ESTATE DI CLASSICI – “LE BONHEUR”, AGNÈS VARDA: LA FELICITÀ NON È (SEMPRE) ALLEGRA

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di Mariantonietta Losanno 

%name ESTATE DI CLASSICI   “LE BONHEUR”, AGNÈS VARDA: LA FELICITÀ NON È (SEMPRE) ALLEGRA«Sono felice», «Provo gioia», «Sei triste?», «Voglio provare ancora felicità»: queste frasi – ne Le bonheur – si ripetono costantemente. La pellicola di Agnès Varda è contraddistinta da colori allegri, prati fioriti, sorrisi e – soprattutto – amore. C’è tutto, tranne la felicità. Oppure, quella che intendiamo come felicità è, forse, soltanto una forma di egoismo. Una manifestazione (volgare) di una contentezza che, per la fretta di trovare appagamento, dimentica il rispetto per gli altri. Che riconosce soltanto l’io, sacrificando altro(i), con presunzione e sgraziataggine. Persino con crudeltà. 

François è felicemente (la parola “felicità” si ripete continuamente) sposato si innamora di un’altra donna. Se inizialmente si dimostra attento a nascondere la relazione alla moglie, in un secondo momento cerca di convincerla ad accettare la situazione, senza infrangere le regole del matrimonio. La donna finge di acconsentire – «Ti amo di più, perché ora sei ancora più felice», gli dice – ma in realtà la situazione è impossibile da tollerare. 

%name ESTATE DI CLASSICI   “LE BONHEUR”, AGNÈS VARDA: LA FELICITÀ NON È (SEMPRE) ALLEGRAQuello che sembra un idillio d’amore nasconde una violenza che esplicita il divario tra la percezione del partner sessuale come soggetto e come oggetto. Sembra paradossale pensare che un qualcosa di così terribile avvenga tra girasoli, bambini che giocano, amanti che si professano amore eterno. Che forma ha, allora, la felicità? Si tratta di libertà, di rivendicazione (crudele, ancora) di uno spazio per sé con confini che segnano ripetute violazioni dello spazio altrui? Viene suggerita, implicitamente, una riflessione: una donna che non accetta che il proprio compagno sia felice (perché è di felicità che si parla?) è egoista o è il marito ad essere egoista solo per averle proposto un rapporto libero? La “madre” della Nouvelle Vague dipinge (come farebbe un bambino, con lo stesso grado di ragione e tenerezza) un’opera in cui si avverte il peso delle rivendicazioni femminili. La regista mette in scena un matrimonio autentico, quello che per chiunque rappresenta l’emblema della felicità. Quell’immagine “perfetta”, poi, si rompe e si svela la realtà. Ed è qui che Agnès Varda mostra la sua abilità nel sapere instillare il dubbio: che cosa è successo realmente a Thérèse? Si tratta di una tragedia, di un atto di ribellione o di un semplice incidente? Una cosa è certa: tutti sono rimpiazzabili. Per François l’appagamento è un diritto inalienabile: il suo idillio non può rompersi, al massimo modificarsi per poter esistere ancora. Ecco, allora, che la regista afferma la sua idea di femminismo, rappresentando – con dolore – le sofferenze di una donna privata della propria identità, capace di occuparsi della casa ma meno “brava” nelle vicende sessuali. 

Il verde prato dell’amore (La bonheur è il titolo originale) colpisce delicatamente. Lo fa dolcemente perché mantiene colori vivaci, paesaggi meravigliosi, primi piani estasiati. Ma, al tempo stesso, distrugge un’idea di felicità che si riteneva reale. La “felicità” si legge sui visi, nei gesti e nelle parole. La primavera sorride, l’estate avanza. Non sembra esserci nulla di più perfetto. Di più colorato, lieto, sincero. Agnès Varda – con uno stile anarchico – indaga spietatamente sulla costruzione e (soprattutto) sulla distruzione di un microcosmo familiare. Lo spettatore avverte un disagio quasi insopportabile scaturito da quel bisogno di possesso che François ritiene di dovere esercitare («Io non prendo niente a te, vedi?», dice alla moglie, come per discolparsi); è solo quando tutto scoppia, poi, a non esserci più colore o rumore. Dal bisogno di dominio si passa a quello di sostituzione. Alla stregua di come si possono sostituire le parole. Felicità al posto di violenza, amore al posto di abuso, libertà al posto di dominazione. È stata la stessa Varda, nel 1970, a dichiararlo, riferendosi a Le bonheur. Indicò, infatti, il suo nucleo tematico nella presenza degli «alberi»: «Perché gli uomini si comportano come alberi. E se osservi gli alberi da vicino, per un certo tempo, noterai che anche loro cambiano, come gli uomini. Tutti sono rimpiazzabili, si dice, ed è vero, ma solo in termini di funzioni di una persona. E così per ogni singolo albero. Unico e soggetto a cambiamento. È questa la natura». Tutto, allora, è fungibile e fruibile.