UN IRLANDESE DI NOME SABÙ – seconda puntata

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 –   di Elvio Accardo   –

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“Buongiorno, come va? Avete dormito bene stanotte? Non fatemi stare in pensiero, la camomilla non l’avete presa, sta ancora qua, voi vi dovete sforzare un po’. Qua non è come in città, niente rumori, aria buona e il caldo non si sente proprio”.

“Buongiorno Rosa” rispose Valerio dal letto posto di fronte al divano, seguendo con lo sguardo l’energica donna mentre apriva le finestre sul declivio che portava al ruscello, coperto di papaveri rossi, che brillavano al sole di giugno. Sembrava una colata di fuoco che scivolava tra sponde verde cupo delle siepi e dei boschetti di larici e di querce.

“Ho dormito abbastanza, è questa fasciatura che mi stringe la testa, il gesso non lo sento proprio”.

“Non toccate niente, la signora Silvia mi ha raccomandato di non farvi toccare la fasciatura, lei arriva più tardi e magari ve l’aggiusta un po’. Voi avete chiesto di venire a stare qua in campagna e avete fatto benissimo, guarirete prima, ora preparo il caffè e se poi volete uscire un po’, vi porto fuori e ve lo bevete sotto al pergolato, il letto con le ruote è stata una bell’idea della signora. Vi porto prima la bacinella con l’acqua, voi fatevi la barba, mettetevi a posto, e poi mi chiamate”.

Era vero, andare nella casa di campagna per tutto il periodo della convalescenza, era una soluzione a tutti i problemi che derivavano da quella vicenda. Silvia avrebbe potuto assisterlo senza privare il suo compagno della sua presenza. Valerio da solo a Roma non avrebbe potuto risolvere alcun problema, poi la disponibilità e le cure della signora Rosa erano quanto di meglio si poteva sperare per quella circostanza così difficile.

Rosa era moglie di Peppe Saracino, un contadino che aveva venduto parte del suo terreno a Valerio dieci anni prima, su cui un rudere di una vecchia masseria, una volta restaurata era diventata la casa di campagna di Silvia e Valerio. La casa di Peppe Saracino, era poco distante, in pratica, i rapporti nati per affari, erano diventati di amicizia.

Peppe e sua moglie Rosa, erano i genitori un po’ attempati di “Grazioso” chiamato così perché quando Rosa sposa Peppe aveva già quarantatre anni, mentre Peppe ne aveva quasi cinquanta, e l’arrivo di un figlio fu per loro una “Grazia” voluta dal cielo, quindi decisero di dargli quel nome: Grazia.

E se era maschio? Peppe e Rosa decisero di non pensarci, però tutte le donne anziane e non, che vedevano il suo pancione dicevano che era femmina perché la forma non era appuntita, come è quella per i maschi, così un po’ rassicurati erano passati nove mesi senza proporre altri nomi. Nacque quindi un maschio, ma il pancione non ebbe mai la punta, e quindi un po’ per rispettare quello che avevano già deciso, un po’ perché si trovarono impreparati, Peppe Saracino dichiarò all’impiegato dell’anagrafe che suo figlio maschio si chiamava “Grazia” l’impiegato storse il naso dicendo che non poteva scrivere un nome di donna ad un nato maschio, e così suggerì “Grazioso”. Peppe perplesso rispose che andava bene anche “Grazioso”. Tornò a casa e lo disse a Rosa, aspettandosi una reazione negativa, invece a Rosa piacque, anzi se ne entusiasmò, ma rimproverò lo stesso Peppe per non averci pensato lui stesso.

Silvia aveva amato Valerio sin dagli anni del liceo e per lui aveva messo a rischio i suoi rapporti familiari. Valerio non era ben visto dai suoi genitori, per loro, uno che suona la chitarra per campare, rimaneva sempre uno spiantato, uno che non avrebbe mai dato alla loro figliola tutto quello che avrebbero voluto, a cominciare dalla laurea, per loro un diploma di chitarra al conservatorio non valeva una laurea in ingegneria, o in medicina, quindi avrebbe fatto molto meglio a ripensare a questo rapporto non gradito, che le avrebbe portato solo delusione e precaria esistenza.

Silvia con caschetto di capelli neri tagliati come quelli di un paggetto ritratti da Rubens, con gli occhi splendidi di gazzella e il cuore colmo d’amore eroico per Valerio, con il coraggio delle principesse di altri tempi, non parlò più con suo padre per un anno intero, creando un tormentoso rapporto alimentato dal rancore verso dei genitori che non avevano capito che stavano attraversando una travolgente epoca senza accorgersene. Silvia amò Valerio ancora di più in quell’anno di silenzio, dividendo con lui la fatica dell’inizio di una carriera di compositore, e Valerio divise con lei l’amore per le mimose che nel tempo si trasformò in passione per tutti i fiori e interesse per i grandi temi sociali che agitavano quegli anni di lotta. Suo padre capitolò durante le feste di Natale e pianse abbracciato alla figlia tra gli spaghetti a vongole e la frittura di pesce della vigilia, mentre Valerio invitato dalla mamma all’insaputa del marito, ingoiava sorsate di vino bianco, per ammorbidire il groppo alla gola dovuto alla commozione del momento.

Alla collocazione del Bambinello nella grotta del presepe costruito dal papà di Silvia, a mezzanotte in punto, Valerio pronunciò il suo breve ma memorabile discorso. Disse, appena le note di “Tu scendi dalle stelle” terminarono: “Se avessi qui la mia chitarra, suonerei per voi tutti l’Ave Maria”, quella di Schubert.”.

I genitori di Silvia scesero dagli inquilini al piano di sotto e chiesero se potevano avere in prestito la chitarra che tanto bene suonava il figliolo, così, tutti si riunirono davanti al presepe del padre di Silvia, e non solo gli inquilini del piano di sotto, ma anche quelli del piano di sopra, e quelli della porta accanto, che portarono dolci e liquori, e la commozione fu tanta, e Valerio fu grande.

Finirono le lotte di piazza, Valerio dopo cominciò a scrivere musiche per documentari, e poi collaborò alle musiche di spettacoli teatrali, sposò Silvia, e fu la cosa più bella di quegli anni. Quando Silvia cominciò ad insegnare lui lavorava già alla televisione, e rimaneva a Roma gran parte della settimana, ma i loro rapporti non furono più quelli di prima. Caterina nacque in primavera, sembrava aver dato nuovo slancio al loro rapporto, ma Valerio aveva cominciato a scrivere musiche per film, e fu tutto più difficile, i tempi per la sua famiglia si ridussero molto, Silvia accettò altre compagnie, così fece Valerio, e dopo dieci anni dalla nascita di Caterina, si lasciarono, ma senza perdere quasi nulla; il loro rapporto rimase sano e cordiale, e questo influì sulla crescita di Caterina, che rimase con Silvia, amando Valerio, rimanendo insomma come prima, vedeva il padre il fine settimana come sempre, e il resto della settimana divideva con Silvia la sua vita di adolescente.

Alle cinque di quel pomeriggio di quell’inizio di giugno, Silvia lasciò l’auto sulla ghiaia del viale e raggiunse Valerio all’ombra della bouganville scarlatta che copriva una parete della loro casa di campagna.

Valerio assopito era disteso sul lettino a ruote che la signora Rosa aveva portato fuori. Indossava solo uno short blu e l’ingessatura spiccava sul lenzuolo di colore verde, come un’antica colonna, reperto archeologico un po’ sbreccato, abbandonato in un prato. La signora Rosa poco distante riponeva in un cesto, che il figlio manteneva sulla sua testa, la poca biancheria stesa e ormai asciutta. Vide Silvia e le fece cenno, lei si avvicinò in punta di piedi per non far rumore, si spostarono sul lato ombroso della pergola, seguite da Grazioso, che con impegno reggeva il cesto sul capo. Silvia consegnò a Rosa un sacco della spesa, e una borsa rossa, grossa, pregandola di metterla da qualche parte, perché era la borsa che la figlia aveva con sé il giorno del suo assassinio, Rosa le disse che l’avrebbe messa dentro, e poi avrebbe chiesto al sig. Valerio dove conservarla.

Rosa cominciò a riferire come Valerio aveva trascorso la giornata, quando Grazioso interruppe la madre chiedendole con gli occhi sbarrati e la mano stesa che indicava l’auto di Silvia: “Ma quello è un cane?”. Le donne si girarono, sul sedile posteriore, affacciato al finestrino chiuso a metà, con la testona tra le zampe poggiate sul vetro e la lingua penzoloni grondante di saliva, c’era Sabù.

Quando s’accorse che tutti guardavano nella sua direzione cominciò a guaire entusiasta. Silvia ricordandosi solo in quel momento del cane chiese a Grazioso di prenderlo e portarlo un po’ in giro a fare pipì, ma senza allontanarsi. Grazioso si precipitò all’auto al colmo di una intima gioia, che mostrava correndo come poteva, all’incontrario, girandosi poi di lato, inventandosi passi e saltelli che sembravano farlo incespicare continuamente, ma non perse mai il suo equilibrio, aprì la portiera dell’auto e Sabù schizzò fuori, Grazioso fece appena in tempo ad afferrare il guinzaglio che Sabù lo trascinò di corsa fermandosi ad ogni cespuglio inondandolo di pipì, mentre Grazioso sgambettava contento. Valerio aprì gli occhi quando Silvia lo raggiunse, si sorrisero senza parlare e quando Valerio allungò la mano, Silvia gliel’afferrò con forza e sedette al suo fianco sopra il lenzuolo verde. Parlarono poco, e quasi esclusivamente della salute di Valerio, della fasciatura alla testa, che poteva sostituire con un cerotto, tanto la chiazza di capelli che avevano tagliato in sala operatoria sarebbe presto ricresciuta. La gamba richiedeva invece almeno dieci giorni di attenzione. Avevano cautamente evitato di parlare della tragedia per un pudore inconsueto, mai provato prima, ognuno tratteneva una cocente voglia di urlare dolore, di abbracciarsi e piangere stringendosi fino a farsi male, bagnando i petti e le guance di reciproche lacrime. Ma la ricerca di un conforto o di uno sfogo magari rabbioso contro l’assassino, oppure rievocando i ricordi comuni, dolcissimi, teneri non scaturì, non riuscì a superare la barriera delle loro solitudini, quel macerante dolore, si tramutò in una stretta di quella mano offerta così forte che le unghie di Silvia penetrarono nella pelle di Valerio quando comparve Sabù, trattenuto a malapena da Grazioso, mentre parlavano del viaggio che Silvia si preparava  fare con il suo compagno, un viaggio nei siti archeologici dell’Oriente, di cui il suo compagno, l’insegnante di matematica, era studioso e profondo conoscitore.

Il cane guardò immobile i due che si stringevano la mano, muti e immobili, poi abbassò la testa e fremente cominciò a scodinzolare come se avesse riconosciuto Valerio e voleva farglielo sapere. Silvia era una bella donna matura con i suoi capelli rossi, come sua madre ma crespi e ondulati, che incorniciavano due grandi occhi verdi su un viso ovale, chiaro e regolare, Valerio alto più di un metro e ottanta, asciutto e con una pelle quasi sempre un po’ abbronzata, stempiato con qualche capello grigio, l’unica sua regola di vita era sintetizzata in poche parole, in una frase balenatagli nella mente quando da ragazzo rimase in mezzo al mare per nove ore con la sua barca a vela, con  un mare piatto, senza speranza di vento. Uscito presto aveva raggiunto con le vele gonfie il centro del golfo di Napoli partendo da Torre del Greco, alle 14:00 il vento era morto, la barca beccheggiava e il pomeriggio d’agosto arrostiva ogni superficie esposta rendendola intoccabile, tornò pagaiando fino alle 23.00 entrando nel porto di Mergellina esausto, mentre un gommone della finanza lo prelevava accompagnandolo alla medicheria del porto e avvisando i parenti.

Il suo orgoglio non crollò mai e fu fiero di applicare il senso di ciò che la sua mente sotto il solleone con conati che lo facevano lacrimare, la pelle ustionata dal viso ai piedi: l’uomo è forte se, quando sta solo, si comporta come se fosse in presenza di tant’altra gente, e quando sta con tant’altra gente si comporta come se fosse solo. Una bella maniera per vedere le cose della vita col massimo equilibrio, non piccoli aiuti aveva avuto rispettando questa regola che ormai faceva parte della sua personalità.

Silvia invece aveva interpretato questa intelligente filosofia a quello che riteneva la cosa più importante per una donna, “la classe”, quella differenza che trasforma la semplice aria intorno ad una donna in un’aura luminosa. Indossando un jeans bisogna comportarsi come se si indossasse un abito da sera, e indossando un abito da sera come se s’indossasse un jeans.

Alle nove dopo una cenetta consumata sul bordo del letto a ruote la stessa Silvia lo aveva riportato all’interno del salone, una cenetta che per Valerio era frutta cotta e per Silvia peperoni farciti che Rosa aveva portato da casa. Si salutarono augurandosi una fortuna migliore, Silvia prima di uscire disse che aveva parlato con il maresciallo dei carabinieri, il quale l’aveva informata sulle indagini, che fino a quella mattinata non avevano portato a risultati, ma una pista la seguivano senza tregua, e che nei prossimi giorni appena Valerio fosse stato in grado di riceverlo, avrebbe avuto piacere di incontrarlo.

Valerio le augurò buon viaggio e le disse dopo un attimo di silenzio: “Dammi un bacio.”.

Silvia lo abbracciò con forza e lo baciò non una, ma molte volte sulla bocca, sulle guance, sulla fronte, sugli occhi, colta da una frenesia che voleva coprire le lacrime che irrefrenabili, senza più pudore, si mescolarono alla saliva, e un sapore salino e acidulo rimase a lungo nelle loro bocche, mentre Sabù accucciato ai piedi del divano con il muso tra le zampe tirava su le orecchie illanguidendo i grossi occhi acquosi.

A tarda ora Rosa entrò nella sala e salutò Valerio e gli chiese se suo figlio nei prossimi giorni poteva giocare con il cane e portarlo in giro nei boschetti intorno casa, o al ruscello, Valerio disse di si, anzi l’indomani mattina lui stesso avrebbe detto a Grazioso di occuparsi del cane. Rosa sorrise a Valerio e disse: “Grazioso è un ragazzo contento, ma forse un po’ solo s’è affezionato a quel cane, e lo tratterà bene”. Salutò, ma sulla porta chiese dove doveva mettere la borsa rossa che aveva portato Silvia e che ancora giaceva sul divano accanto al muso del cane. “Ci penseremo domani, buonanotte Rosa.”.

Rimasto solo Valerio sistemò la lampada e prese dal tavolino di fianco al letto la grossa busta che Silvia gli aveva lasciato togliendola dalla sua borsa, era la busta che il sig. Borrelli, il proprietario del negozio di acquariologia, aveva ricevuto dal corriere fiorentino alla consegna del cane. La busta conteneva il certificato d’iscrizione al “libro origini italiano” rilasciato dall’ente nazionale cinofilia, un libretto sanitario in cui erano certificate le vaccinazioni, una lettera che illustrava al nuovo proprietario il buon carattere della razza del setter irlandese, la loro possanza fisica, e la bellezza, qualità quest’ultima a cui i setter irlandesi venivano sempre più orientati, perdendo però la loro origine di cani da caccia, conservando però lo straordinario fiuto.

Il certificato di origine faceva risalire la parentela fino ai trisnonni, campioni conosciuti in tutta Europa, con nomi straordinari come “Pele delle primule rosse, Charlie della Ventana, Zago di Casciaviola”, e tanti altri trisnonni e trisnonne e bisnonni invece con nomi meno roboanti come: Fonzie, Noan, Ghita. Nonni con nomi più stringati come: Leo, Geo, Max e infine i suoi genitori con un ritorno a nomi consistenti: Elma di Castrocielo e Prinz delle fiamme di S.Vito.

Il pedigree iniziava con le sue generalità: “Perry delle primule rosse” nato il quindici maggio millenovecentonovantuno, sesso maschio, seguiva poi il nome dell’allevatore e quello dell’allevamento.

Valerio rimase interessato per tanta genealogia, ma qualcosa non quadrava, il nome del cane non era quello scritto sul documento, ma un altro, che non riusciva a ricordare, si sforzò di recuperare quel ricordo, ma si arrese. Nella busta c’era ancora un libro, un’edizione pubblicata da una casa produttrice di mangimi per cani, era un libro intitolato: “Il cane, addestramento e condizionamento”. Valerio guardò il cane immobile, che non aveva mai smesso di guardarlo, quando gli sguardi si incrociarono, il cane rizzò le orecchie in attesa di un cenno, che arrivò da Valerio quasi subito battendo la mano sul lenzuolo e pronunciando il suo nome “Perry”. Il cane si alzò abbassando la testa e si avvicinò al letto lentamente, Valerio allungò la mano sulla sua testa lucente e pensò che Perry non era il suo nome. Il cane si accoccolò di fianco al letto e la mano di Valerio che continuava a carezzarlo dolcemente quasi cercasse di carezzare il suo cuore per placarlo, e dargli quiete, quasi volesse addolcire la punta acuminata che gli tormentava il cervello.

Lentamente con piccoli passi cauti Valerio comincia ad analizzare quello che è successo, e che fino a quel momento non aveva avuto la forza di ricordare, rifiutandosi di pensare, o di parlarne con Silvia, ma quella testa liscia, calda, quieta del cane gli favoriva un naturale fluire dei pensieri.

Piano piano analizzava quello che era successo e si faceva strada nei suoi pensieri un subdolo e amaro senso di colpa attribuendosi la responsabilità della tragedia. Non aveva dato forse lui l’appuntamento in quella maledetta via, dove c’era il negozio? A quell’ora? Se avesse invece scelto un altro regalo, oppure se avesse comprato da un altro quel cane, oppure se non fosse stato sabato, oppure se lo avesse portato prima, sotto la scuola, oppure, oppure, oppure.

Stava impazzendo, e la notte e la solitudine non erano un aiuto, una ferita così grande non rimarginava così velocemente, neanche assumendosene la colpa o forse intuiva che sentirsi colpevole talvolta è più accettabile dell’essere vittima di un perverso gioco di piccole fatalità, l’impotenza è madre della rabbia, la colpa è madre dell’espiazione e della rassegnazione. Saltò nella sua mente la borsa, sì, quella borsa che Rosa aveva poggiato sul divano, quella borsa che conteneva quei pochi oggetti che avevano sentito fremere il cuore di sua figlia colpita a morte, oggetti impregnati dell’ultimo alito, dell’ultima vibrazione vitale della sua creatura. Il nodo duro, amaro e aspro che s’era fermato nella sua gola, proruppe in un grido di dolore e pianse, pianse fino a svuotarsi, pianse come si piange solo da bambini e senti che insieme al diluvio di lacrime, la rabbia, l’impotenza, scivolavano via stancandolo, sfinendolo, lasciandogli dentro il senso del nulla che concentrava tutto il dolore, tutta la disperazione in un solo punto, un punto percepibile, tangibile, un punto dentro al petto, sotto lo sterno, proprio dritto dentro al cuore.

Il cane era saltato su per lo spavento e si era riaccucciato accanto al divano dall’altro lato della sala. La borsa era là, non era neanche una borsa, era uno zainetto piccolo di color rosso, e il casco all’interno gli dava la forma di una palla di una palla rossa. L’uomo ricordò il nome del cane: Sabù, che con gli occhi vigili, liquidi e dolcissimi lo guardava da quel lato della sala che confinava col buio della notte.

La lampada poggiata sul tavolino accanto al letto si rovesciò, ma non si spense, quando il lenzuolo che lo copriva fu tirato via scoprendogli la gamba ingessata, lui doveva prendere lo zainetto, voleva abbracciarlo tenere stretti quegli oggetti di sua figlia, voleva l’ultima impronta di vita lasciata da Caterina su quegli oggetti. Scivolò dal letto piano, spostando le gambe un po’ per volta, aiutandosi con la forza delle braccia, scivolò sul pavimento lentamente, con calma, spostandosi con attenzione, gli sembrò meno faticosa e difficile di quanto aveva immaginato, raggiunse il divano prese lo zaino e si appoggiò ai cuscini tenendo la gamba ingessata distesa sul pavimento.

Il cane gli andò vicino scodinzolando in cerca di carezze, l’uomo strinse forte al petto lo zaino rosso e il cane, recuperata la sicurezza, spinse col muso e poi con la testa la spalla dell’uomo e si fermò rimanendo appoggiato alla sua schiena. Valerio stringendo al petto quello zaino, ne percepì gli odori, riconobbe Caterina, riconobbe sé stesso, riconobbe l’intimo e unico odore che appartiene al proprio DNA, differente da tutti gli altri infinti odori e riconoscibili ovunque, quell’odore che percepisce la propria natura animale, come quello che il setter aveva già registrato nella sua memoria, e che avrebbe riconosciuto ovunque, per sempre, come l’impronta della sua famiglia. Aprì lo zaino mentre il cuore e il cervello cadevano in un’amara miscela di bruciante nostalgia e di struggente tenerezza, tirò fuori due libri, qualche foglio che al buio non lesse e li depose delicatamente sul pavimento affianco a sé, poi prese il casco.

La lampada caduta, illuminava con un giallo lucore il vuoto sotto il suo letto, e solo il riflesso del muro, trasportava a fatica una fioca luce che si perdeva in mille ombre buie e inconsuete.

Il casco tra le sue mani gli sembrò un oggetto irreale, e quando lo avvicinò alla sua faccia per sentire l’odore del suo interno, qualcosa cadde, scivolando sul suo torace, qualcosa di rigido e spigoloso, che subito raccolse e avvicinò ai suoi occhi, era il piccolo registratore che sua figlia usava per ripetere le intonazioni della voce utili alla recitazione del testo della commedia da fare a scuola. Uno shock per la sua anima tanto tormentata, una strozzatura per il fluire disordinato delle sue emozioni, come nel collo di un imbuto, nel quale scivolarono singhiozzando i battiti nodosi e aspri del suo cuore quando realizzò cosa aveva tra le mani: la voce, il respiro, l’alito della sua bambina, registrato su quella cassetta.

Il cane si spostò lento dalla sua schiena e con movimenti quieti si accucciò più lontano, quasi avvertisse da quel contatto l’immensa emozione che s’impadronì dell’uomo.

Le sue mani accarezzarono i tasti del piccolo registratore e le dita si mossero precise in quel buio sfumato, premendo il tasto giusto per il riavvolgimento del nastro. Poi spinse, guardando senza vedere, il tasto per l’ascolto e il miracolo si rivelò, la voce di Caterina uscì limpida e forte dall’altoparlante. Un rumore di fondo di auto che passavano accompagnavano parole. I versi del suo monologo riempivano quella sala stanca di dolore, rischiaravano le ombre, il cane rizzò le orecchie e alzò la testa, seguì attento quella voce che aveva frantumato il silenzio cupo della notte. “Rapido ippogrifo, che hai galoppato in gara con il vento, lampo senza luce………” erano i versi de “la vita è sogno” di Calderon de la Barca, parole che come un balsamo alleviarono il dolore aspro del nodo legnoso che annidava nel suo petto.

I versi fluivano con un’intonazione musicale, ad un tratto, la parola si interrompeva, solo il rumore delle auto per qualche istante, poi un “No! No! Lasciami!” gridato e strozzato ed infine una voce maschile forte con un forte accento del sud, piena d’ansia, cattiva, che diceva: “Molla, t’uccido, molla tutto pezzo di merda! …E lascia! Lascia!” poi un sospiro, e il rumore del motorino che si allontanava, ancora qualche sospiro, molto breve, come un ansito, e il rumore di un urto, mentre la registrazione finiva in un silenzio di un nastro magnetico vuoto. L’uomo ricominciò a respirare. L’ultima parte della registrazione era la documentazione sonora dall’omicidio di sua figlia.

Rosa trovò Valerio per terra seduto con la schiena poggiata al divano la testa sui cuscini il cane accucciato al suo fianco in un disordine che lei non ricordava. Il cane scattò in piedi mentre dalla porta aperta in un rettangolo di sole alle spalle di Rosa, entrò Grazioso disegnando un’ombra scurissima dalla porta fino al divano. Rosa chiese al figlio di portare fuori il cane mentre lei s’inginocchiava su Valerio che aveva aperto gli occhi muto ed intontito da quella orribile notte.

Rosa gli raccomandò di non muoversi, e si precipitò a chiamare Peppino, suo marito, lo chiamò ad alta voce senza allontanarsi dalla porta, e tra un richiamo e l’altro chiedeva cos’era successo, perché s’era mosso dal letto, rimproverava Valerio per non aver telefonato.

Peppino arrivò quasi subito e aiutò Rosa a rimettere a letto Valerio e mentre Rosa rimetteva la lampada a posto e le altre cose, Valerio si scusò con loro, disse che voleva solo prendere la borsa rossa, anzi pregò Rosa di rimettere nello zaino ogni cosa e di avvicinarglielo. Peppe Saracino gli ricordò di fare attenzione e che per tutta la giornata non si sarebbe allontanato visto che doveva irrorare la vigna, salutò e uscì. Rosa gli disse che lo vedeva stanco e lo invitò a riposare lei avrebbe socchiuso le finestre e sarebbe ritornata portargli il pranzo. Valerio le rispose che non avrebbe mangiato niente, aveva solo bisogno di un po’ di sonno, poi chiese a Rosa solamente di badare al cane e che avrebbe parlato col figlio più tardi. La donna uscì e Valerio si addormentò quasi subito.

Grazioso era un ragazzo di nove anni, secco ma forte, tutto nervi, con grandi occhi neri e capelli neri, corti e ispidi e il barbiere che vantava di essere stato campione regionale di tango argentino nella sua Sicilia, e che raggiungeva i suoi clienti a cavallo di una bicicletta, con cui girava tutta la campagna in cerca di barbe e capelli da tagliare a domicilio per le tante case sparse della zona, diceva a tutti che quando tagliava i capelli a Grazioso, lui lo faceva mettendo un paio di vecchi occhiali da sole poiché ad ogni sforbiciata i capelli tagliati saltavano da tutte le parti, e che senza l’espediente degli occhiali avrebbe rischiato gli occhi. E così Grazioso doveva accontentarsi di un taglio approssimativo.

Sabù correva a grandi balzi tra i papaveri e la vegetazione selvaggia che copriva la morbida china che portava al ruscello delle anguille, seguito dai salti e la corsa di Grazioso che lo vedeva comparire e scomparire nell’erba alta con la lingua penzoloni e il gran battere delle lunghe orecchie sulle mascelle spalancate.

Raggiunsero il ruscello e Sabù cominciò ad annusare ogni traccia e scattava all’incontro delle lucertole, con balzi repentini che non avevano logica poiché i percorsi dei piccoli animali non erano mai rettilinei e Grazioso anche lui coinvolto in questa danza sfrenata imitava i balzi, le impennate, le corse.

Sabù entrò nella bassa corrente del ruscello inseguendo ranocchi che saltavano da ogni lato e bevve quell’acqua rotta da un letto di sassi masticandola. Grazioso non conoscendo il nome di quel cane lo chiamò come già aveva fatto il giorno prima: cane, e con lui parlava ad alta voce di ogni cosa e questi lo fissava talvolta con uno di quegli atteggiamenti di attenzione che facilmente si scambia per intelligenza. Tornarono esausti e bagnati.

Nei giorni che seguirono, ogni cosa sembrò lentamente tornare al suo posto. Le giornate passate al sole del portico aiutarono molto Valerio a guarire. La benda sul capo fu sostituita da un cerotto sempre più piccolo, fino a lasciare piccole crosticine sul lato temporale destro che ormai si nascondevano tra i capelli che velocemente avevano riempito la chiazza rasa. Così pure l’osso si ricostruì in fretta tanto da consentire a Valerio di poggiare il piede e passeggiare con dei bastoni, e infine anche la ferita nel suo cuore sembrò immergersi pian piano in un liquido congelante che non la rimarginava, ma che la anestetizzava. Era solo un punto nero, che molto lentamente, faticosamente, emergeva dagli abissi bui della sua mente, assumendo nel tempo una dimensione che presto avrebbe rivelato la sua natura.

L’inquietudine che questo processo produceva lo ammutoliva, divenne silenzioso, riposava poco e male, non gradiva la compagnia di nessuno, Rosa si limitava a pochi interventi quotidiani, tutti fatti in silenzio, e a mano a mano che aumentava l’autonomia di Valerio, diminuivano i loro incontri, così pure l’incontro con il ragazzo, il quale, dopo le raccomandazioni che Valerio gli fece, praticamente divenne lui il responsabile di Sabù. Di notte, quando tutti andavano via, Valerio rimaneva con il cane, a cui dedicava un po’ di tempo carezzandolo e parlandogli, ma come se quelle carezze non lisciassero quel manto caldo e lucente dal colore delle castagne, così come le parole fossero sempre rivolte a qualcos’altro, distante nello spazio e nel tempo. Ma questo non era un problema per Sabù, i suoni della sua voce e quelle carezze gli riempivano il cuore e la pelle di fremiti e di languore grato comunque di quell’amicizia.

Quel punto nero, emerse dal profondo, in tutta la sua madreperlacea capacità di colpire senza rimedio la mente di Valerio. Si convinse che nell’assassino di sua figlia, entrava, senza nessuna pietà per sé stesso, anche la sua responsabilità, si sentì con chiarezza, colpevole, non era stata solo fatalità, o il concorso di tante casualità, perché se solo una delle tante si fosse potuta spostare nello spazio o nel tempo, Caterina non avrebbe incontrato il suo carnefice, almeno qualcuna di queste casualità, erano dipese da lui. Non era più il ragionamento confuso che aveva fatto tempo prima con le ferite del corpo e dell’anima ancora sanguinanti, ma erano invece queste, deduzioni fredde scaturite dopo il sedimentarsi delle emozioni, emerse da lucide riflessioni inconsce. Era solo il rimorso, gelido rimorso, la lacerante sensazione di un male commesso a cui non c’è più rimedio.

Il giorno in cui Peppe Saracino, accompagnò con l’auto Valerio all’ospedale dove tolsero il gambale di gesso e dalla radiografia di controllo risultò la sua perfetta guarigione, sulla strada del ritorno Peppino, comunicò a Valerio che avrebbe portato Rosa e il ragazzo al mare, dove sua sorella li aspettava già da tempo. Valerio era autonomo da tempo e assolveva alle sue necessità totalmente. Ringraziò Peppe e gli chiese di fermarsi davanti ad un gran negozio di articoli sportivi che stava all’uscita della città. In quel negozio comprò in tapis roulant, adatto all’esercizio della sua gamba e poi regalò a Grazioso una divisa completa della squadra di calcio di cui era tifoso. A Rosa prese una valigia frigo che sarebbe stata molto utile sulla spiaggia.

La mattina del sabato la famigliola partì, sarebbero stati via tutto il mese, allora Valerio disse loro che avrebbe curato lui il prato e i fiori di Rosa, evitando a Peppino il rientro di tanto in tanto, partirono all’alba, e Grazioso passò gli ultimi minuti  con Sabù, ma non lo chiamò mai solo Sabù, ma sempre cane, a cui aggiunse il nome che Valerio gli aveva detto lo chiamo, Canesabù. A Valerio sembrò strana la sensazione di libertà che provò alla notizia della loro partenza per il mare, non capiva il perché, in fondo la loro presenza non era di alcun peso, aveva trascorso l’ultima settimana, vedendo e parlando di tanto in tanto con Grazioso, che quotidianamente prendeva Sabù dall’ombra del soggiorno, per riportarlo a sera, mentre lui faticosamente davanti al computer riprendeva contatto con il suo lavoro, o rispondeva al telefono al suo unico interlocutore, il suo assistente. Non gli venne mai la voglia di ritornare a Roma, al suo lavoro, si limitava a correggere partiture musicali e inviarle al suo assistente. La sua convalescenza non gli pesò mai, neanche il tedio, la noia della solitudine. Aveva ridotto i pasti ad uno solo di sera; il resto del giorno sembrava passare velocemente, cominciò solo ad interessarsi del cane, non aveva più riascoltato quella drammatica registrazione da quella notte, e a ripensarci sembrava così lontana, così estranea, quasi come non fosse stata vissuta da lui, ma da qualcun’ altro. La sera stessa della partenza dei suoi vicini, cercò lo zaino rosso, che si trovava ancora lì dove aveva voluto che Rosa lo mettesse; sotto il suo letto.

Tirò fuori il casco, il piccolo registratore, c’era anche la busta con i documenti di Sabù, i libri, e sul fondo sotto i libri, un cappuccio di lana blu, che lui non ricordava di aver mai visto prima. Pensò che forse lo aveva sua figlia quel giorno fatidico, e non se ne era accorto poiché stipato sul fondo sotto ogni altro oggetto, sin da quel giorno in cui sua moglie aveva ricevuto lo zaino dai carabinieri che avevano fatto i rilievi dell’omicidio. Valerio portò automaticamente il cappuccio blu al naso aspettandosi di ricevere il tenero odore già noto di Caterina, ma invece salì per le narici un aspro odore sconosciuto, un po’ rancido che gli comunicò una sensazione di disgusto. Allontanò dal naso quel cappuccio, realizzando immediatamente che non era di Caterina, ma forse del suo assassino, poteva essergli caduto nella breve colluttazione e raccolto dai carabinieri insieme alle cose di sua figlia, e messo nello zaino, avendolo creduto di proprietà di Caterina.

Valerio provò una scossa che gelò la nuca, serrò le mascelle fino a farsi male, aveva davanti a sé una traccia dell’omicida, una traccia sicura, certa, che ben letta, avrebbe potuto portarlo a lui, un cappuccio pregno di miliardi di particelle appartenute alla persona che aveva tolto la vita a Caterina, e aveva tolto a lui la voglia di vivere, di continuare ad essere quello di prima, di sognare temi musicali creati dalla sua anima. Guardò Sabù, che accucciato accanto al divano, con le orecchie tirate su. Il suo rumoroso respiro sembrava percepire i suoi turbamenti, Valerio si inginocchiò e gli allungò il cappuccio sotto il naso, quell’umido bulbo nero da cui due profonde narici portavano le infinite particelle odorose, attraverso sensibilissime canne analitiche direttamente ai suoi centri olfattivi.