“SUPEREROI”: ALLA RICERCA DEL TEMPO “VISSUTO” E NON “PERSO”

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di Mariantonietta Losanno

“Anna avrebbe voluto morire/Marco voleva andarsene lontano/qualcuno li ha visti tornare/tenendosi per mano”, cantava Lucio Dalla nel 1979, parlando di due giovani – quelli che Calvino non definiva “incompleti” ma soltanto “giovani” – che vedevano il loro futuro lontano o che avevano solo paura di crescere. Paolo Genovese costruisce i “suoi” Anna e Marco per parlare del tempo, per riviverlo analizzandone le tappe e per esorcizzare l’inafferrabilità. Se è vero che è il tempo il Nemico per eccellenza delle relazioni, ci vorrebbero dei superpoteri. Quali, però, esattamente? Il vero superpotere è la capacità di eludere la percezione del Tempo – da concepire come soggetto – nella modernità liquida di Bauman? O il superpotere è, invece, accettare e affrontare le conseguenze del Tempo? Accettare, quindi, che si possa cambiare modo di amare, di sognare, di vivere; affrontare, poi, questi cambiamenti senza accanirsi, evitando di rifugiarsi nella paura o di ignorare il problema non ponendosi domande.

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Milano. Anna e Marco si incontrano sotto la pioggia; lei è un’aspirante fumettista, lui un professore di fisica. Si perdono di vista, poi si ritrovano, si frequentano e poi si perdono di nuovo.

Stare insieme alla stessa persona per tutta la vita è da Supereroi? Riuscire ad affrontare quelle “sfide” di tutti i giorni – che Anna “usa” per farne parole e disegni per le sue raccolte – significa essere Eroi? Spezzando la realtà di coppia in un continuo “tennis” temporale, Genovese ci porta ad analizzare il Tempo e a comprendere cosa si era e cosa si è diventati. I momenti di estasi, la passione, i successi lavorativi; e poi le crisi, le bugie, la noia che porta ai tradimenti. Dopo la pièce teatrale – in stile “Carnage”“Perfetti sconosciuti” e le sperimentazioni complesse ed “ambigue” di “The Place”, Genovese si domanda se le coppie che restano – o resistono – nonostante l’usura siano i veri Supereroi del titolo o invece quelli che, comprendono che anche dirsi addio vuol dire amare e vuol dire ricominciare, o che sanno fermarsi quando si rendono conto di tutto quel “tempo perduto”. Il regista costruisce attorno alla coppia principale altre storie che fanno da contorno, quasi tutte focalizzate su un’idea (poco incoraggiante) di infelicità; l’amico di Marco (Vinicio Marchioni) sembra vivere nell’attesa di fare la scelta sbagliata per autocommiserarsi dedicandosi al rimorso; la madre di Anna, invece, vorrebbe essere tutto tranne che una madre. Poi c’è una ex, un collega che vuole “godersi un momento”, una coinquilina stravagante e una serie di altri personaggi stereotipati che il regista sceglie di non caratterizzare eccessivamente.

%name “SUPEREROI”: ALLA RICERCA DEL TEMPO “VISSUTO” E NON “PERSO”La morale della favola è semplice e condivisibile: trovare il modo di stare insieme tutta la vita resta un Superpotere. Forse non il più grande di tutti, ma comunque un Superpotere. Se Edoardo Leo in “Lasciarsi un giorno a Roma” si concentrava sulla fine, Genovese si ferma prima di arrivarci, provando ad analizzare i (diversi tipi di) silenzi, i sentimenti smorzati dagli anni, la “stanchezza”. “Supereroi” non si rassegna: il Tempo si combatte. Perché non è lineare o perché, forse, addirittura non esiste. Se questa è la forza del film, però, i suoi eccessi sono il motivo per cui la narrazione perde di credibilità. Ci si immedesima fino a quando si sente l’idea di abbracciare un cinema “sincero”, che non ha bisogno di forzare la commozione “provocando” lo spettatore per capire fino a dove arriva prima di cedere. Ed è chiaro che ci si commuova quando si passa (volutamente) dalla commedia romantica all’autentico melodramma che ricorda il cinema “esaltato” di Gabriele Muccino. Il problema, però, non è calcare la mano sulla sofferenza; il cinema di Iñárritu, soprattutto la sua “trilogia della morte”, è un esempio di come il dolore possa essere insostenibile ma necessario. Di come, cioè, ci si possa soffermare sul deterioramento delle relazioni umane (in “Amores Perros”), il valore delle vite (in “21 grammi”) e l’indifferenza del genere umano (in “Babel”), senza voler necessariamente impietosire.

%name “SUPEREROI”: ALLA RICERCA DEL TEMPO “VISSUTO” E NON “PERSO”Genovese, allora, resta un Supereroe fino a quando decide di voler essere “normale”. Di voler portare sullo schermo (provando a slegarsi dal suo stesso romanzo per adattarlo allo schermo) personaggi e situazioni normali, evitando la dimensione “fantasy”. In “Supereroi” c’è vita e si sente, ma ci sono anche tante (troppe) cose. La pellicola è l’esempio di un cinema che vive di accumulo e non di sottrazione, che per “paura” aggiunge e non toglie. Nei suoi due progetti precedenti (“Perfetti sconosciuti” e “The place”) aveva saputo eliminare: un’unica ambientazione, un cast corale e un’idea azzardata ma studiata a dovere. Non c’era bisogno di ricorrere, allora, alle convenzionali strutture del genere come, invece, Genovese ha dovuto fare in “Supereroi”, in cui la narrazione resta essenziale ma dal passo massimalista. Quell’idea di cinema d’autore che aggiorna le regole del melò classico fallisce e, allora, il film cede ad un’evoluzione solo accennata che non riesce a padroneggiare l’immaginario che evoca. Quello che resta, però, è una riflessione sul Tempo di cui bisogna aver cura, che non bisogna mai ritenere perso ma vissuto. E, ancora, resta la consapevolezza che il vero Superpotere è riuscire a scendere a compromessi, ma anche sapersi fare da parte per qualcun altro; non cedere all’apatia e “riaccendere” piccole azioni banali.