“ESTATE ‘85”: CORPOREITÀ E IMMATERIALITÀ NEL COMING OF AGE DI OZON 

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di Mariantonietta Losanno 

Dev’essere soddisfacente vedere realizzato un progetto custodito da anni e legato così tanto alla propria sfera privata e professionale. François Ozon ha letto “Danza sulla mia tomba” di Aidan Chambers quando aveva diciotto anni e sognava di diventare regista. Ed è stato proprio in quel momento che ha deciso di fare una promessa a se stesso, impegnandosi a realizzare l’adattamento cinematografico di quel romanzo come sua opera prima. “Immaginavo che avrei esordito con questo film. Invece l’ho realizzato 35 anni dopo. Anche perché non mi sentivo in grado di farlo prima, avevo bisogno di mettere della distanza. Avrei voluto essere lo spettatore di questo film”, ha raccontato. Le cose sono andate in un modo diverso, ma non per questo la promessa è stata infranta. “Estate ‘85” è un’opera distante da quello che avrebbe potuto essere se Ozon l’avesse realizzata come suo primo lungometraggio. È più matura, capace di mantenere un maggiore distacco dalle dinamiche relazionali tipiche di un’età in cui non ci sente ancora padroni della propria mente e del proprio corpo. Ed è anche un’opera che raccoglie i frutti di un’esperienza cinematografica fortemente caratterizzata.

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Che valore hanno le promesse fatte a se stessi rispetto a quello che si stringono con un’altra persona? Relazionandosi solo a se stessi, si può più facilmente venire meno alla parola data? Qual è il testimone che si teme di più, se stessi o una persona a cui si vuole bene? Sono interrogativi che si pone Alexis quando si imbatte in David, nell’estate (irre)quieta dei suoi sedici anni. In quel periodo è affascinato morbosamente dalla Morte (ma non dall’essere morto), dai riti funerari, dai corpi che diventano cadaveri. Nonostante sembri un contesto macabro, l’azione si sviluppa in un’estate soleggiata e (apparentemente) spensierata. Alexis e David diventano immediatamente (senza procedere progressivamente, “superando” delle tappe) amici, iniziano a passare sempre più tempo insieme, a condividere il lavoro, a concedersi momenti di svago e di libertà. Un legame che si trasforma (o nasce sin dall’inizio così (?) in un amore che, alle sue prime manifestazioni, non sembra essere un dramma annunciato. Eppure lo diventa, trascinando con sé promesse infrante e altre mantenute, sofferenze e deliri. Quell’immediato contatto, espressione di una familiarità conquistata spontaneamente, non rispetta i tempi, va di corsa. Ma “accelerare e andare veloce non sono la stessa cosa”, chiarisce David. 

È lo stesso Alexis a raccontare la sua storia, parlando al pubblico e mettendolo persino in guardia su alcuni aspetti cruciali. “Quello che mi affascina è la Morte con la M maiuscola. Come è diventato un cadavere, vi interessa? È meglio se vi fermate se non vi interessa: questa storia non fa per voi”, spiega. Il racconto procede, poi, per flashback che si susseguono senza alterare la linearità e attraverso cui si indagano sentimenti, ossessioni e paure. Ozon (volutamente) accenna alla questione dell’omofobia, non entrando nel merito; sposta, invece, l’attenzione sul sentimento che lega Alexis e David, sulle loro fragilità e su quello che li rende ancora così incapaci di proteggere un sentimento profondo evitando che si distrugga tutto il resto. E che si distruggano anche loro stessi a vicenda. L’indagine si focalizza anche sui corpi, sulla loro concretezza e la loro immaterialità, suggerendo una riflessione costante sul binomio vita/morte. È come se il legame tra i due protagonisti (che rimanda, inevitabilmente, a “Chiamami col tuo nome” di Guadagnino) prendesse forma in uno spazio senza tempo – una sorta di “bolla atemporale” – in cui non si riescono a percepire più i propri contorni né quelli degli altri. Alexis, però, trova il modo per riconnettersi alla vita e a se stesso, scrivendo di tutto quello che ha vissuto in quell’estate. Un impegno che lo obbliga a pensare meno al dolore e a concentrarsi di più sulla storia. Sulle motivazioni di quell’amore, su quello che l’ha reso concreto e astratto. Su quello che ha portato alla dissoluzione assoluta.

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La scrittura diventa esercizio terapeutico per placare chi resta e onorare chi non c’è più. E proprio la scrittura, che è un esercizio di fiducia, consente di non venire meno a quelle promesse strette con se stessi e con altri. “Dobbiamo stringere un patto: chiunque dei due muoia per primo, l’altro promette di ballare sulla sua tomba”, chiede David ad Alexis. Cosa sarebbe più giusto, tenere fede al patto o disonorarlo?