IL REQUIEM DEI SOCIAL NETWORK

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di Giuseppe Rock Suppa
Il panorama dei social network è un bollettino medico da reparto psichiatrico.
Partiamo da X, l’ex Twitter. La vulgata progressista piange miseria incolpando Elon Musk del tracollo, dimenticando che il genio del marketing ha sborsato la bellezza di 44 miliardi di dollari per portarsi a casa un uccellino che era già in rigor mortis, zeppo di fake news e infestato da bot. Oggi, se hai la sfortuna di essere minimamente noto, X è il posto ideale per farsi sputare addosso. Qualsiasi cosa tu scriva, vieni travolto da un esercito di scimmie urlatrici indistinguibili dai bot. La vera perla sono le spunte blu a pagamento: Musk, per raschiare il fondo del barile, ha permesso al ragionier Rossi di turno, forte dei suoi cinquanta follower totali, di comprarsi un briciolo di autorità virtuale. Paga per sentirsi importante, poveretto, mentre stringe in mano un distintivo che ormai vale meno di zero. La sera, poi, il degrado tocca l’apice con gli Spazi. Gruppi di disperati si riuniscono per discutere del nulla, con l’unico prerequisito tassativo di non dire assolutamente nulla di intelligente. Gli argomenti? Una scelta vastissima tra le trame del Grande Fratello e le paranoie dei complottisti. Fine.
Poi c’è il caro vecchio Facebook, l’equivalente digitale di un cantiere stradale assediato da pensionati in decomposizione. Un social catatonico. Qualche illuso prova ancora a scriverci qualcosa di sensato, ma Mark Zuckerberg ha deciso che la tua voce non conta nulla. Ha stroncato la visibilità dei post, soprattutto dopo aver dichiarato guerra agli editori. Il risultato? Anche se vanti cinquemila amici, se provi a condividere il link di un quotidiano non ti leggono nemmeno in quattro. A proposito di editori: complimenti per il suicidio strategico nel non aver trovato un accordo per spartirsi la torta pubblicitaria coi social. Su Facebook, per carità, l’insulto è raro perché il tasto “rimuovi amicizia” è a portata di mano. C’è solo un piccolo dettaglio macroscopico: metà delle persone che hai in lista da quindici anni è probabile che sia già al cimitero.
Instagram invece è il regno dell’invidia istituzionalizzata, un recinto chiuso dove guardare i vip che ostentano pranzi, yacht e spiagge private, mentre l’esercito degli sfigati replica le stesse identiche pose nella speranza patetica di sembrare uguale a loro. L’attenzione media dell’utente è quella di un pesce rosso: se un video supera il minuto, il cervello social va in cortocircuito. Il chimico Dario Bressanini ha provato l’impresa suicida di lanciare video divulgativi di ben cinque minuti, con la faccia di un condannato a morte che sa già che l’algoritmo lo punirà per lesa maestà dell’ignoranza. Attorno a questo circo orbita l’economia degli influencer e di una pubblicità imbarazzante, un loop infinito di app miracolose per dimagrire o manuali per scrivere libri con l’intelligenza artificiale senza avere competenze e senza nemmeno prendersi la briga di leggerli. Libri scritti da un’AI per lettori che probabilmente useranno un’altra AI per leggerli al posto loro.
Su TikTok la musica non cambia: trionfa la stupidità più assoluta. Ed è una trappola ipnotica. Ci finisci dentro, scorri un balletto, scorri una cretineria, e dopo mezz’ora di catatonia ti risvegli chiedendoti che diavolo stai facendo della tua vita. Il vero dramma è che questa fabbrica di fuffa virale ha convinto una generazione di giovani sfaticati che studiare sia da fessi. L’obiettivo collettivo è svoltare la vita azzeccando un trend. Per le ragazze che non hanno voglia di fare un tubo, fortunatamente, c’è la scialuppa di salvataggio di OnlyFans. Peccato che il mercato sia ormai saturo e che il social sia di un sessismo primordiale: se non hai un paio di tette da vendere al chilo, non vai da nessuna parte.
Infine, il grande mistero glorioso: Threads, il clone di Twitter partorito da Zuckerberg. Ci entri e ti scontri con un muro di ragazzine e milf in pose ammiccanti che implorano follower, e che ovviamente dominano le classifiche. La vera perversione di Threads è il suo puritanesimo isterico, degno di un algoritmo programmato da un club di boy scout bigotti. Le parolacce vanno scritte con l’asterisco e vige un politicamente corretto al limite del rigor mortis. Ti bloccano se si intravede l’ombra di un capezzolo, anche se l’intelligenza artificiale non capisce la malizia e si fa fregare da una ragazza che si mangia un Calippo. Ci entri una volta al mese per sbaglio, pensi “che roba inutile” e te ne vai.
In tutto questo squallore, dei libri non c’è traccia. Le case dei vip e dei finti vip ne sono rigorosamente prive. Esistono sì i bookinfluencer, ma fonti interne alle case editrici confermano il segreto di Pulcinella: vengono pagati a gettone per sponsorizzare i volumi. Non li leggono, sia chiaro. D’altronde, se leggessero davvero, chi sarebbe così stupido da seguirli?

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