“NON TI MUOVERE”: IL CONFINE TRA IL SENSO DI COLPA E IL DOLORE

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di Mariantonietta Losanno 

In concomitanza con l’uscita nelle sale de “Il materiale emotivo”, omaggio a Ettore Scola dal cui soggetto Margaret Mazzantini ha scritto la sceneggiatura, percorriamo un viaggio a ritroso nella filmografia di Sergio Castellitto rivedendone gli aspetti caratterizzanti. Il suo è un cinema di introspezione, che si presta a varie interpretazioni e in cui ogni ruolo mantiene una precisa identità. Il valore aggiunto è sicuramente la scrittura di Margaret Mazzantini, compagna artistica e di vita; i suoi romanzi sono visionari e visivi, immagina le scene ancora prima di scriverle, come se fosse un piano sequenza: questo facilita una trasposizione cinematografica fedele, che non deve cedere a tagli che spesso il cinema è costretto a fare. Come se uno fosse la continuazione dell’altro: Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini hanno la stessa visione del mondo ed è come se libro e film nascessero insieme. 

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“Non ti muovere” non parla solo al cuore, ma anche all’intelletto: è capace di mantenere rigore senza, però, mortificare le emozioni.

“Chi ti ama c’è sempre, c’è prima di conoscerti, c’è prima di te”. Timoteo decide di raccontare alla figlia, durante una lunga operazione alla quale devono sottoporla, un segreto che si porta dentro da moltissimi anni. È proprio in quel momento in cui “non si può muovere”, che riesce – disperato – a svelare se stesso. Nell’immaginario dialogo con sua figlia, parla di un amore tanto impossibile quanto passionale. Le racconta di quella “sedia vuota” che c’è stata nella sua vita, di quanto abbia avuto paura di infrangere la complicità della vita matrimoniale e di come si senta in colpa per non essere riuscito a vivere quell’amore così potente e viscerale. Timoteo non è un uomo diviso tra due donne, ma tra due “vite”: quella con Elsa, sua moglie, in cui tutto sembra “giusto”, ma in cui c’è anche forma(lità) e abitudine; e quella con Italia, in cui c’è amore, intimità e un’incredibile tenerezza. Il rapporto con la sua amante nasce da una “trasgressione violenta” e si trasforma in un irrefrenabile desiderio di amare. Nelle due vite parallele ci sono una coppia da un lato e due individui dall’altro. C’è, poi, un’altra distinzione: per Timoteo c’è la vita prima di Italia e la vita dopo Italia. Alcune cose che avevano avuto un significato ne hanno poi assunto uno totalmente differente, le convinzioni che avevano guidato le sue scelte seguendo principi, valori e (anche) l’ideale di una figura femminile appropriata alla mentalità medio-borghese, sono state stravolte, poi, da una donna complessa e “sbandata”, volutamente imbruttita e involgarita per renderla “opposta” a tutto il resto. 

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Mentre l’operazione chirurgica procede, Timoteo si confronta sempre di più con se stesso, soffermandosi sulla scelta di fare un figlio con sua moglie affinché li legasse e sul perché abbia rinunciato ad avere quello con Italia. Quell’idea di una vita insieme a lei lo avrebbe “disorientato” ma appagato. Castellitto domina (fin troppo) la scena rendendo, così, “Non ti muovere” un film narcisista in cui il regista/co-sceneggiatore/attore occupa il novanta per cento dello spazio scenico: in fondo, però, quella di Timoteo è un’auto-analisi che comporta necessariamente l’espressione di un egocentrismo. La sua riflessione lo porta alla consapevolezza che se “nessuno si salva da solo”, non è detto neanche che possa salvarsi “in due”, o, meglio, nell’idea che quel “due” dovrebbe rappresentare. Probabilmente, nella vita ci sono amori “giusti” e amori “sbagliati” e si può arrivare a questa conclusione anche senza cadere nella retorica; ci sono amori struggenti che non sono destinati a durare in eterno e altri che, proprio per il fatto di non essere “violenti” hanno la capacità di continuare ad andare avanti, a volte anche senza sforzarsi. Per quanto però Timoteo abbia voluto opporsi, persino quando Italia ha smesso di fare parte della sua vita ha potuto realmente lasciarla andare. 

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In un giorno di pioggia – come cantano i Modena City Ramblers – e in quell’attesa, Timoteo (ri)vede se stesso: è quel dolore estremo per sua figlia che lo spinge (o, quasi, lo costringe) a raccontarsi la verità. Nella sua vita invidiabile con un lavoro soddisfacente, una moglie colta e raffinata, niente avrebbe potuto far credere che fosse proprio l’amore a mancare. Ma non l’amore in senso stretto (come quello degli affetti familiari): a Timoteo mancava una “parte di sé” che ha trovato – paradossalmente – nel sordido e nello squallido, nella “scomodità” e, infine, nella sua stessa natura. “Non ti muovere” come a voler dire “rimani con me, rimani in vita”: quel terrore della perdita lo devasta al punto da uscire da quella gabbia dorata che è – ed è stata – la sua vita rispettabile per accorgersi che “ogni altro rumore era spento quando teneva nella braccia il respiro di Italia”. Ed è proprio con Italia che comincia a respirare, a ridere, a vivere. “Che cosa vuol dire amare, figlia mia? Tu lo sai?”: l’idea di perdere Angela porta a galla la felicità e l’infelicità, spingendo Timoteo ad indagare la cognizione del dolore e i vuoti, i non detti e i sensi di colpa. E, come in “Delitto e castigo” di Dostoevskij, è proprio nel senso di colpa che si trova la capacità di redenzione. 

“Non è sano che il tempo trascorra così. Non per noi. Non siamo amici, né lo saremo mai. Siamo stati amanti ancora prima di conoscerci. Ci siamo scambiati la carne forsennatamente. E ora è così strana questa cortesia che è scesa tra noi. La guardo e mi chiedo che c’entriamo io e lei con queste acque morte. Non può finire così, senza un grido, senza niente. Se un demonio deve caderci addosso, che ci bruci. Non possiamo finire in questa terra di mezzo” (dal romanzo “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini)