LIBERA NOS A MALO: VIAGGIO NELL’ANTICA CAPUA TRA PAGANESIMO E CRISTIANESIMO – terza parte

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tratto dall’elaborato di laurea di Andrea Zippa

CAPITOLO III

LA SPIRITUALITÀ CAPUANA: TRA PAGANESIMO E CRISTIANESIMO

3.1: I culti pagani: le principali divinità venerate dai Capuani

Anche a Capua, così come a Roma, il culto di Giove rivestiva un’enorme importanza tra i cittadini: il padre degli dei, che compariva anche sulle monete argentee emanate nel periodo dell’indipendenza capuana al tempo della Guerra Annibalica, era venerato nel Campidoglio cittadino, che, secondo Beloch, sorgeva alle falde del Tifata, da dove dominava tutta la Pianura Campana, con il titolo di Iuppiter Optimus Maximus o Iuppiter Liber o ancora come Iuppiter Vesuvius, dal momento che a Giove era consacrato anche il Vesuvio; lo stesso dio però era venerato in città anche con i titoli di Iuppiter Compages, cioè protettore dei pagi che formavano anticamente il territorio capuano, e di Iuppiter Flagius o Pelagius nel Santuario del Fondo Patturelli. Altra divinità oggetto di un forte culto a Capua era naturalmente Giunone, protettrice delle città italiche ma anche del Monte Gauro a Cuma, che era qui venerata sia come Venus Iovia sia come Iovia Damusa, protettrice delle partorienti, nel Santuario del Fondo Patturelli, sia come Iuno Lucina, secondo un culto importato direttamente da Tusculum. Un posto particolare tra le divinità più adorate dai Capuani era riservato a Diana, il cui santuario sul Monte Tifata era probabilmente l’unico tempio della Campania a lei consacrato. Senza dubbio Giove, Giunone e Diana erano gli dei più amati in città ma non mancavano anche templi dedicati alle altre divinità italiche, anche se considerate di minor importanza rispetto alla triade sopra menzionata: sono ricordati da iscrizioni i culti di Ercole e Nettuno, mentre da testimonianze letterarie si viene a conoscenza dell’esistenza di templi di Marte, Fortuna e Vittoria; infine da altre fonti ancora si apprende dell’esistenza di un collegio di magistri che presiedeva al culto della Spes e della Fides e di uno di ministri che si occupava di quello dei Lari. Tra le divinità greche invece spicca Cerere, la cui effigie compariva sulle più antiche monete campane: anche il suo tempio era amministrato da magistri e il far parte di questo sacerdozio era considerato un titolo onorifico; alcuni, come Beloch, identificano proprio Cerere nella Iovia Damusa del Fondo Patturelli. Sembra che avessero un proprio tempio anche i Dioscuri, come sopra ricordato, e la dea Nemesi mentre non sussiste alcuna testimonianza riguardante il culto di Apollo; infine tra i culti importati dall’Oriente attecchirono a Capua, ma senza mai assumere un ruolo principale, quello della Mater Deum, di Iside e di Mitra. Con l’arrivo del Cristianesimo e la sua legittimazione in città sparirono tutte le feste pagane che potessero essere motivo di scandalo per la nuova religione di Stato: si apprende ciò da un calendario, il Feriale Campanum, risalente al 387 d.C., in cui sono elencate solo quelle festività cui potessero partecipare senza problemi anche i Cristiani.

3.2: L’arrivo e la diffusione del Cristianesimo a Capua

Il Cristianesimo comincia la sua diffusione nel territorio capuano nel I secolo d.C.: secondo la tradizione degli Acta Atinensis Ecclesiae (XIII sec.) San Pietro, durante il viaggio da Antiochia a Roma, fece tappa anche a Capua dove nominò vescovo un uomo del suo seguito, Prisco, con il compito di evangelizzare la popolazione; dopo un ventennio di predicazione tuttavia egli sarebbe stato martirizzato lungo la Via Aquaria. Nel Martirologio di Adone di Vienne (IX sec. d.C.) si legge inoltre che Prisco sarebbe stato uno dei settantadue discepoli di Gesù, precisamente il proprietario del Cenacolo. Infine mons. Granata, vescovo di Sessa, affermava che questo personaggio fu l’artefice della distruzione del Tempio di Diana Tifatina e che ebbe come sua prima sede la cosiddetta “Grotta”, probabilmente un rifugio catacombale, che costituì la base intorno alla quale sorse la Basilica di Santa Maria Maggiore, l’attuale Duomo di Santa Maria. Fiumi di inchiostro sono stati gettati sulla figura di Prisco: tutti i problemi derivano sia dall’assenza di attendibilità degli Acta Atinensis Ecclesiae che, come nota la critica moderna, furono redatti più per fini pastorali e propagandistici che storici, sia dall’esistenza di innumerevoli cataloghi di discepoli del Signore, redatti in base a criteri del tutto arbitrari. Proprio l’assenza di notizie certe ha portato gli studiosi a dubitare della reale esistenza di un Prisco di Capua, identificandolo con il santo omonimo, vescovo di Nocera, ricordato nel carme 19 di S. Paolino di Nola. La questione è delicata, come nota Maria Pia Farina Landino: infatti tutti i codici trasmettono la lezione “nucerinus episcopus”, la quale, tuttavia, contiene un grave errore metrico dal momento che non rispetta lo schema dell’esametro, presentando in successione una sillaba lunga (nu, derivata dal dittongo ou di Nouceria), una breve (ce), una lunga (ri) e infine una breve (nus); tale errore sarebbe ovviato se si sostituisse “capuensis” o “campanus” a “nucerinus”: dunque se non è possibile affermare che Prisco fu uno dei discepoli di Gesù, tuttavia non vi è dubbio sulla sua reale presenza a Capua, della quale apprendiamo oltre che dall’epistola di Paolino, la cui lezione errata è sicuramente dovuta alla svista di un qualche copista che ha causato la corruzione dell’intera tradizione testuale, anche da vari martirologi e da testimonianze archeologiche, ovvero i resti della chiesa paleocristiana, risalente al IV-V secolo, sorta sul luogo del martirio di Prisco, su cui poi sarebbe stata costruita l’attuale chiesa di San Prisco, nel comune omonimo: interessanti erano i mosaici absidali dell’edificio paleocristiano, distrutti nel ‘700, raffiguranti sedici santi martiri, divisi in due schiere: da un lato i martiri capuani, guidati da Prisco, dall’altra quelli forestieri, capeggiati da San Pietro. Ad ogni modo il Cristianesimo a Capua conobbe un rapido e importante sviluppo già molto antico, favorito anche dalla presenza di una nutrita comunità ebraica, qui presente già nel I sec. d.C., che facilitò l’ingresso in città alla nuova religione grazie anche alle frequenti conversioni che avvenivano in essa. Purtroppo mancano le testimonianze sull’effettivo avvio della comunità cristiana e sono andate perdute le liste dei primi vescovi ma non vi è dubbio che la Chiesa capuana sia stata una delle più antiche e importanti e a riprova di ciò vi sono varie testimonianze: innanzitutto una lettera di San Cipriano ai Santi martiri Agostino e Felicita, risalente al 250, al tempo delle persecuzioni di Decio, in cui Capua è definita “metropoli” della Campania; è nota poi la costruzione ad opera di Costantino di una basilica (che da lui prese il nome di “costantiniana”) proprio per la grande diffusione del Cristianesimo in città; infine nel IV secolo, quando fu nominato come vescovo Vincenzo, che fu legato di papa Silvestro al Concilio di Nicea ed ebbe incarichi importanti dall’imperatore Costante e da papa Liberio, a Capua si tenne il Concilio generale dei vescovi d’Occidente guidato da Sant’Ambrogio. Tutto ciò testimonia l’importanza della comunità cristiana capuana nel IV secolo, tanto che il vescovo di Capua, pur non essendo un “metropolita” era comunque considerato il primo della regione per importanza.

CAPITOLO IV

I TEMPLI DEL TIFATA: DIANA E GIOVE TIFATINO

4.1: Il Monte Tifata: breve collocazione storico-topograficaIl Monte Tifata si trova a circa due miglia a nord-est di Capua: esso sorge all’improvviso, spezzando la regolarità del suolo della Pianura Campana, all’altezza di Triflisco, subito al di là del corso del Volturno; la sua massa montuosa è costituita da calcare appenninico: proprio per l’estrazione di questo materiale nel corso del tempo sono state aperte varie cave (alcune delle quali già nei primi secoli dopo Cristo) che hanno trasformato l’aspetto originario del monte, devastandolo e facendolo apparire completamente diverso rispetto alla sua immagine antica: il versante del Tifata rivolto verso Capua oggi appare roccioso e privo di vegetazione, con fianchi impervi che di tanto in tanto si aprono in pianori divisi da strette vallette; al contrario, il versante opposto risulta fittamente coperto da boschi e altra vegetazione che solo raramente lasciano spazio a radure e coltivazioni; inoltre sgorgano da occidente numerose sorgenti, note sin dall’antichità per le loro salutari proprietà termali, che formavano ai piedi del monte un lago, riportato ancora nella raffigurazione della Tabula Peutingeriana, ma risultante nel ‘500 (secondo la testimonianza di Camillo Pellegrino) una zona paludosa. In base alla descrizione fattane da Silio Italico, nell’antichità il monte sarebbe stato coperto da fitti boschi di querce e rivi d’acqua e popolato da animali selvatici; inoltre sorgevano qui ben due templi: uno dedicato a Diana, cui era collegato anche un vicus, e un altro consacrato a Giove e poste sulla vetta del rilievo. Tutta questa situazione emerge chiaramente dalla raffigurazione della Tabula Peutingeriana, la quale dedica ampio spazio proprio all’area tifatina, segno della sua importanza.

Come ha notato Stefania Quilici Gigli sembra che la prima occupazione del monte risalga all’epoca protostorica, precisamente ad un periodo compreso tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro: infatti i ritrovamenti occasionali negli anni ’60 del ‘900 di materiale sepolcrale soprattutto fittile insieme alla ricerca topografica mostrano un’intensa occupazione dell’area proprio per questo periodo. La studiosa sottolinea tuttavia come in passato si pensasse che le tombe qui trovate fossero collegate ad un villaggio che sorgeva nella zona dell’odierno S. Angelo in Formis, abbandonato in seguito alla concentrazione a Capua degli abitanti di questo e di altri vici; in realtà però

 “le testimonianze degli scavi condotti presso Santa Maria Capua Vetere al Nuovo Mattatoio, nella necropoli a nord dell’Anfiteatro e negli strati inferiori dell’abitato dell’Italtel hanno messo in evidenza come non sia più sostenibile una alternanza tra quegli abitati e Capua, ma sia da presuppore una loro contemporaneità: tale osservazione va estesa anche agli insediamenti [sul] Monte Tifata. L’ampio arco cronologico e la prosecuzione di vita di alcuni di questi ultimi in epoca arcaica prospettano ragioni insediamentali che possono essere […] lette in rapporto alla peculiare posizione topografica”.

Ancora Quilici Gigli sottolinea come probabilmente questi insediamenti sull’altura siano collegati alla rete dei collegamenti interregionali in un luogo cruciale e strategico per i contatti tra vari popoli: in particolare a quest’altezza cronologica sembra già attestata la presenza di uno o addirittura più templi arcaici, come testimoniato da un insieme di terrecotte architettoniche oggi al Museo Campano ma provenienti proprio da S. Angelo. Purtroppo non abbiamo testimonianze archeologiche per quest’area risalenti al periodo in cui Capua divenne il centro dei Campani, quando il centro religioso di riferimento sembra essere il Santuario del Fondo Patturelli. Il Tifata torna nelle fonti classiche, in particolare in Livio, al tempo delle Guerre Sannitiche: lo storico latino infatti ricorda che:

“[I Sanniti] dopo che ebbero occupato il Tifata, i colli che sovrastano Capua, con un saldo presidio, discesero di qui in formazione compatta alla pianura, che si stende tra Capua e il Tifata”.

Ed è proprio alla conclusione del primo conflitto con i Sanniti, quando Capua è ormai entrata nella federazione romano-latina, che risalirebbe la prima costruzione del tempio di Diana.

Nelle fonti classiche il Tifata ritorna altre volte, ma sempre in posizione sfavorevole per Capua: infatti grazie alla sua posizione dominante sulla Pianura Campana esso fu utilizzato da tutti gli eserciti che irruppero in Campania come base operativa. Così, dopo i Sanniti nel IV sec., anche Annibale porrà qui i suoi accampamenti durante l’assedio romano di Capua (e addirittura la Tabula Peutingeriana riporta sul Tifata la dicitura Castra Hannibalis) e poi, al tempo della prima Guerra Civile, ebbe luogo proprio ai piedi dell’altura la battaglia tra Silla, accampatosi sul Tifata, e il console Norbanus: il futuro dittatore, in segno di ringraziamento per la vittoria qui conseguita, donò al tempio aquas et agros: è possibile notare l’ampiezza della donazione sillana all’interno della Tabula Peutingeriana dove la località denominata Syllae è posta a 6 miglia ad est del tempio.. Un ruolo preminente fu assunto dal Tifata a partire dal 211 a.C.: infatti, dopo la sconfitta di Annibale e la riconquista romana di Capua, l’ager campanus divenne ager publicus e così il monte divenne pagus autonomo; inoltre nel 198 a.C. le terre situate ai piedi dell’altura furono oggetto di vendita censoria: ed è proprio a questo periodo che si fa risalire la fondazione sulla cima del monte di un tempio dedicato a Giove, affiancato da vari edifici. A partire da Silla, inoltre, il Tifata divenne una prefettura autonoma con a capo un praefectus iuri dicundo montis Dianae Tifatinae (su cui abbiamo notizie da molte iscrizioni) cui si affiancano i magistri fani Dianae Tifatinae, già presenti da tempo e che, come nota Beloch, “non [a] caso [… sono] gli unici magistri della cui permanenza in età imperiale abbiamo notizia”.

La crescente importanza del tempio fece sviluppare nelle sue vicinanze a partire dal I sec. a.C. anche un abitato, tradizionalmente chiamato vicus Dianae Tifatinae, di cui si conservano alcuni resti, largamente presenti fino alla metà dell’800 ma oggi solo in minima parte visibili. È possibile ricostruire, sia grazie ai resti in loco che a quelli conservati al Museo Campano, la presenza di vari edifici, collegati al tempio o ad uso privato, che nel vicus sorgevano: ricordiamo tra questi un lupanare; un complesso termale che si può identificare con le aquas donate da Silla al santuario; un complesso alto circa 8 metri in opus reticulatum e lateritium, parte di un edificio a due piani di uso ignoto, oggi utilizzato come sostruzione per una costruzione su piazza Abate Desiderio; un edificio prossimo al tempio composto da più ambienti, uno dei quali contenente un’edicola raffigurante Diana in abito da caccia con accanto un cervo; altri vari edifici per i quali i resti sono troppo scarsi ma di cui si conservano i bolli laterizi e gli apparati decorativi al Museo Campano; varie tombe, prospicienti l’area del vicus.

Per il II sec. d.C. è ancora attestata la presenza dei magistri così come l’uso di vilici per la conduzione delle terre appartenenti al tempio; ad uno schiavo, inoltre, era affidato il compito di aedituus, custode, del santuario; infine una dedica all’imperatore Settimio Severo da parte della Colonia Capua attesta la grande considerazione imperiale nei confronti dell’edificio di culto. Al periodo compreso tra II e III sec. d.C. risalirebbe anche il mosaico c.d. “Coro Sacro”, proveniente da un’area contigua al santuario, collegabile ad un ambiente in cui si svolgevano cerimonie religiose. Per questo periodo non abbiamo altre testimonianze archeologiche se non la documentazione epigrafica delle necropoli che mostra come l’area continuasse ad essere abitata. Le ultime testimonianze provenienti dalla zona sono epigrafi risalenti al IV sec. d.C. che mostrano ancora vita sia per il culto di Diana sia per la vita del vicus. Bisognerà attendere l’Alto Medioevo per avere nuove attestazioni che mostrano come la zona risulti nuovamente abitata con la costruzione di un castello e di una chiesa sulla cima del monte e della Basilica Benedettina sull’antico tempio di Diana.

4.2: Il Santuario di Diana Tifatina: fondazione, ampliamenti, distruzione

Strettamente legato al Tifata è il Santuario di Diana: pertanto, dopo la ricostruzione storico-topografica del monte e prima di passare alla descrizione dei suoi resti e delle ipotesi degli studiosi su di esso, è opportuno delineare le varie fasi di vita del tempio, a partire dalla sua costruzione, attraverso i successivi ampliamenti, fino ad arrivare alla sua distruzione, quando sui suoi resti nel VI sec. sarà fondata la Basilica Benedettina, la quale tuttavia nella forma attualmente visibile risale all’XI sec., quando l’abate Desiderio di Montecassino ne avviò un’opera di ricostruzione secondo i nuovi canoni cassiniani.

Il Santuario di Diana Tifatina sorgeva sulla pendice occidentale del Monte Tifata, a 3 miglia da Capua, come indicato sulla Tabula Peutingeriana; il collegamento tra le due località era garantito dalla Via Dianae: alla sua epoca il Beloch poteva vederne ancora una sezione antica, conservata all’incirca presso il cimitero di S. Maria:

“Qui la strada lunga per più di 100 metri è scavata nel tufo, in parte ad una profondità di 4-6 metri; la larghezza va da meno di 1,75 metri fino a 1,80, equivalenti a sei piedi romani. Perpendicolarmente a questa c’è una seconda strada scavata anch’essa nel tufo e della stessa larghezza. Entrambe corrono quasi in linea retta. […] Poiché nella maggior parte dei casi le strade così incassate corrispondono ai limites per mezzo dei quali […] erano divise le centurie dell’ager Campanus, lo scopo allora deve essere stato quello di conferire alla limitatio un assetto incancellabile”.

La via Dianae, raggiunto il tempio, proseguiva poi verso nord, girando intorno al Tifata e raggiungendo la località che sulla Tabula Peutingeriana viene indicata come Syllae per poi giungere al Volturno e scavalcarlo con il c.d. “Ponte di Annibale”, di cui si scorgono ancora i resti nell’alveo del fiume: da qui poi si innestava sulla viabilità per raggiungere Casilinum.

 Il santuario e il culto di Diana Tifatina sono molto antichi e acquisirono sempre più rinomanza nel corso del tempo ma si discute molto sulle loro origini: già in età arcaica sorgevano sul Tifata, come già ricordato sopra, uno o più templi sui cui però non si conosce praticamente nulla; ora, se si presume che qui fosse già venerata Diana o comunque una divinità con attributi da cacciatrice non si può escludere che il santuario arcaico del Tifata non fosse solo un “avamposto territoriale di Capua, ma risponde[sse] a più complesse istanze, nel tessuto delle relazioni tra Cuma, Capua, Lazio, Etruria e genti italiche dell’interno, quale cerniera nel dispiegarsi di contatti e traffici”. Ad ogni modo, a testimonianza dell’antichità del culto della dea cacciatrice vi è un passo di Ateneo in cui si ricorda la presenza tra i doni votivi del santuario di una coppa d’argento con incisione in oro, attribuita a Nestore:

“Anche ora è visibile a Capua, città della Campania, una coppa di tale genere consacrata ad Artemide, la quale appunto quelli dicono che sia stata di Nestore: è d’argento, con i versi omerici incisi in lettere d’oro”.

Il tempio di Diana, cui risalgono i resti attualmente conservati e reimpiegati nell’edificio sacro, fu costruito nel IV sec. a.C. nello stesso luogo in cui sorse poi nel Medioevo la Basilica Benedettina. Il santuario di Diana doveva presentarsi con una marcata frontalità sorgendo su un alto podio, secondo i canoni dei templi etruschi, mentre si discute sulla sua struttura: per alcuni esso avrebbe avuto pronao profondo quanto la pars postica e colonnati laterali mentre per altri sarebbe stato un tempio tuscanico ad ali, cioè con pareti laterali in luogo dei colonnati. L’edificio templare sorgeva su una terrazza che affacciava sulla piana sottostante, per la costruzione della quale si dovette intervenire ampiamente sul monte, tagliando, regolarizzando e spianando le sue pendici; la platea così realizzata era poi sostenuta da muri sia sul retro che sul fronte.

Collegata al culto di Diana Tifatina è la leggenda della cerva bianca, appartenuta a Capys e considerata ancella della dea, che si può leggere in Silio Italico:

“Ci fu una cerva, vista raramente nel mondo per il [suo] colore, che superava per bianchezza la neve, per bianchezza i cigni. Capys, mentre tracciava le mura con un solco, nutriva questo dono selvatico, addolcito dal gradito affetto della piccola [creatura] e nell’allevarla [le] donava il sentimento dell’uomo. Quindi, persa la sua natura selvaggia, [essa] sia si avvicinava docile alle tavole sia inoltre gioiva servile quando il padrone la toccava. Le matrone abituate al pettine dorato pettinavano la [cerva] mite e bagnandola nel fiume le restituivano il colore. La cerva era ormai una divinità del posto e la credevano ancella di Diana e secondo l’usanza si offrivano incensi agli dei. Questa tenace e beata per età e vita condusse una fiorente vecchiaia attraverso mille instancabili anni e raggiungeva per il numero di secoli le case fondate dai Troiani”.

Tuttavia, al tempo della Guerra Annibalica, la bestia, spaventata dall’ingresso in città durante la notte di alcuni lupi, scappò via dalla città finendo nelle mani di Fulvio Flacco, il console romano che stava assediando Capua, che la sacrificò a Diana affinché la dea propiziasse la buona riuscita dell’impresa:

“Infatti, improvvisamente agitata dall’assalto di lupi crudeli che entravano in città con le tenebre della notte (triste presagio di guerra), all’alba si era spinta fuori dalle porte e timorosa cercava una fuga spaventata per i campi posti presso le mura. Il comandante Fulvio durante una piacevole gara tra i giovani sacrifica quella che avevano catturato a te, o dea (a te infatti questa è una graditissima offerta sacra), e prega: -O figlia di Latona, vieni in aiuto a queste imprese".

Questi fatti risalirebbero al 211 a.C…

Sempre ad un avvenimento riguardante la seconda Guerra Punica, ossia l’uccisione degli elefanti di Annibale da parte dei Romani che difendevano le trincee e le fortificazioni degli accampamenti che circondavano Capua, sarebbe collegato un ulteriore dono votivo conservato nel tempio: un cranio di elefante, ricordato da Pausania nella sua Periegesi:

“Scrivo ciò non per fama, avendo visto una testa di elefante nella terra dei Campani nel tempio di Artemide: precisamente il santuario di Capua dista circa trenta stadi, e la stessa Capua è la capitale dei Campani”.

Con il passaggio di Capua ai Romani il tempio del Tifata andò assumendo sempre più importanza, conoscendo nuovi interventi edilizi: nel 135 a.C. fu realizzato un muraglione di 7.50 metri di altezza sulla fronte del tempio ad opera del console Q. Fulvio Flacco, come ricordato da un’epigrafe di dimensioni monumentali che fu apposta sul nuovo muro per l’occasione: dal momento che, sommando i due muri sostruttivi, quello antico e quello nuovo, si raggiungeva un dislivello di 14.50 metri, Quilici Gigli crede verosimile la realizzazione di ulteriori muri “per arginare e contenere la spinta delle terre, creare i piani di calpestio e garantire gli accessi. […] Questi muraglioni avrebbero così articolato scenograficamente il prospetto del santuario sulla pianura”; un successivo intervento si ebbe nel 108 a.C. con il totale rifacimento del santuario: esso fu ampliato, utilizzando la tecnica dell’opus incertum, nella parte retrostante, allungando il podio di 6 metri e trasformando il tempio in periptero; furono inoltre installate nuove colonne e realizzato un nuovo pavimento, il tutto ad opera dei magistri, come ricordato da un’altra epigrafe, stavolta inglobata nel pavimento; gli stessi nel 99 a.C. promossero altri lavori, di cui veniamo a conoscenza grazie a un’ulteriore iscrizione collocata nella zona sottostante il tempio, che permisero l’ampliamento dell’area sacra verso nord con la costruzione di edifici di servizio per il culto e i fedeli, nonché l’erezione delle statue dei Dioscuri, forse richiamo ad un culto arcaico. Ora, come nota ancora Quilici Gigli, se lo scopo di questi interventi senza dubbio sarebbe stato quello

“di monumentalizzare il santuario, adeguandolo alla temperie culturale e a nuove esperienze architettoniche, [tuttavia] si distinguono nettamente per i commissionari dei lavori e l’origine del denaro impiegato per le opere. Nel primo caso ci troviamo di fronte a un personaggio di spicco romano, Servius Folvus Flaccus, il quale investe per la costruzione del muraglione un bottino di guerra e orgogliosamente richiama il suo operato con una monumentale iscrizione, che poteva essere letta anche da lontano. Negli altri due casi sono i magistri campani a provvedere, non con denaro proprio, ma avvalendosi della stipe del tempio di Diana. All’epigrafe che celebrava il restauro del tempio era comunque riservata una posizione di rilievo religioso, anche se non di impatto pubblico; per gli interventi del 99 a.C. l’epigrafe, apposta su un muraglione, non rispondeva, date le dimensioni, né a intenti di impatto visivo, né era certo leggibile da lontano. Per Servius Folvius Flaccus si può richiamare la possibilità di una sua discendenza da Quintus Fulvius Flaccus […]: in tal caso potrebbero aver influito nella promozione dei lavori nel santuario di Diana non solo la gratitudine nei riguardi della dea per tradizione familiare, ma anche interessi e clientele che i Fulvii avrebbero potuto avere modo di coltivare e sviluppare nella zona […]. Nel caso di lavori condotti dai magistri campani, questi si pongono nel novero di numerosi altri interventi attuati nella zona […] che consentì ai Capuani […] di recuperare nel campo del diritto privato quanto avevano perso nel diritto pubblico. […] La spesa ingente che sostennero implica che il tempio potesse disporre di considerevoli entrate e avesse mantenuto l’autonomia amministrativa”.

Probabilmente tra le risorse economiche del tempio rientravano, già a quest’altezza cronologica, anche possedimenti terrieri; in ogni caso comunque la maggiore fonte di ricchezza per il santuario era data dai doni votivi offerti tanto da privati cittadini quanto da enti pubblici o comunità di fedeli in occasione di particolari eventi, prodigi, etc.; testimonianza di ciò è il ritrovamento, alle spalle del tempio di alcune favissae, fosse rettangolari, rivestite in pietra, in cui venivano interrati gli ex-voto che non trovavano spazio nel tempio: si tratta di terrecotte, anfore, oggetti bronzei, etc., tutto materiale considerato di scarso valore, dal momento che venivano esposti nel santuario solo gli oggetti più preziosi. Ad ogni modo, da tutte queste testimonianze si apprende che tra II e I sec. a.C. il santuario conobbe una grossa monumentalizzazione, con la costruzione di un’imponente scenografia e

 “non è da escludere che agli alti muraglioni si affiancasse un sistema di scale, che potevano garantire l’accesso dalla fronte, mentre la via Dianae […] doveva giungere sul lato meridionale del santuario […] ove oggi si apre l’ingresso al complesso della Basilica”.

Della donazione sillana di aquas et agros al tempio già abbiamo già detto: possiamo qui aggiungere che a testimonianza di ciò fu apposta un’iscrizione all’ingresso e una tabula bronzea nella cella che riportava la pianta dei terreni; ciò fu registrato dal primo imperatore nella forma Divi Augusti e confermato da Vespasiano, che, nel 77 d.C., attuò la restitutio dei confini, rifacendosi proprio alla mappa augustea, e aggiungendo probabilmente altri terreni alle proprietà del santuario; inoltre probabilmente lo stesso imperatore si fece promotore di interventi nel tempio.  Tra II e III sec. d.C. il culto di Diana Tifatina conosce vasta espansione nelle province romane come mostrano iscrizioni al riguardo in Gallia e in Pannonia; al IV sec. d.C. risale poi l’iscrizione metrica di un tale Delmatius Laetus che accompagnava la donazione di un paio di corna di cervo da esporre nel tempio. Questa è l’ultima testimonianza riguardante il santuario di Diana Tifatina: in per il fatto di essersi rifiutato di sacrificare alla dea dopo che S. Pietro ne avrebbe fatto crollare la statua solo puntandole contro l’indice. Sulle strutture dell’antico edificio sorse poi, come già più volte ripetuto, la Basilica Benedettina di S. Michele Arcangelo che conserva al suo interno, come materiali di spoglio, molti elementi del tempio, individuati tuttavia solo nel 1877; inoltre Beloch afferma che “un tempo, dinanzi alla chiesa c’era un altare di marmo bianco con l’iscrizione (una parola su ognuno dei quattro lati): DIANAE / TIFATINAE / TRIVIAE / SACRUM. Più tardi esso si trova nella villa di Pellegrino a Casapulla”.

Fine della terza parte…alla prossima