Dopo la calda accoglienza riservata a La valle di lacrime il giovane regista Paolo Strippoli torna sul grande schermo rimanendo nel genere horror con il film che rappresenterà l’Italia nella prossima edizione degli Oscar: L’Estranea. Un’opera italiana al midollo della sua narrazione ma che recepisce le innovazioni che l’elevated horror ha visto negli ultimi anni a livello mondiale in maniera totalmente originale se si guarda alla recente filmografia del Bel Paese.

Ci troviamo di fronte ad una sceneggiatura di matrice faustiana. Una famiglia borghese di Bari apparentemente perfetta viene colpita da una tragedia: la figlia minore rischia di perdere una gamba a seguito di un incidente compromettendo la carriera di attrice che la madre gli aveva disposto. Quest’ultima si troverà quindi a decidere di stringere un patto con una misteriosa figura chiamata nel film semplicemente l’Estranea. Ciò darà inizio però a una concatenazione di eventi che porteranno inevitabilmente alla stretta di altri patti demoniaci.
L’opera è divisa in quattro capitoli più epilogo. Ciascun capitolo vede al centro un diverso membro della famiglia: la figlia Alice; il figlio Tobia; il padre Walter e la madre Anna, vera e propria protagonista delle vicende interpretata da Jasmine Trinca affiancata da Valeria Bruni Tedeschi nei panni dell’Estranea e da Romana Maggiore Vergano nei panni della figlia Alice ormai cresciuta. Ciascuna di queste tre attrici offre a mio giudizio una buona interpretazione in un film che non spicca di certo per le sue performance attoriali.

Vero punto di forza del film è la critica che Paolo Strippoli e Salvatore de Chirico riescono a costruire nei confronti della borghesia italiana, fattispecie della piccola borghesia meridionale dei primi anni duemila. La grande intuizione di scrittura è infatti mostrare come ciascun patto stretto da Anna venga incontro più che ad esigenze reali, a pure vanità dettate dal terrore del giudizio altrui e dalla frustrazione personale. Tutto ciò viene reso meravigliosamente manifesto nel finale che conclude l’ottimo epilogo, atto più solido e meglio girato dell’intero film.

Primo grande problema dell’opera è infatti il grande dislivello tra gli atti. I primi risultano infatti troppo lenti anche per essere dei momenti puramente introduttivi, gli altri invece quasi sbrigativi impedendo allo spettatore di formare un legame empatico con i personaggi essenziale per il tipo di film.
Devo poi ammettere che la regia di Strippoli continua a non rientrare nelle mie corde con questo uso eccessivo di simboli non sempre utili e comprensibili. L’elemento di horror puro è presente in un paio di scene dove si fa ricorso a jumpscare “non tradizionali” più fastidiosi che spaventosi accompagnati spesso da diversi cambi di inquadratura in rapida successione ben congegnati ma fini a se stessi. Il tutto accompagnato da una fotografia che spesso e volentieri apre troppo il focale sfocando lo sfondo senza però ottenere la separazione del soggetto sperata. Mi rimane quindi da pensare che la lente f/1.4 sia stata utilizzata per nascondere una scenografia pigra.



















