“PROFUMO – STORIA DI UN ASSASSINO”: UN MONDO SETTECENTESCO PUTRIDO E NAUSEANTE

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La memoria olfattiva affascina per la sua capacità di rievocare le emozioni del passato. Basta un istante: casualmente sentiamo un profumo e si ridestano sensazioni sopite da tempo, che credevamo dimenticate. L’odore, quindi, è un potentissimo detonatore di ricordi, capace di far rivivere luoghi, sentimenti, persone. La potenza dei ricordi olfattivi ha ispirato una grande produzione letteraria: Marcel Proust, ad esempio, ne ha disquisito in “Alla ricerca del tempo perduto”. Un fenomeno noto anche come la “sindrome di Proust”. Nella sua opera, lo scrittore francese evoca un ricordo della sua infanzia legato al sapore e all’odore di una “madeleine” (dolce tipico di Commercy, nel sud-est della Francia). Il ricordo, cristallizzato da qualche parte, apparentemente inaccessibile, si svela nella sua potenza emotiva.

Questa premessa è funzionale per analizzare una pellicola sui generis, che si distacca da qualsiasi categoria predefinita, ponendosi invece come un’opera originale ed interessante. “Profumo – Storia di un assassino”, racconta la storia di Jean-Baptiste Grenouille, nato a Parigi nel 1738, in condizioni disagiate. Fin da bambino, dotato di un olfatto molto sviluppato, va alla ricerca di tutti gli odori della città. Una volta cresciuto, lavora nel negozio del profumiere Baldini, dove impara tutti i segreti sulle spezie e sulle essenze. La sua ossessione, però, è quella di riuscire a “conservare” il profumo delle donne. Questa folle mania lo farà diventare un assassino. Ogni volta che Jean-Baptiste annusa, le frequenze si frammentano. Il suo senso è così sviluppato da riuscire a coprire una distanza molto vasta. Ogni volta che individua la sua preda, le da la caccia e la cattura. 

La pellicola è l’adattamento cinematografico del romanzo “Il profumo” di Patrick Süskind, bestseller mondiale, tradotto in più di quaranta lingue. Il regista mostra un mondo putrido, in cui non c’è nulla che profumi. Molte scene, durante i centoquarantasette minuti con alcuni tempi morti, assumono tratti così perversi e macabri da provocare un senso di nausea. Il finale stupisce perché cerca di spostare l’attenzione sul tema dell’amore e della solitudine, argomenti in contrasto con la violenza a cui lo spettatore assiste per la restante parte della pellicola. È difficile rendere sullo schermo il “mondo degli odori”, per riuscire poi a trasmetterlo al pubblico. La storia, dunque, per il regista, è stata una materia estremamente difficile da dominare. Jean-Baptiste è disturbante: ha uno sguardo innocente e una mano assassina. Non ha un briciolo di pietà, gradualmente perde ogni connotazione umana. Una figura demoniaca. La beffa più grande è che proprio Jean-Baptiste non emana alcun odore. Ecco che il senso di solitudine che deriva dal “non sentirsi” apre le porte al dramma dell’ultima parte dell’opera. I peggiori serial killer non hanno le sembianze e la brutalità di Jean-Baptiste, disposto a qualsiasi cosa pur di poter distillare un profumo e conservarne l’essenza per sempre. Rimarrà per sempre il dubbio su come avrebbe realizzato la trasposizione cinematografica del romanzo di Süskind Stanley Kubrick, che si dichiarò interessato al progetto quando l’autore non aveva ancora venduto i diritti. “Profumo – Storia di un assassino”, non è un film adatto a tutti. Per poterlo apprezzare bisogna concepirlo come un’esperienza, andando al di là di quello che si vede. Altrimenti si rischia di vivere solo un tormento senza fine.

Mariantonietta Losanno