LE VITTIME DEL TRIBUNALE

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di Fabrizio Cappelli

 

Confesso che negli ultimi anni ho dovuto fare una scelta di vita.

Notoriamente sono impavido e le avventure non mi fanno paura.

Ultimamente però mi capitava sempre più spesso di essere assalito da una nuova paura: diventare una vittima dei Tribunali.

Per questo motivo ho deciso di trasferirmi su di un’isola deserta.

Da qui, ho deciso, vi racconterò cosa ho visto con i miei occhi e che non potrò dimenticare.

Vi parlerò della vittima dei tribunali.

Questo essere umano, povero sventurato, la mattina è costretto se utente a fare delle file interminabili solo per poter accedere all’edificio.

Il Tribunale di Napoli Nord è un esempio mirabile.

Napoli Nord sta ad Aversa, per intenderci.

Perché lo abbiano chiamato cosi è un capitolo tutto da scoprire.

Mi sembra di ricordarmi il perché, magari lo racconterò un’altra volta.

Ma torniamo alla nostra vittima.

Dopo aver fatto una fila di almeno un’ora – all’esterno sotto l’acqua o sotto il sole, indifferentemente – la nostra povera vittima riuscirà a farsi controllare dai rigorosissimi uomini del controllo.

Dapprima dei novelli Savonarola controlleranno l’abbigliamento, se donna potrà accedere anche in shorts cortissimi, se uomo dovrà avere rigorosamente la peluria della gamba coperta.

Oddio! Un uomo in bermuda! Vade retro!!!

“Ma ho i bermuda fino a sotto il ginocchio, la signorina che avete fatto entrare sembrava avere solo la mutanda!”

“Zitto e si allontani! Lei è indecente per decreto presidenziale!”

Sulle scarpe pare ci sia la vera parità.

Niente infradito per tutti.

“Scusi ma ho delle infradito da donna, anche altre donne hanno le dita in vista con le scarpe!”

“Signora purtroppo così c’è scritto nel decreto! Che ci posso fare?”.

Dopo aver verificato la loro conformità ai costumi (per essere vittimizzati bisogna anche presentarsi decentemente), e controllato poi i vari oggetti che ha con sé (con le donne è un vero spettacolo vedere cosa portano nelle borse), la povera vittima accederà al vero girone infernale: le aule di udienza.

All’esterno – al piano del civile – troverà una specie di suk mediorientale popolato di avvocati ed altra varia umanità che cercano di prendere fisicamente il sopravvento sugli altri, pur di poter far visionare il proprio fascicolo ad un giudice di fantozziana memoria.

Il povero giudice, infatti, circondato da una calca disumana di questuanti e con montagne di fascicoli che girano vorticosamente tra varie mani, cerca solo di sopravvivere almeno sino alla fine dell’udienza.

La vittima che dovrà testimoniare verrà di peso prelevato dagli avvocati, costretto ad esibire i documenti a due sconosciuti ed a rendere la dichiarazione che una giovane collaboratrice dell’avvocato si presterà a scrivere su un foglio protocollo.

“Scusate ma non dovrei dire queste cose al giudice? E non dovrebbe scriverle un cancelliere, e non dovrei dire lo giuro?”

“Mica siamo in America! Stia tranquillo, poi il giudice le rilegge alla sua presenza!”.

“Ah, bene. E se quello che avete scritto non è quello che ho detto?”

“Stia tranquillo ho detto, e faccia presto, altrimenti se non ci mettiamo a turno finiamo alle due!”.

L’esterno di quelle del penale sembrano più ordinate.

Nei corridoi si notano delle persone che passeggiano che spiegano ai carabinieri presenti: “E quello, il giudice, ci ha detto andatevi a fare una passeggiata e tornate tra due ore. Qua dentro tutti non c’entriamo, per cui io inizio a fare questi processi, poi gli altri dopo le 11 e 30!”

Quando poi si entra nell’aula – con un caldo esagerato d’estate perché i condizionatori non sono idonei – si notano subito gli avvocati che ballano sulle sedie.

“Opposizione!! Opposizione!!”.

“Avvocato lo dica al microfono!”.

“Giudice ma al mio banco non c’è, che devo fare il ballo di San Vito ogni volta, mi devo alzare e spintonare il collega al primo banco per parlare al microfono?”.

“Avvocato si. Questo è il codice”.

 Ma accanto al primo banco noti qualcosa di anomalo.

Un acquario! Senza acqua però.

Domandi cosa sia e ti spiegano: “è la gabbia degli imputati!”.

Un acquario? Tre pareti di vetro?

“Scusi avvocato ma se lei deve parlare con un imputato come fà?”

“Ah, semplice, entro nella gabbia o parlo stando sull’uscio con la porta aperta.”

“Sta scherzando?”

L’avvocato, rassegnato, risponde: “Magari”.

Nel frattempo ai piani superiori le vittime circolano nell’anticamera della Procura.

“Chi siete e dove andate?”

Un altro controllo!

“Guardi che mi hanno già controllato giù, vorrei parlare con il dott. Josep K., il pubblico ministero che indaga sui fatti di cui sono vittima”

“Oggi non c’è, mi dispiace, ma è meglio che mandi l’avvocato, a volte riceve nel pomeriggio”

“Ma non ho l’avvocato, torno nel pomeriggio!”

“E no! Lei il pomeriggio non può entrare”.

Nel frattempo un’altra vittima cerca di accedere ad una cancelleria.

L’apoteosi.

Inizia un balletto degno di Totò per arrivare ad identificare il soggetto preposto a dare una risposta.

Basta. Per il momento può bastare. Torno alla mia solitudine.

Magari la prossima volta vi parlo degli altri Tribunali, adesso devo concedermi al mio silenzio…