“TRAVOLTI DA UN INSOLITO DESTINO NELL’AZZURRO MARE D’AGOSTO”: POLITICA, FEMMINISMO E INEGUAGLIANZA SOCIALE

L’Academy di Hollywood ha annunciato l’Oscar alla carriera alla regista e sceneggiatrice italiana Lina Wertmüller. “È un riconoscimento dovuto”, ha affermato Giancarlo Giannini in un’intervista.

Lina Wertmuller

Possiamo azzardare definendolo un atto di giustizia. Lina Wertmüller è stata la prima donna candidata all’Oscar come miglior regista per il film “Pasqualino Settebellezze” nella cerimonia del 1977; hacollaborato come aiuto alla regia in 8½” di Federico Fellini; ha ribaltato i canoni della commedia all’italiana aggiornandone i tratti caratteristici; si è sempre contraddistinta per il suo stile audace e anticonvenzionale.    Sono passati quarantacinque anni da quando Lina Wertmüller ha diretto uno dei suoi film più importanti, soprattutto per lo spessore dei contenuti: “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”. La pellicola ha reso immortale il duo Giancarlo Giannini – Mariangela Melato, e ha avuto un grandissimo successo in Italia e all’estero, tant’è che ne è stato realizzato un remake (purtroppo malriuscito) diretto da Guy Ritchie e interpretato da Madonna e da Adriano Giannini, figlio di Giancarlo Giannini. Uno dei motivi che ha consacrato il successo della pellicola della Wertmüller e ha decretato invece il fallimento del remake va cercata nel periodo storico. Ci troviamo nell’Italia della prima metà degli anni Settanta, un clima in cui tutto è politica. Femminismo, razzismo, frustrazioni sessuali e sociali, privilegi e svantaggi sono i temi principali. I due protagonisti incarnano gli stereotipi dell’Italia di quegli anni: lui, Gennarino Carunchio, proletario iscritto al PC, maschilista e irascibile (le donne sono nate per servire gli uomini e per essere oggetti di piacere, secondo la sua opinione); lei, Raffaella Pavone Lanzetti, snob, altolocata e anticomunista. Entrambi si trovano a bordo di uno yacht, nel quale persino le assi di legno che separano il ponte dalla sottocoperta sembrano voler stabilire le distanze tra chi si trova “sopra” e chi “sotto”, chi, in altre parole, detiene il potere e chi è costretto a subire le angherie e a ridursi al pari di uno schiavo. Queste barriere sociali sembrano apparentemente invalicabili, ma per colpa dell’ennesimo capriccio di Raffaella che costringe Gennarino a portarla al largo in gommone sfidando le correnti contrarie, i due naufragano su in isolotto deserto. Questa sarà l’occasione per il proletario sfruttato e trattato da schiavo per mettere in atto la propria rivendicazione di superiorità, con conseguenze inaspettate.

Gennarino compie una vera e propria rivoluzione e si ribella all’oppressione del capitalismo industriale del nord. Non capisce però che anche il sessismo è una forma di oppressione paragonabile allo sfruttamento del proletariato. Alcuni suoi atteggiamenti (le violenze fisiche e verbali) non possono che innervosire lo spettatore, ma devono essere intese come una sorta di liberazione e di sfogo nei confronti di tutte le ingiustizie e le privazioni che la classe proletaria è costretta a sopportare, e contro gli sbeffeggiamenti continui della classe più agiata. Non dovremmo neppure, in questo contesto, far riferimento alle classi sociali, ma la pellicola ruota intorno a questo rapporto agli antipodi.   L’opera di Lina Wertmüller mostra uno spaccato di vita difficilmente realizzabile: un ritorno alla condizione primitiva in cui per poter sopravvivere bisogna mettere da parte le differenze sociali. Eppure, per quanto gli atteggiamenti violenti di Gennarino e quelli razzisti di Raffaella abbiano fatto discutere, non appaiono oggi, a più di quarant’anni di distanza dalla realizzazione della pellicola, così distanti da personaggi della nostra attualità. Lina Wertmüller fa critica sociale con intelligenza e persino ironia.

Mariantonietta Losanno

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