“IL CORRIDOIO DELLA PAURA”: IL CINEMA CHE DIVENTA DENUNCIA SOCIALE

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John Barrett, ambizioso e ostinato giornalista, si finge malato per poter indagare su un omicidio avvenuto in un manicomio. Il suo desiderio di vincere il premio Pulitzer è così forte da sottovalutare l’incontro con i ricoverati. Quando, infatti, sarà riuscito a trovare le risposte alle sue domande, meritandosi quindi la nomina al premio, la sua mente sarà troppo offuscata dalla follia.

“Il corridoio della paura” si ispira alla storia di Nellie Bly, una giornalista che nel 1887, fingendosi una rifugiata afflitta da paranoia, si fece rinchiudere nel manicomio dell’isola Blackwell, allo scopo di scoprire le condizioni di vita delle donne ricoverate. Nel suo reportage, Nellie Bly racconta i soprusi e le violenze che le pazienti subivano per opera di crudeli infermiere e medici poco capaci: “Battevo i denti e tremavo, il corpo livido per il freddo che attanagliava le mie membra. All’improvviso, tre secchi di acqua gelida mi furono versati sulla testa, tanto che ne ebbi gli occhi, la bocca e le narici invase. Quando, scossa da tremiti incontrollabili, pensavo che sarei affogata, mi trascinarono fuori dalla vasca. Fu in quel momento che mi sentii realmente prossima alla follia”. Grazie al suo resoconto, una commissione stanziò 1.000.000 di dollari per apportare una riforma negli istituti di igiene mentale.

Come si può immaginare di poter vivere un’esperienza simile e restare lucidi e presenti a se stessi? Era quello che credeva Nellie Bly, che aveva fede nella sua capacità di autrice ed era certa di poter fingere una qualche psicosi per il breve periodo che la sua indagine avrebbe richiesto. Così come John Barrett, il giornalista che nella pellicola di Samuel Fuller sembra non aver alcun dubbio sulla propria stabilità mentale. Assimilare atteggiamenti e caratteristiche proprie di coloro che vengono definiti “pazzi”, al punto di ingannare l’occhio esperto di medici, non è cosa da niente. È come se si dovesse interpretare un ruolo, apparire convincenti e quindi mentalmente instabili, ingannare gli altri e se stessi. Un lavoro che inizia dallo sguardo: occhi spalancati, trattenendosi il più possibile dallo sbattere le palpebre. Poi le movenze, i “raptus” di ira, i discorsi sconclusionati e privi di senso.

È davvero possibile, però, realizzare un identikit di una persona mentalmente instabile? Che tratti caratterizzano un “pazzo”? Per essere definito tale, bisogna sentirsi tale, è quello che innesca il meccanismo della follia. “Il corridoio della paura” è forse il più celebre film ambientato in un ambientato in un manicomio prima di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Miloš Forman del 1975. Ed è anche il coronamento della carriera di Samuel Fuller che in questa pellicola esplora con precisione chirurgica i meandri della follia, della violenza e della paura. Un’opera che diventa, quindi, un atto di denuncia, proprio come il reportage di Nellie Bly. È difficile affermare, però, se fingersi malati sia un atto di coraggio o una scelta autolesionista.

“Il corridoio della paura” è un film immediato e attuale che si focalizza sull’idea di odio. A questo mondo, per una ragione o per l’altra, ci piace odiare. Ci sarà sempre qualcuno che seguirà quest’idea. È una pellicola essenziale, diretta, che non ha paura di mostrare la paura.

Mariantonietta Losanno