JEAN-PAUL BELMONDO PER SEMPRE: VIVERE PERICOLOSAMENTE “FINO ALL’ULTIMO RESPIRO”

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di Mariantonietta Losanno 

Jean-Paul Belmondo ha vissuto mille vite, nel cinema come nella vita reale. Figlio di uno scultore e di una pittrice, Belmondo ha reinventato più volte il cinema e il teatro. In “Fino all’ultimo respiro” è stato lo “strumento” di Godard per imporre un nuovo cinema e un nuovo “eroe” cinico e strafottente: una vera e propria rivoluzione.

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1960: nasce la Nouvelle Vague e nasce il mito Jean-Paul Belmondo. Il film inizia con l’inquadratura di una rivista pin-up dietro la quale emerge lentamente il viso di Jean-Paul Belmondo, con una frase che è già una dichiarazione e un gesto di distruzione: “après tout, je suis con”, che i doppiatori italiani addolcirono in un “dopo tutto, sono un fesso”. È Michel Poiccard, giovane “duro” del sottobosco marsigliese, che si fa chiamare anche Laszlo Kovàcs (nome del personaggio interpretato dallo stesso Belmondo in “A doppia mandata” di Chabrol). Dopo aver concluso degli affari si mette in viaggio per Parigi con un’auto rubata. È un’allegra giornata di sole e Michel è un tipo estroverso: parla da solo, con gli altri automobilisti che gli rallentano la corsa, con gli spettatori stessi attraverso quel gesto “vietatissimo” da tutto il cinema tradizionale che è lo “sguardo in macchina”, cioè direttamente nell’obiettivo. Ad un certo punto, per una banale infrazione stradale, è inseguito e raggiunto da un poliziotto in moto. Non c’è tempo per la riflessione, in tre inquadrature si consuma l’atto cruciale del film: lo sparo, l’anonimo agente che cade fra i cespugli e la folle fuga di Michel per i campi. Arriva a Parigi, dove passa da amiche o ex amanti per “scroccare” soldi, per poi incontrare Patricia sugli Champs-Elysées e convincerla a venire via con lui in Italia. 

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Il personaggio di Jean-Paul Belmondo – Michel Poiccard – fu interpretato come il campione di una gioventù sbandata sulla scia di alcuni modelli cinematografici degli anni Cinquanta: l’esempio di una crisi totale di valori, l’“anarchico” per eccellenza. Il linguaggio frammentario e discontinuo del film, il rifiuto delle regole registiche vennero letti come risultato di un atteggiamento “di fondo”, secondo un modello teorico per cui il contenuto detta, determina e condiziona la forma. L’anarchismo espressivo di “À bout de souffle” consiste nel rifiutare le (pseudo) regole per realizzare un film “sul” cinema e “contro” il cinema. E non è un caso che sia stato proprio questo film a consacrare Belmondo – prima di allora apparso solo in parti minori – e ad attribuirgli l’immagine dell’avventuriero simpatico e brillante, dotato di una personalità forte al limite dell’arroganza, ma portato ad improvvise ed inspiegabili debolezze. Le stesse debolezze che ne costituiscono l’umanità.

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Belmondo in “Fino all’ultimo respiro” vive recitando e muore recitando (il suo ultimo gesto sono delle smorfie); tutto gli risulta facile: rubare un’auto, non pagare il taxi, assalire uno sconosciuto per rapinarlo, uccidere un uomo. Questo probabilmente perché il mondo che ha attorno è il mondo della finzione, su cui poi agiscono la casualità e l’imprevisto: improvvisamente qualcuno passa davanti alla macchina da presa, la gente – nelle scene in esterni – si volta a guardare quelli stanno facendo cinema. Finzione e improvvisazione: il Cinema di Godard esprime il suo rapporto “ambiguo” con il reale. 

%name JEAN PAUL BELMONDO PER SEMPRE: VIVERE PERICOLOSAMENTE “FINO ALL’ULTIMO RESPIRO”Jean-Paul Belmondo, attraverso Michel Poiccard, rappresenta l’emblema di un uomo che vive seguendo i propri impulsi, non di un uomo senza ideali: nel suo “grido” (definito così in un’intervista da Truffaut, in cui parlò di “À bout de souffle” come di un’opera in cui si esprimeva “un’infelicità morale e un’infelicità fisica”), Godard esprime in modo tangibile l’idea di vivere pericolosamente fino all’ultimo respiro. Questo, spiega anche la necessità di una rottura formale: dopo aver coscientemente introiettato il linguaggio classico, si impone una nuova modalità espressiva libera – e  aggressiva – e si ridefinisce completamente la struttura e lo stile dell’opera cinematografica. “À bout de souffle” è un film di citazioni, di allusioni, di riferimenti; appartiene – per sua natura – al genere di film in cui tutto è permesso. Le espressioni di Michel Poiccard, il suo modo di vestire, la sua gestualità hanno creato nuove dinamiche di recitazione: ne “la rivoluzione formale” di Godard non poteva che esserci un personaggio come Jean-Paul Belmondo. E se nessuno poteva morire come lui “al cinema” (facendo una smorfia e chiudendosi gli occhi da solo), è assodato che Belmondo “non morirà mai”. 

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