“IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE”, L’ESORDIO DI SOFIA COPPOLA: LA RESISTENZA CHE DA PASSIVA DIVENTA ATTIVA

Qual è l’unico modo, per cinque ragazzine adolescenti, di ribellarsi a una vita di costrizioni e repressioni? Quale può essere il senso di un’esistenza in cui non si assapora la felicità, l’amore o la libertà? Sembra un paradosso che proprio nella morte le sorelle Lisbon, protagoniste della pellicola esordio di Sofia Coppola, tratta dal romanzo “Le vergini suicide” di Jeffrey Eugenides, trovino sollievo per le loro sofferenze.Sia il film che il romanzo si basano su una storia vera ambientata in un’America fin troppo borghese del 1974. Le sorelle Lisbon sono sottoposte alla rigida e intransigente educazione dei genitori autoritari e bigotti. La madre ama le sue figlie, ma lo fa nel modo sbagliato, credendo che negare loro una vita di amore e spensieratezza sia l’unico modo affinché restino per sempre pure. In un mondo che sta evolvendo, la famiglia Lisbon resta ancorata a uno stile di vita fatto di proibizioni e severo controllo. È la più piccola della famiglia, Cecilia, di appena tredici anni, la prima a tentare il suicidio. Questo sarà solo il primo di una serie di eventi che porterà alla fine prematura di tutte le sorelle Lisbon.

L’esordio di Sofia Coppola affronta -nel modo più esasperato- un tema molto profondo come l’adolescenza. Gli sguardi, i sospiri, le carezze e la curiosità di cinque giovani e bellissime ragazze (dalle sembianze quasi angeliche) costrette a vivere segregate, private della loro libertà e condizionate in tutte le loro scelte. Per tutti i ragazzi del quartiere le sorelle Lisbon sono una sorta di mito inarrivabile, tanto affascinanti quanto irraggiungibili. Lo spettatore avverte le sofferenze di queste misteriose giovani donne, ma sempre guardandole da lontano, come se fosse vietato avvicinarsi, provare a toccarle né tantomeno amarle. I genitori guardano spesso con superficialità alle problematiche adolescenziali dei propri figli, rendendosene conto troppo tardi. Anche dopo l’estremo gesto compiuto dalle ragazze, i genitori continuano a non darsi una spiegazione del perché le loro figlie soffrissero così tanto pur vivendo in un ambiente di amore. La loro casa, però, è una sorta di prigione L’amore, dunque, è inteso come forma di controllo e oppressione.Sofia Coppola ci regala un’opera delicata e struggente, in cui pur di poter vivere e sentirsi libere, cinque ragazze sono costrette a morire. Il loro andare incontro alla morte è -paradossalmente- una reazione attiva e non passiva.

Mariantonietta Losanno

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