Vent’anni dopo il primo capitolo David Frankel confeziona un sequel non richiesto di un film già mediocre di per sé. Dove infatti il primo capitolo de Il Diavolo veste Prada era diventato un cult per delle qualità a mio parere inesistenti e per propinare ideali sempre a parer mio aberranti questo film delude ancor di più perché parte da idee interessanti che finiscono per venir marginalizzate in favore di una delle trame più mediocremente scritte del cinema recente.

L’idea è di sfruttare al massimo la distanza temporale che intercorre fra i due capitoli per mostrare tutti i cambiamenti subiti dall’industria della moda e dell’informazione in questi due decenni. Il film infatti si apre con il licenziamento di Andy (Anne Hathaway) al quale segue un discorso di denuncia della condizione odierna dei giornalisti, sottopagati e schiavi ormai di un sistema che premia la curiosità e non il vero interesse. Argomento estremamente interessante e che avrebbe reso di certo il film tale se non fosse stato trattato con la banalità tipica del contemporaneo.

La trama si concentra poi su Andy che per sopravvivere torna al suo vecchio giornale Runway fortemente in crisi dove troverà una Miranda (Meryl Streep) non più “Diavolo” come un tempo. Il film poi vorrebbe continuare per l’intero minutaggio con una presunta critica al mondo del giornalismo moderno citando in causa elementi come intelligenza artificiale o web-magazine senza mai capirne in realtà il significato.

Con l’imbonimento di Miranda l’opera perde poi di una di quelle caratteristiche che l’avevano reso cult in primo luogo. Non metto in dubbio che il medesimo personaggio del 2006 non avrebbe funzionato al giorno d’oggi (a parer mio non funzionava già allora) ma tra tutte le strade perseguibili anche qui è stata scelta la più banale. Anche una semplice retorica sul potere che dopo anni comincia a logorare sarebbe stata di certo meglio.

Del film si salvano quindi essenzialmente due cose: in primis il costume design che per gli appassionati sarà di certo l’unico motivo per la visione del film rimanendo sui livelli del primo capitolo. In secundis le interpretazioni che sono tutto sommato buone (Meryl Streep è sempre Meryl Streep dopotutto) ma che si perdono in una storia sottosviluppata come questa e non voglio neanche aprire la parentesi doppiaggio.

Al netto di tutto Il Diavolo veste Prada 2 è una commedia più che mediocre, sequel di un film perfettamente autoconclusivo (anch’esso più che mediocre), che può di certo intrattenere una serata e forse addirittura piacere agli appassionati di alta moda.



















