“LE ONDE DEL DESTINO”, LARS VON TRIER: AMORE E MORTE, ANCORA UNA VOLTA

0

di Mariantonietta Losanno 

%name “LE ONDE DEL DESTINO”, LARS VON TRIER: AMORE E MORTE, ANCORA UNA VOLTA“Conosco il posto. È vero. Tutto ciò che facciamo corregge lo spazio tra la morte e me e te”, ha scritto Harold Pinter in “Poesie d’amore, di silenzio e di guerra”. Versi che (non del tutto) arbitrariamente possono servire da introduzione – immaginando di seguire una suddivisione in capitoli – nella riflessione sul binomio amore/morte che coinvolge e avvolge due opere come l’“Alcesti” di Euripide e “Le onde del destino” di Lars Von Trier. 

Che enorme potere ha l’amore? Potrebbe essere tanto una domanda quanto una constatazione; se ne potrebbe (probabilmente) disquisire per ore senza arrivare ad afferrarne l’essenza. Quello che accomuna queste due opere antitetiche ma profondamente – e morbosamente – vicine è l’idea che un amore reale, forte e tangibile comporti che ci si possa sacrificare, in modi diversi. Annullandosi, riducendosi a nulla, assecondando i bisogni e i desideri dell’altro lasciando da parte i propri. È quello che Bess ne “Le onde del destino” concretizza nei confronti del suo amato (nonché fonte di ossessione) Jan; ed è quello che, ancora, Alcesti compie – con un altro epilogo – come sacrificio per Admeto. 

Misoginia, violenza, sadomasochismo: Lars Von Trier mette in scena un amore esasperato che inevitabilmente diventa folle, un legame che per esistere comporta che si rinunci ad una parte di sé. Come se fosse necessario un metodo (sadico) per dominare: una sfida impari sin dal principio, che si presenta, però, come l’unico modo per esercitare il controllo. Una forma, quindi, di manipolazione che rimanda alle menomazioni delle possibilità fisiche ed intellettuali esasperate da Paul Thomas Anderson ne “Il filo nascosto”. Un amore che è, allo stesso tempo, piacere e dolore, un sentimento elevato ed edificante e una brama tutta terrena. Il sacrificio comporta l’acquisizione di uno status, quello di una sorta di angelo custode: Bess ricorda Clarence ne “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, che, compiendo una “buona azione”, guadagna onore. Von Trier pone (per l’ennesima volta) la questione in modo provocatorio, connotando la vicenda di una violenza estrema e disturbante; quello che subisce Bess, infatti, sarà la sorte di un’altra donna in una sua opera successiva – a metà tra il cinema e il teatro – “Dogville”. Il regista non nasconde ma, al contrario, esibisce le sue perversioni, facendole esternare ai personaggi, mettendo in scena la dissoluzione, la disperazione e la morte stessa. È nell’idea che la vita e la morte – intesa non come fine – possano coesistere che trovano modo di dialogare “Le onde del destino” e l’“Alcesti”. Nel concetto di de-responsabilizzazione che accresce la viltà dei due uomini “salvati” (Jan e Admeto), capaci di distorcere il lutto e il senso di colpa e di sublimare (parodiando) la fine. 

“Lui è quello indifeso, tu puoi (ri)dargli la forza di vivere”, viene ripetuto a Bess nella pellicola di Von Trier. Un’idea che si insinua anche nella mente di Alcesti, che si offre subito al posto del marito condannato, giustificando ed elevando quel gesto ponendolo sul piano dell’eroicità. Un’idea di eroismo che – in entrambe le opere – si scontra con la vigliaccheria e l’ipocrisia di uomini “che hanno avuto l’ardire di far morire le loro amate spose al loro posto”. In quel destino che hanno deciso di assecondare è espressa una forma perversa di altruismo (“Era affetta da una forma di bontà”, viene detto della Bess di Von Trier), che non vede fallimento in una fine gloriosa. Individua, piuttosto, Fede, innocenza, amore. “Basto davvero io a morire al posto tuo”, dice Alcesti, ricollegandosi alla presa di coscienza di Bess: “Sono io quella che gli ha salvato la vita, e sono io che gliela posso salvare ancora”. Una vocazione che consente ad entrambe di annullare il proprio corpo, rinunciandovi, per salvare quello del proprio marito. 

%name “LE ONDE DEL DESTINO”, LARS VON TRIER: AMORE E MORTE, ANCORA UNA VOLTAGodimento e sofferenza non solo coesistono, ma si rafforzano a vicenda, come se l’uno servisse (al)l’altro. Come se ci fosse bisogno di compiere gesti eclatanti per sentirsi appagati, come se fosse necessaria una resa senza condizioni, un abbandono assoluto. “Chiedimi qualcosa, lascia che mi sacrifichi”: Alcesti desidera, in qualche modo, una purificazione, e assolve un compito come se le fosse stato imposto, per consentire la piena realizzazione di suo marito. Le due donne si esprimono, però, in modo differente: al silenzio di Alcesti si oppongono le grida di Bess. Due forme di disperazione differenti, espressione, però, di un bisogno comune di redenzione. Entrambe si affidano ai loro uomini, chiedendo loro di assisterle mentre si sacrificano: “Avvelenami e tienimi stretta la mano”, afferma Paul Thomas Anderson nell’opera citata precedentemente. Amore e cura, sacrificio e espiazione, passione e sottomissione: concetti che convivono insieme e si alimentano a vicenda, come la vita e la morte