IL MIO AMICO ANGIOLINO – prima puntata

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di Elvio AccardoCominciò a piovigginare alle tre del pomeriggio. Le nuvole come ovatta sporca coprivano il cielo fino e oltre il monte Taburno. Il caldo di agosto, già dal mattino si era trasformato in densa umidità sospesa che dava la sensazione di appiccicarsi addosso come pennellate di colla.

L’antico uliveto che circondava la casa fino al bosco, era diventato una barriera compatta e insuperabile per quell’alito di vento che spesso arrivava dalle alte colline intorno al paese di San Biase.

Erano passati più di venti anni da quando la mia famiglia, si era trasferita in provincia di Firenze, lasciando l’uliveto alle cure di Nicola Ferrone, che si occupava della potatura, la raccolta delle olive e la divisione dell’olio consegnandone la metà a mio padre: Alberico Omodei, proprietario della masseria e dell’uliveto.

Nicola Ferrone sposò Assunta, da cui ebbe un figlio, Angiolino, che divenne mio amico sin dalla prima elementare. Ero tornato alla vecchia casa e parlare con Assunta, per mettere in vendita tutta la terra con l’uliveto, escludendo solo la casa e il giardino a cui mio padre era stato legato tutta la vita, avendola ereditata con l’uliveto dai suoi avi che vivevano lì a San Biase sin dall’inizio dell’ottocento. Io ultimo erede, avrei dovuto cercare un acquirente, e in parte interrompere questo legame viscerale con quella terra che mi aveva visto crescere e condividere con essa i miei primi dieci anni di vita.

Mio padre era morto cinque anni prima, e lo stesso Nicola Ferrone, era morto in un incidente ancora prima di mio padre, era rimasta solo Assunta e Angiolino a occuparsi dell’uliveto e Angiolino ormai lavorava alla Cirio, l’azienda che cura la raccolta del latte e l’imbottigliamento. Appunto questo era il lavoro di Angiolino, raccogliere il latte prodotto dagli allevatori del territorio con un camion cisterna e conferirlo all’azienda. Non c’era più nessuno ad occuparsi dell’uliveto, per questo mia madre decise di vendere ed io d’accordo con lei.

Alle sei e mezzo, Angiolino arrivò, la pioggia ormai si trasformava in temporale, ma non impressionava il mio amico che entrò nella grande cucina chiudendo il grosso ombrello verde depositandolo fuori sotto la tettoia che gocciolava, per varie tegole rotte, direttamente sulle grosse panche di legno ai lati dell’ingresso. Non vedevo Angiolino da cinque anni, da quando dopo la morte di mio padre, io e mia madre eravamo venuti a San Biase a procurarci documenti per la successione della proprietà. Passammo per la casa di Assunta a comunicare la notizia, e rimanemmo a cena. Il giorno dopo ripartimmo. Quando passammo per salutare Assunta, Angiolino già era uscito per la raccolta del latte, sua madre ci regalò due vasi di magnifici gerani in fiore presi dai tanti che circondavano l’aia davanti alla sua casa, poi mi disse consegnandomi un cesto pieno di fichi d’India: “questi li ha presi stamattina presto Angiolino proprio per te, si è ricordato che ti piacciono tanto”.

Angiolino mi abbracciò forte, stringendo tra le dita la sigaretta accesa dietro le mie spalle. Quell’abbraccio a cui risposi con lo stesso affetto, mi sembrò un po’ carico di ansia, lo percepii dalle varie pacche sulla schiena che mi diede.  “Che piacere rivederti Mario, t’aspettavo da tanto, hai telefonato a mamma annunciando la tua venuta, ma poi è passato quasi un mese senza più sentirti,” Angiolino disse queste parole tenendomi le grosse mani sulle spalle, mentre il fumo della sigaretta mi arrivava nell’occhio. “Ma no dai, ho telefonato una settimana fa a casa tua e stamattina prima di partire ho richiamato, c’era solo Assunta tua madre, poi le cose a casa mia sono andate a rilento, e riguardo alla decisione di vendere l’uliveto, sembra proprio che si debba vendere, e me ne dispiace molto”. “Lo credo bene” rispose Angiolino, “dopo duecento anni, è proprio un gran peccato,”.

Ci sedemmo intorno al gran tavolo mentre il cielo lampeggiava e i tuoni accompagnavano i potenti scrosci d’acqua che il temporale regalava a un terreno arso e duro che l’assorbiva con difficoltà. “Come sta Assunta tua madre, ho qui un pensierino per lei, mia madre ha messo nel borsone all’ultimo momento questo pacchetto, prima che salissi in macchina, non so, glielo dai tu?” “No, no” rispose Angiolino “portalo con te, mamma ti aspetta a cena stasera. Sta discretamente diciamo, ma è anziana, si stanca facilmente, ha dolori alla schiena da anni, ma cura ancora il giardino e fa quel che può per l’uliveto, forse per lei è meglio che vendete, deve chiamare sempre più persone per la raccolta delle olive e tutto il resto, ha la sua pensione e parte di quella di mio padre, insomma potrebbe rallentare un po’”.  Mi alzai e dissi “Certo ha bisogno di riposo, ma Assunta non faceva anche la levatrice? Andava dappertutto, con la pioggia, la neve, di notte, di giorno, qui tutti sono nati col suo aiuto, me lo ricordo bene, quando eravamo ragazzi, tuo padre diceva sempre: “Arriva primm’ Assunta e po’ San Biase”  “è vero,  la chiamavano a tutte le ore, ma non era una levatrice diplomata, mica era un’ostetrica, piuttosto era una praticona,  l’esperienza acquisita negli anni era una garanzia per le mamme, e poi prima si partoriva  sempre in casa,  e quando lo vedevi qui un ginecologo? qui nelle campagne il mestiere di “ vammana”,  era indispensabile, utile. Oggi tutte le donne del paese hanno il ginecologo, fanno il corso preparto, vanno in clinica a partorire o in ospedale, uguale a tutte le altre parti. Mamma ha smesso di far nascere bambini da tanto tempo, anzi, qui non nasce più nessuno, bambini non se ne vedono più. Hanno chiuso anche la scuola elementare, qui a San Biase i pochi bambini del paese e delle campagne, vanno a scuola a Rutigliano, sono solo due chilometri lo sai, ma questo ormai è un paese fantasma, anche il prete quando c’è la festa di San Biase, non riesce a trovare bambini per la processione”. “Te lo ricordi Boby?” dissi io riponendo il regalino per Assunta nel sacchetto di carta viola. “Boby?, e chi se lo scorda, il cagnolino della signora Mara la moglie del nostro maestro alla scuola elementare, il maestro Zanni, Antonio Zanni, quello che aveva paura dei topi”.

Angiolino accese una sigaretta si alzò e andò sull’uscio a fumare mentre il temporale già si spostava oltre la valle all’orizzonte. L’aria divenne sottile, trasportava aromi selvatici dell’origano e della mentuccia, mentre il blu dei monti lontani cominciava ad illuminarsi.

Quel mio ricordare Boby, aveva scosso Angiolino, non me l’aspettavo, il suo silenzio, da quando aveva acceso la sigaretta, tentai di romperlo prendendo una bottiglia di vermouth dalla dispensa, ancora sigillata e lo versai in due bicchieri e andai sull’uscio da Angiolino proponendo un brindisi al nostro ritrovarci dopo tanto tempo. Angiolino prese il bicchiere lo alzò in aria e disse: “Brindo alla nostra amicizia, con un pensiero a Boby spedito nel paradiso dei cani prima del tempo.”

Questa vecchia storia, da me casualmente evocata, aveva turbato Angiolino, ma forse anche me.

Per anni si è aggirato il bianco fantasma di Boby, nei miei pensieri di adolescente, ma ero riuscito a chiuderlo nello scatolone delle “crudeltà infantili” che ogn’uno sa di aver commesso senza più sentirne il peso da grande.

Per Angiolino non era stato mai cosi, il senso di colpa lo aveva sempre tormentato, lentamente si era trasformato in sordo rancore verso colui che, inconsapevolmente forse, l’aveva provocato: il nostro maestro Antonio Zanni.

Questa storia risaliva a più di venti anni addietro, quando io frequentavo la quarta elementare e anche Angiolino, ma lui era ripetente, il nostro maestro Antonio Zanni non voleva promuoverlo in quinta, perché un giorno Angiolino giungendo in classe prima degli altri, nascose due topi nel cassetto della vecchia scrivania che il nostro maestro usava come cattedra. In quel cassetto il maestro riponeva, alla fine delle ore, i suoi appunti, le matite e le bacchettine di gesso per scrivere alla lavagna. Di queste bacchettine ne era particolarmente geloso, consegnava allo scolaro di turno alla lavagna, un pezzetto di gesso prelevandolo dal cassetto e chiedendo di restituirlo prima di tornare nel banco. Angiolino non era uno scolaro modello, né molto disciplinato, il profitto poi rappresentava la parte dolente che Assunta pensava di riuscire a sanare parlando con la signora Mara, la moglie del maestro Zanni, che in quella lontana primavera, aspettava il primo figlio, e si era già affidata a lei per il parto.

Dopo l’appello, il maestro chiamò alla lavagna Peppino Zurlo, il figlio del campanaro, detto “piritone”, alcuni compagni compreso me e Angiolino accompagnammo Peppino per tutto il percorso, con pernacchie e rumori ispirati al  soprannome dato a suo padre, Peppino, subito reagì buttando per terra tutti i libri che trovava sui banchi facendoli volare lontano, i nostri versacci divennero urla e parolacce, mentre il maestro batteva furioso pugni sulla cattedra urlando e minacciando cercando disperatamente il silenzio. Appena ottenuto un minimo di attenzione e di calma, sempre arrabbiatissimo verso tutti, pensò di consegnare un pezzo di gesso a Peppino, che nel frattempo minacciava tutti. Cosi fece, apri il cassetto e due belve scatenate spaventate dai furiosi colpi sulla cattedra, e dalle urla del maestro, gli saltarono addosso, cercando scampo tra i suoi capelli, tra le sue gambe, ovunque capitava un rifugio, un nascondiglio. Il maestro preso dallo spavento, urlava per il ribrezzo, si dimenava, cadde rovesciandosi con la sedia sotto la cattedra, intanto tutti ridevano, sghignazzavano di brutto, Angiolino cominciò a inseguire i topi, tutti noi ci unimmo alla caccia, che durò fino a quando qualcuno apri la porta, era la signora Perrone, la maestra della classe elementare delle femmine, che era accorsa per il gran trambusto proveniente dalla nostra aula.

I topi sempre più spaventati alla vista della porta aperta, inseguiti da dodici ragazzini scatenati, imboccarono la via di fuga mentre le urla della signora Perrone alla vista dei topi che passavano come saette tra i suoi piedi, arrivavano lontano. Cominciò un frenetico balletto isterico con gridi acutissimi e invocazioni a vari santi, che si fermò, con un pianto nervoso, solo quando il maestro Zanni ripresosi a fatica dalla tremenda avventura, ancora con un labbro tremante, tentò di calmarla con un bicchiere d’acqua presa nel bagno.

Angiolino gettò lontano il mozzicone spento. La sua grossa figura copriva l’uscio aperto a metà, la luce del sole inondò la cucina quando si mosse verso il tavolo dove si versò un abbondante bicchiere di vermouth che ingollò d’un fiato. Posò il bicchiere vuoto dicendo: “non sai quanto ho odiato il maestro Zanni in tutti questi anni. Non ho mai smesso di pensare a lui, e all’umiliazione che ho subito, che si è ingigantita sempre più, fino a diventare una figura mostruosa che spesso sogno ancora. Quello schiaffo avuto a casa sua, ancora mi brucia Mario, ancora oggi sento il sapore delle mie lacrime mischiarsi agli interminabili singhiozzi che mi accompagnarono fino a casa. Stringevo la mano di mia madre e avevo l’impressione che volesse sfuggire alla mia stretta, e così fu, lasciò la mia mano ed io rimasi solo, qualche passo dietro di lei, nel buio dello stradone. Fui certo di essere lasciato solo anche davanti a mio padre quando sarebbe venuto a conoscenza del “fatto”. Oggi caro amico mio, i pensieri si accavallano nella mia mente e nel mio cuore, avrei proprio bisogno di restituire quello schiaffo che ancora mi brucia dentro e accende di rancore la mia vita. Mario, da quel brutto giorno io non ho bevuto più un goccio di latte, sto tutto il giorno a caricare e scaricare ettolitri di latte, rinnovando l’angoscia che mi rode dentro, senza possibilità di cambiare qualcosa, come se fosse una punizione divina da cui non posso sottrarmi, non posso nemmeno cambiare lavoro, non c’è altro qui”.

Angiolino mi lasciò muto, non avrei mai pensato che potesse soffrire tanto per una storia vissuta tanti anni prima, proprio l’anno dei topi nel cassetto.

Il maestro Zanni, era un uomo prestante di quarantadue anni, bruno di carnagione, capelli neri, fluenti come si usava allora, venne ad insegnare alle elementari di San Biase, un paese di duecento anime, votato all’agricoltura, e le uniche due sezioni elementari, erano sezioni staccate della scuola di Rutigliano, una cittadina più a valle nota per i vini che produceva.

Sposò Mara Lucek, polacca di quarantatre anni, divorziata in Polonia, cameriera nella pizzeria “la capannina” di Rutigliano. Bionda, alta, appariscente, con seni e fianchi prosperosi, una bocca sempre carica di rossetto, era un po’ l’attrazione della pizzeria. Con il nostro maestro, smise di lavorare in pizzeria, ma non smise di essere oggetto del desiderio dei rutiglianesi, per questo il maestro Zanni ritenne opportuno trasferirsi a San Biase dove avrebbe potuto dominare meglio la sua accesa gelosia per quella donna che a lui sembrava tentazione e possibile preda per tutti i maschi.

Per Mara, il maestro Zanni era invece “l’obbiettivo raggiunto”: matrimonio, amministrazione di uno stipendio fisso, sicurezza, futuro ecc….

Per trasferirsi a San Biase, Mara pretese un cane, un cane piccolo da compagnia il più carino di tutti, un cagnolino che l’avrebbe fatto compagnia nelle passeggiate, scelse uno “spitz” un batuffolo di peli molto costoso, che il maestro fece arrivare da un canile della provincia di Ravenna. Mara chiamò quel cane: Boby.

In quel piccolo paese, la signora Mara con Boby al guinzaglio, era diventata anche lì una attrazione, molti si fermavano intorno ai tavolini del bar, l’unico di San Biase, non per seguire le partite a tressette, ma per aspettare l’ora della passeggiata di Mara con Boby.  Il maestro, non sopportava l’attenzione che quei contadini riservavano alla passeggiata di sua moglie, che dopotutto era l’unico sfogo che lui consentiva alla moglie, dopo averle “consigliato” di rimanere in casa per evitare contatti con gente del paese, cafona, di bassa levatura culturale, perché poi lui era un insegnante, una persona simbolo al disopra di quella massa magari semplice e buona, ma certamente un po’ rozza. E cosi, il maestro Zanni decise di non usare più l’hatù, il preservativo più conosciuto in quegli anni, avrebbe tentato di avere un figlio con Mara, rassicurandola però sulla sua esperienza sul “coitus interruptus”, poteva sempre sembrare un incidente di percorso. Il piano poteva funzionare, avrebbe potuto salvare quindi capra e cavoli. Mara così sarebbe rimasta impegnata giorno e notte col figlio e sarebbero diminuite anche le occasioni di mostrarsi in giro con Boby.

Cosi quell’anno “dei topi nel cassetto”, un anno dopo il matrimonio, nacque, dai coniugi Zanni, anche se l’età era già un po’ avanzata, una bambina che chiamarono Natalia. Fu Assunta ad aiutarla a partorire, ci furono delle difficoltà, ma Assunta fu all’altezza della situazione.

Angiolino passò in quinta, per intervento di Assunta che già da aprile assisteva la signora Mara, la quale non fece fatica a chiedere al marito di promuovere il figlio di Assunta. Quella gravidanza subita per “errore”, dava a lei un potere ulteriore che le consentiva di ottenere ciò che voleva. Intanto il maestro Zanni aveva raggiunto il suo scopo.

Era certo che l’autore di quella bravata dei topi fosse Angiolino, ma non lo disse mai, conservò per l’anno successivo, un’azione che avrebbe pareggiato il conto: lo avrebbe respinto all’esame di quinta.

Già da un mese era cominciata la scuola, la quinta, l’anno più impegnativo per gli esami di licenza che si sarebbero dati a giugno direttamente insieme a tutti le quinte della sede centrale di Rutigliano. La signora Mara scoprì che la maternità le piaceva, conferiva alla sua figura un rinnovato aspetto, più sensuale e più elegante, indossava vestaglie rosa, azzurre, bianche e pantofole con piccole piume o con risvolti in seta. Non rinunciava al suo rossetto e alla matita nera per gli occhi, e i suoi capelli sembravano aver aggiunto uno sfumato color miele. Il maestro Zanni al colmo della soddisfazione, le girava continuamente intorno, cercando di rendersi utile in ogni occasione. La piccola Natalia era tranquilla, mangiava e dormiva. Tutto andava per il suo verso, fino alla fine di novembre: le grosse mammelle della signora Mara, smisero di allattare la piccola Natalia. Un doloroso ingorgo impediva la fuoriuscita del latte, creando un disagio enorme e uno sconvolgimento nella famiglia Zanni, a partire da Natalia che non intendendo ragione piangeva e urlava come mai prima.

La signora Mara col le grosse mammelle doloranti chiedeva al marito di fare qualcosa, ma il maestro Zanni girava a vuoto, preparava inutili impacchi e tisane, imprecava contro qualunque cosa intralciasse i suoi passi, perfino Boby fu scalciato malamente più volte, mentre Mara si massaggiava i seni imprecando contro l’inettitudine del marito.

Alla fine tra il pianto disperato di Natalia, i guaiti di Boby, e i panni caldi che il maestro Zanni continuava a riscaldare sulla stufa a gas, Mara gridò: “testa di rapa, chiama subito Assunta”. Lo disse prima in polacco, con un imperioso gesto del braccio teso, poi in italiano.

FINE DELLA PRIMA PUNTATA