LA FEDE DI MARTA

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   –      di Massimo Moscarella       –                5955E90E 9915 11EA 8D2D 16CA6460A8E7 LA FEDE DI MARTA

Donne e uomini di buona volontà, che volete che vi dica?

Io sono sempre il primo a sapere certe cose.

Ci mancherebbe che non lo fossi!

Infatti sapevo prima di tutti voi che da sei mesi Marta non entrava in chiesa.

Lei, poverina, si era quasi convinta di non esserne più capace.

Ma quella mattina qualcosa successe nella sua testolina.

Con queste parole non intendo minimante mancarle di rispetto; non mi permetterei mai di offenderla: era lei che si definiva “un’alfabeta che con la testa ci arriva fino a un certo punto”.

Povera Marta: neanche il termine analfabeta, aveva imparato a dire correttamente.

Che fosse un’ignorante, si sapeva, ma mai ho pensato che si trattasse di una stupida. I ragionamenti li formulava a modo suo, è vero, ma a certe conclusioni ci arrivava da sola.

Quando le morì il figlio, per esempio, certe idee le vennero senza l’aiuto di qualcuno che l’imbeccasse.

Una caduta in casa mentre guardava la televisione in soggiorno, le fu spiegato, aveva provocato la morte del suo Giacomino.

Una semplice caduta da trenta centimetri gli aveva fracassato il cranio contro il pavimento.

Lei non lo reputava possibile.

Il figlio di Marta in quarantacinque anni (tanto durò la sua esistenza sventurata), ne vide e combinò di cotte e di crude: a sedici anni aveva già conosciuto l’hashish e la marijuana; a diciotto l’eroina; a venti era finito in galera per spaccio e la fidanzata prontamente l’aveva lasciato; e poi c’era stato l’allontanamento degli amici, dei vicini di casa e di buona parte dei parenti.

E che dire del matrimonio a quarant’anni con quella Katiuscia?

La cosacca era alla ricerca della cittadinanza italiana, non certo di un marito povero in canna.

Voi come la definireste quell’esperienza, se non una iattura?

La vita di Giacomino era sempre stata in bilico, ma non potevano far credere a sua madre che una caduta accidentale fosse stata sufficiente per spedirlo dritto dritto all’altro mondo.

Marta certe cose non le aveva digerite.

La morte di un figlio può essere accettata da una madre devota (e Marta nella sua semplicità lo era), come uno dei misteri della fede.

 

Il Signore ti ama mettendoti alla prova attraverso la sofferenza.

Così dicono i preti.

Fino a qui lei ci arrivava; ma è giusto, si chiedeva, che un figlio te lo porti via un’azione criminale seguita da un’ingiustizia?

Perché Marta era convinta che Giacomino gliel’avessero accoppato.

Probabilmente la causa del trapasso era stata un’unica ma violenta e vile sprangata, però gli investigatori in quattro e quattr’otto chiusero la pratica.

Il medico legale nel referto aveva messo nero su bianco che il corpo, oltre ad una grossa lacerazione del cuoio capelluto in zona parietale destra e alla corrispondente frattura del cranio, non presentava segni sospetti che potessero far pensare a una colluttazione avvenuta in imminenza della morte, e il magistrato speditamente aveva disposto che il corpo del povero Giacomino fosse restituito ai suoi familiari per fargli il funerale, procedendo all’archiviazione del caso.

Quelle spiegazioni al padre e alla sorella di Giacomino erano bastate, ma a Marta no. Non erano bastate: per lei quel figlio era la vittima di un assassinio.

A una settimana dalla morte, dopo averlo sotterrato nel cimitero del paese, si era recata dai carabinieri per parlare dei suoi sospetti. Ma quelli che potevano fare? Giacomino era morto in città, e le indagini le avevano condotte i cugini della polizia di Stato. E poi, le spiegò il maresciallo in tono fraterno, l’archiviazione era già stata disposta; dunque a lei non restava che accettare la realtà e mettersi il cuore in pace.

Marta però non si rassegnava, e più passava il tempo, peggio era.

Bussò a molte porte, anche a quelle di chi in nessun modo avrebbe potuto aiutarla. Alla sezione locale delle Acli, per esempio, le fu detto che loro potevano solo assisterla nel compilare le scartoffie necessarie alla presentazione della dichiarazione di successione.

– Dichiarazione di successione? E di cosa? – Chiese Marta.

Giacomino era morto così com’era vissuto negli ultimi anni: con le pezze al culo.

La povera donna una sera si recò perfino nella sede del circolo degli ex combattenti, e lì un vecchio rincoglionito pensò di farle un grosso favore mettendole addosso un po’ di strizza:

– Lascia perdere, che a rompere i coglioni ai giudici, non si trovano che guai. Di problemi ne daranno a te a anche ai tuoi familiari. Se insisti, quelli vi renderanno la vita un inferno.

Suo marito Ugo e Giulietta, la figlia che le era rimasta, nel frattempo provavano a dissuaderla dall’andare avanti nella sua battaglia, ma lei era testarda e non voleva saperne di deporre le armi.

Perciò da sola si recò in procura tante e tante di quelle volte, che alla fine un vecchio magistrato dispose per lei il divieto di accedere agli uffici giudiziari senza la richiesta scritta del suo avvocato.

Il “suo” avvocato?  E chi poteva permetterselo, un avvocato?

Così, la volta successiva che provò a parlare con qualcuno, trovò la porta sbarrata da due carabinieri che prima con tatto, poi rudemente le imposero di allontanarsi.

Il giorno dopo ci riprovò; e il giorno dopo ancora. I risultati furono gli stessi: nessun giudice l’avrebbe ricevuta.

Marta la matta.

Gli impiegati della procura l’avevano ribattezzata così.

Marta la matta.

Nessuno ebbe il coraggio di dirglielo in faccia, ma lei questa cosa la intuì. Nonostante tutto, non voleva rassegnarsi e andò avanti per altri quattro mesi a combattere contro i mulini a vento, fino a quando un brutto esaurimento non rischiò di metterla KO. Fu allora che prese atto che contro l’umana indifferenza, prima che questa ci schiacci, è il caso di alzare bandiera bianca, e finì per fare la cosa che la maggior parte dei cristiani ritiene più logica in certi momenti critici della vita: litigò con Dio.

Ma dopo sei mesi qualcosa dovette accadere, e varcò il portone della chiesa.

Lo fece alle nove e mezza del mattino, sapendo che a quell’ora non c’è mai nessuno.

Io, chiaramente, la stavo aspettando.

Marta entrò in punta di piedi, come se avesse l’intenzione di rubare le monetine dalla cassetta delle elemosine.

Si sedette al penultimo banco, spostata all’estremità sinistra della fila.

Fu allora che parlò di nuovo con Gesù.

Teneva il tono basso, come si conviene in un luogo sacro, sicura che lui, qualora sul serio fosse il Dio fatto uomo, sapesse ascoltarla.

– Gesù! Io non so più se tu sei veramente il figlio di Dio. Se è così, beh, tanto di guadagnato per tutti. Ebbene, se esisti veramente, sarai arrabbiato con me, ma sappi che io lo sono ancora di più con te! E che è mai, questa disgrazia che m’hai gettato addosso? Si toglie così un figlio a sua madre? Senza darle neanche in cambio la consolazione di vedere in galera il suo assassino? Perché a me nessuno può togliere dalla testa che ad ammazzare Giacomino sia stato qualcuno pagato da quella sgualdrina della moglie. E il giudice archivia il caso come se a morire fosse stato un cane? Si fosse trattato di una donna, allora sì che i giornali si sarebbero sbizzarriti, non ti pare? Puoi giurarci che lo avrebbero fatto! Com’è che lo chiamano, l’omicidio di una donna? Ah, sì, femminicidio. E puoi star sicuro che se a morire fosse stata una donna, i giornali e le televisioni si sarebbero scatenati. Ma Giacomino, guarda un po’, non era una donna. Per giunta, non era nemmeno quello che si definisce un bravo ragazzo. Queste cose le so bene, cosa credi? So benissimo che mio figlio nel passato è stato un poco di buono. Ha perfino spacciato la droga. Ma ha pagato per questo, il povero figlio mio! Sei anni dietro le sbarre, si è fatto. Perché, dunque, tu hai permesso tutto questo, Gesù?

Nessuno le rispose.

Marta restò in attesa per un po’. Si capiva che il cuore le andava a mille, e le venne una gran voglia di scagliare qualcosa contro la croce.

Si avvicinò al banchetto dove ci sono i candelabri, ne afferrò uno e lo tenne stretto nella mano. Si mosse verso la croce con fare minaccioso, ma qualcosa la bloccò.

Tornò a sedersi.

Capì che doveva calmarsi.

Pensò che spaccare qualcosa in chiesa, non sarebbe servito a niente. Anzi era il caso di darsi una regolata, perché da un momento all’altro sarebbe tornato Piero il sagrestano, e se l’avesse vista in quello stato, c’era il rischio che chiamasse i carabinieri, accusandola poi di essere entrata lì dentro con l’intenzione di danneggiare, se non addirittura di rubare qualcosa.

O forse no. Forse quel ruffiano l’avrebbe rabbonita usando quella sua vocina fessa, con lo scopo di farla allontanare. Ma poi ne avrebbe parlato col parroco, e don Luigi di sicuro la domenica dopo, durante la messa, pensando di farle un favore l’avrebbe sputtanata di brutto, parlando di lei come della povera pecorella smarrita sopraffatta dal suo stesso rancore.

Altro che pecora! Marta non voleva che si parlasse in certi termini di lei. Lei si sentiva una leonessa.

Una leonessa che era stata colpita con violenza dalla cattiva sorte, quello sì, ma per niente disposta a sopportare quei discorsi.

Pensò che dovesse aspettare che la crisi passasse; dopodiché sarebbe tornata a casa, pronta a ributtarsi sul letto e a farsi compagnia con le sue stesse lacrime.

Fu allora che provò la sensazione che Gesù la stesse osservando.

Chiuse gli occhi e restò per un po’ così.

Passò un buon minuto, e quando riaprì gli occhi, vide la corona.

Era nera, sottile, in bella mostra sul ripiano, proprio davanti a lei.

Come aveva fatto a non notarla prima? Perché di sicuro quando lei era entrata in chiesa, la corona stava già lì. E chi ce l’avrebbe messa, se no?

Questo pensava la povera Marta.

Sospirò, un po’ sconcertata, però allungò la mano e la prese. Poi guardò di nuovo verso Gesù.

– Ma insomma! Me lo dici o no, quanta fede deve avere una madre per sopportare quello che ho passato io?

Non ricevendo risposta, continuò, stavolta alzando un pochino il tono:

– Coraggio, forza, dimmelo. Ehi, tu. Sto parlando con te. Avanti, datti una mossa e spiegami un po’ perché ho questa corona fra le dita e non so che farmene. Non vedi che non so più pregare? Non ne sono del tutto sicura, ma penso di non credere più a niente. Neanche a te.

Una voce sussurrata ruppe il silenzio:

 

“Povera Marta. Non è vero che tu non sai pregare. Forse non sai formulare le domande giuste. Anche Gesù, tanto tempo fa, con tutta la gente ignorante che lo circondava, certe volte non sapeva come iniziare i suoi discorsi.”

 

–   Ehi. E ora cos’è che succede? –  trasalì Marta.

Si girò a guardare alle sue spalle, ma non vide nessuno.

–  Chi è che ha parlato? –  chiese allora, alzando la voce – Chi è che ha tutta questa voglia di prendermi in giro?

Il sangue le ribollì. Si alzò dalla panca e come un’indemoniata si diresse verso la cabina del confessionale, afferrò la tendina scura nella mano e la spostò verso destra. Per la foga che ci mise, quasi la strappò.

Niente. Nel confessionale non c’era nessuno.

Corse allora verso le due grosse colonne che dividono idealmente a metà la navata della chiesa, ci girò intorno in preda all’ira, pronta a prendere a calci e schiaffi un eventuale buontempone, ma neanche dietro le colonne trovò qualcuno che si fosse nascosto.

Si piegò sulle ginocchia e guardò sotto le panche.

Nessuno.

Tornò a sedersi.

Restò per un paio di minuti in silenzio, il petto che le andava su e giù per via del fiatone. Guardò di sottecchi nuovamente il crocifisso.

Si capiva da lontano un chilometro che era perplessa.

Con la coda dell’occhio ispezionò con circospezione alla sua destra e poi alla sua sinistra. Poi guardò di nuovo indietro, in direzione della porta.

Accertatasi che nessuno fosse nel frattempo entrato in chiesa, fissò la statua della Madonna e sussultò.

Eh già. Era stata lei a parlare. Non poteva essere altrimenti.

Marta era guardinga, e le si rivolse sottovoce:

–  E allora, Maria? Ho fatto una domanda a tuo figlio. Volevo che mi rispondesse lui. Perché ti metti in mezzo? Tu sei stata mamma. Hai anche provato i miei stessi patimenti. Lascia dunque che sia lui, che crede di essere il Dio fatto uomo, a rispondere!

La strana voce di prima si fece sentire di nuovo:

“Marta, mia povera Marta. Ma perché sei così testarda? Ti ostini nel voler porre certe domande alle quali nessuno potrà rispondere. Ma non affannarti a cercarne, di risposte. Non ne troveresti! Perché le domande giuste, in verità, in tutte le cose che riguardano la Fede, nessuno le ha ancora formulate. Non pretendere di farlo tu. Leggi solo nel tuo cuore, Marta. E parla con lui, prima che con Dio. E’ solo dentro di te, dopo quello che hai passato, che troverai le risposte.”

A quel punto nella testa di Marta dovette accadere qualcosa di molto simile a una illuminazione, perché si gettò in ginocchio, congiunse le mani e cominciò a piangere e pregare.

Padre nostro che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome …

Eh, beh, signori cari, come vi dicevo, certe cose sono sempre stato il primo a saperle.

Ero a conoscenza che da un po’ di tempo Marta rischiava di perdere la fede, ma ero speranzoso che, prima o poi, anche solo per venire a rinfacciare a Nostro Signore i dolori che le ha riservato, lei sarebbe tornata in chiesa.

Che altro posso aggiungere, se non che, tutto sommato, il fatto di essere un nano comporta anche dei vantaggi.

Per esempio, solo io posso infilarmi all’intermo della colonna cava che regge l’acquasantiera, riuscendo tranquillamente a respirare e a parlare come se niente fosse.

Certo, mi tocca camuffare la voce per evitare che qualcuno scopra il trucco, ma non sono questi i guai della vita.

Suvvia, dunque, ammettetelo: sarete di sicuro rimasti sbalorditi dalla celerità con cui uscii dalla colonna per andare in punta di piedi a mettere la corona sul ripiano dell’inginocchiatoio, davanti agli occhi di Marta. Mi mossi ad una velocità supersonica, e lei non si accorse di niente.

Quella volta gliel’ho, come si dice, fatta sotto il naso

E’ chiaro che questa vicenda la racconto a voi, che non abitate qui in paese. Anzi vi raccomando: se doveste capitare da queste parti, badate di tenere la bocca chiusa, che se certe cose le sapesse il mio parroco, mi farebbe una paternale lunga da qui a domani.

Una volta mi ha scoperto; abbiamo anche avuto una discussione.

Lui mi rimproverò con molta durezza, ma poi con fare paterno mi spiegò che la fede uno deve trovarla da solo.

–  E va bene –  dissi alla fine del confronto –  Le prometto, Don Luigi, che da ora in poi farò il bravo.

Chiaramente lo dissi perché, comportandomi bene, ne avrei tratto solo dei vantaggi.

Per esempio, avrei continuato a dormire in canonica e, tranne che in periodo di quaresima, avrei fatto due pasti regolari al giorno, in aggiunta alla colazione del mattino.

Perché è vero che sono un nano, ma l’appetito, ringraziando Dio, non mi fa difetto.

E poi tenete presente che stando sempre qui, assisto a tutte le messe che voglio.

Piero, che ogni tanto si atteggia a filosofo, afferma che nel cumulare messe su messe uno non si garantisce il paradiso. Io gli ribatto di non credere che Nostro Signore, quando verrà la mia ora, di certe cose non terrà conto.

E poi, che ne sa, lui, dei misteri della fede?

Quello stronzo sono quarant’anni che fa il sacrista: se fosse stato furbo come crede, perché non andò in seminario? Perché non si è fatto prete?

Mi sta sulle scatole, lo ammetto, però a volte dimentica di essere una carogna e mi lascia suonare per un po’ l’organo.

Insomma, che posso pretendere di più dalla vita?

Eppure…

Beh, dai, arrivati a questo punto è inutile che provi a negare: spesso non mantengo la promessa fatta al parroco.

Però che male c’è se ad una brava donna con l’anima in pena, oppure a un uomo che sta rischiando di smarrirsi, io do’ una spintarella nella direzione giusta?

Don Luigi è uno che ha studiato, ma certe cose non le può capire. La volta che discutemmo, disse che nessuno, neanche un sacerdote, deve manipolare le coscienze.

–  Anche quello è un peccato. Ricordalo! –  mi ammonì.

La sua aveva tutta l’aria di essere una frase risolutiva. Una di quelle che, come si legge sui libri di storia, sono state pronunciare dai grandi uomini.

Ma Don Luigi, con tutto il rispetto per la veste che indossa, non è di quelli che fanno la storia.

Anche se … ma sì, forse un po’ di ragione ce l’ha.

Però, che volete, l’uomo, anche se in scala ridotta, è pur sempre fatto di carne, non vi pare? E le tentazioni non sempre sono dettate dalla voglia di sesso, dall’avidità di denaro o dai desideri della gola.

A volte le tentazioni non sono cattive.

Perciò che male c’è se io, di tanto in tanto …

1 commento

  1. Il nanetto le ha dato una spinta.
    Come quelli che rialzano un ciclista caduto e gli danno appena appena lo spunto per poi arrivare al traguardo .
    Breve ma intenso e chiaro racconto.
    Un bacio a te e a Massimo

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