Se un giorno ti venisse detto che dall’altra parte del mondo ci fosse un assegno a tuo nome dal valore inestimabile cosa faresti? Penseresti che fosse una burla, magari uno sbaglio o, se ne fossi completamente certo, proveresti a racimolare i mezzi per il viaggio in tutti i modi possibili. Ed è esattamente questo ciò che fà il protagonista del nuovissimo film di Josh Safdie “Marty Supreme”. Primo film in solitaria per il maggiore dei Fratelli Safdie che ha completamente travolto il mercato americano sin dalla sua uscita grazie soprattutto a un marketing estremamente intelligente di Timothée Chalamet, grande star del film. Vedremo se qualcuna delle numerose nomination dell’academy si trasformerà in statuina.

Il film è ispirato alla storia reale di Marty Mauser (nella realtà Reisman), che nell’America post bellica si gioca il tutto per tutto per diventare il campione del mondo di tennis tavolo, completamente fiducioso delle sue abilità, ricorrendo a inganni trucchi e illeciti pur di riuscire nel suo sogno. Qui sta la prima genialità del film: presentarci un protagonista in molti versi spregevole. Marty è un imbroglione, un egoista, di base un vero stronzo, eppure nonostante non si riesca a giustificare le sue azioni lo spettatore non può fare a meno di tifare per lui. Non può farne a meno perché tutti vorremmo avere la stessa capacità di Marty di inseguire i propri sogni, sempre e comunque.

Il vero collante e punto di forza del film è Timothée Chalamet che mira all’oscar con una performance impeccabile, probabilmente la migliore della sua carriera. Basti pensare che per prepararsi al ruolo Chalamet ha passato gli ultimi due anni ad allenarsi intensamente a Ping Pong per poter sostenere tutte( e si intende tutte) le sue scene. Grande merito per la messa in scena del personaggio è anche del suo make-up, realizzato col preciso intento di rendere il personaggio più “accettabile” dal pubblico.

La regia di Josh Safdie è eccezionale a dir poco. I piani sequenza e i dialoghi sono realizzati impeccabilmente con una sapiente gestione del caos e con dei primissimi piani perfettamente proporzionati. Safdie riesce inoltre ad “impacchettare” scene estremamente drammatiche nella loro sostanza presentandole allo spettatore in una sorta di versione edulcorata che riesce ad accentuare il pathos dell’opera senza eccedere con la drammatizzazione. Detto ciò il punto di forza della regia di questo film per me sono senza dubbio le scene puramente sportive: Josh Safdie è riuscito a tenere il pubblico sulla punta dei piedi con delle partite di Ping Pong molto più avvincenti di molti incontri di Boxe in film della medesima categoria.

Ottima anche la ricostruzione storica dell’America degli anni cinquanta, ancora in fase di riassestamento dopo il secondo conflitto mondiale, piena di antisemitismo e razzismo perfettamente trapelato da alcune battute di Marty riguardanti il suo avversario giapponese.



















