“LOST IN TRANSLATION”: LA SOLITUDINE RACCONTATA DA SOFIA COPPOLA

  Sophia Coppola

Bill Murray interpreta Bob, un attore hollywoodiano di mezza età; Scarlett Johanssons, invece, è Charlotte, una giovane sposina neolaureata. Due anime simili che non possono che conoscersi in uno scenario perfetto: Tokyo.

Sofia Coppola, figlia del geniale Francis Ford Coppola, ormai regista affermata (circa un anno fa è stato distribuito nelle sale cinematografiche la sua ultima pellicola, “L’inganno”, con Nicole Kidman, Colin Farrell, Kirsten Dust), in “Lost in translation”, premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale, racconta l’incontro di due solitudini, due anime perdute che cercano affetto e instaurano un legame puro fatto di complicità, sguardi, sorrisi e silenzi condivisi. Due personaggi, dunque, profondamente umani, con le loro fragilità, qualità e difetti, in cui lo spettatore può facilmente immedesimarsi. Bill Murray, attore poliedrico che si è prestato a varie e diverse interpretazioni, come quella in “Rushmore” di Wes Anderson, in cui sembra trovare la sua vera natura, ossia il “disincantato”; in “Lost in translation” interpreta un uomo adulto, riservato e molto disorientato dalla direzione che ha preso la sua vita. Un uomo disilluso, stanco. Per motivi diversi, anche Charlotte è annoiata e sola (il marito si dedica molto a lavoro), è alienata dal mondo e, per combattere la solitudine e l’incertezze che la affliggono, trova appoggio in Bob, ma il loro legame non cade nel cliché della storia d’amore vittima della differenza di età. Quello che la regista sceglie di analizzare è un’unione che non debba avere necessariamente un risvolto sessuale, che non si basi solo sull’aspetto materiale ma che sia più profonda e intensa. L’atmosfera è più poetica e romantica, ma parliamo di un tipo di romanticismo non banale che non eccede.

I temi principali, dunque, sono la ricerca della propria identità e la sensazione di smarrimento, attraverso personaggi frastornati e sensibili. Tokyo è traffico e rumore, ma è anche panorami e scenari della natura. Il film deve molto alle inquadrature suggestive e alle colonne sonore delicate e malinconiche (per fare alcuni esempi: “Alone in Tokyo” degli Air, “Sometimes” dei My Bloody Valentine, “Too Young” dei Phoenix; ritmi indie-pop, folk, musica ambient). Questa pellicola rivisita la commedia romantica, ignorando l’interesse fisico più istintivo per fornire una visione più platonica del legame che unisce due persone che stanno bene quando condividono il tempo insieme. Il film gioca anche sulle differenze tra l’America e il Giappone, ad esempio nella scena in cui Bob è diretto da un regista giapponese per uno spot sul whisky: quest’ultimo gli da istruzioni su come comportarsi sulla scena parlando per lungo tempo, mentre l’interprete traduce a Bob il senso del discorso in pochissime parole. L’ironia sulle lingue diverse, i misunderstanding e le differenti abitudini è un’ironia positiva, funzionale a creare un mix perfetto di dramma e umorismo. Il Giappone è affascinante, così come è pieno di fascino l’incontro tra due persone che instaurano un rapporto che non si fonda sull’aspetto prettamente erotico. “Lost in translation” si basa sull’intimità, quella mentale, sulla dolcezza, sulla malinconia. È una pellicola che ammalia e affascina. “ Volevo fare un film romantico e divertente. L’inspirazione mi è venuta dai miei numerosi soggiorni in Giappone, quando avevo poco più di 20 anni. Mi piaceva l’idea di come, negli alberghi, si incontrino sempre le stesse persone tra le quali, senza conoscersi, si instaura uno strano e intenso rapporto. Abbiamo cercato di essere discreti, con una piccola telecamera, senza luci, usando solo eccezionalmente i passanti. Il film racconta le cose che amo di questa città, ciò che significa essere stranieri qui. Viviamo in un momento storico confusionario e caotico. La nostra società è incentrata sulla comunicazione, ma proprio nel momento in cui la tecnologia riduce gli spazi e moltiplica le occasioni di scambio, crescono anche le difficoltà ad instaurare un dialogo vero e profondo tra gli esseri umani”, ha detto Sofia Coppola. “Lost in translation” con delicatezza sorprende, commuove e convince.  

La traduzione del titolo, “L’amore tradotto” è lontana anni luce dal significato del film, al contrario la pellicola parla di intraducibilità di sentimenti, di impossibilità di trasformarli in realtà. Non è l’unico esempio di titolo che stona con l’essenza del film, un altro, emblematico è “Eternal sunshine of the spotless mind”, il cult di Michel Grondy, tradotto con “Se mi lasci ti cancello”.

Non è stato possibile arrivare a tali conclusioni per l’ultima pellicola della Coppola, “L’inganno” (che abbiamo già accennato), che potremmo definire un film “senza genere”, dal momento in cui manca una chiave di lettura del film, uno stile, un punto di vista predominante. Anche i più bravi possono avere una caduta di stile.

Mariantonietta Losanno

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