno di stare al suo gioco. Di serial killer ne abbiamo visti tanti, ma raramente il processo mentale di uno psicopatico era stato affrontato con tale crudezza. È un’arte molto lontana dalla produzione cinematografica contemporanea. A quelli che si gireranno dall’altra parte di fronte al suo sadismo, non ne possiamo fare una colpa. È da ammettere però che le sue opere, per quanto disoneste, siano sempre qualcosa di mai visto prima. Ipnotizzante, poi, la colonna sonora, “Fame”, di David Bowie.

Lars Von Trier mette in scena i suoi demoni e trasforma la sua arte in autocelebrazione e autoflagellazione. Vale la pena farsi travolgere dal suo vertice autodistruttivo? Se ci fosse un concorso per il regista più cinico, misogino e egocentrico, vincerebbe sicuramente ogni anno lui. Si può disprezzare, ma non ignorare.

Mariantonietta Losanno