LA STIPA

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–   di Elvio Accardo  – Alla “Stipa” arrivò l’epoca per i campi di essere arati, anzi, ottobre segnava proprio l’ultima possibilità per Olindo di dissodare i suoi terreni, anche in fretta, prima della semina di novembre.

Qualche temporale di settembre aveva per un po’ restituito alle crepe del calcinato terreno, la speranza del seme, ma al pari di un ventre sterile né da una rapida acqua né i semi selvaggi avevano cambiato il grigio esangue di fondo che non colorava la “Stipa” del colle.

Olindo e zì Paruccio, due contadini vissuti da sempre in rapporto di “comparato”, avendo i genitori di Olindo fatto da testimoni al matrimonio dei genitori di zì Paruccio 66 anni prima, si accorsero di essere vivi.

Le masserie dei due uomini non lontane fra loro, con le terre confinanti, dal lato dello stradone, erano circondate dall’ansa del fiume per due terzi. Quelle terre erano ricordate da almeno 150 anni per una feroce battaglia, combattuta da quelle parti da Garibaldi con i Mille, quando unificò l’Italia.

Fino a 10 anni prima non c’erano mai stati trattori né telefoni, ma mucche e aratri di legno con vomeri di ferro.

Olindo di 3 anni più giovane, vedovo da 10, senza figli, zì Paruccio vedovo da 2 anni, con due figli, il primo, questurino a Pescara, il secondo impiegato delle poste di Asti.

Delle due proprietà, quello di Olindo dominava il piccolo colle, quella di zì Paruccio la valle.

Più nessuno coltivava quella terra, che da sempre tutti chiamavano “ ‘a Stipa”, volendo ricordare

“lo stipone” nel quale si riponeva ogni sorta di provvista, pertanto rappresentava un luogo fertilissimo di continue ricchezze.

Ormai solo i due anziani contadini si occupavano di arare e seminare, facendo quello che avevano sempre fatto con scadenze inderogabili in ogni stagione: aratura, semina, sarchiatura, raccolta, ecc. ritmi precisi e vitali come quelli del cuore o della luna; mancanza crescenza, mancanza crescenza, cicli che radicano sin dalla nascita nelle segrete pieghe dell’abitudine e della memoria.

Quando morì la moglie di Olindo, zì Paruccio gli offrì il suo conforto parlando a lungo della familiarità che avrebbe trovato sempre nella sua casa, e sua moglie Rosa lo avrebbe accudito fino a quando avesse ristabilito un equilibrio con le faccende domestiche e con le nuove abitudini che comunque avrebbe dovuto acquisire nella mutata situazione. Olindo ricordava bene quella giornata lugubre, passata sotto l’uscio a salutare i pochi parenti e amici venuti per il funerale. Ricordava bene le lunghe ore passate a vegliare la defunta, ricomposta nel letto candido di lino dalle cure di Rosa durante la nottata. Passò sveglio tutto il tempo a girare a vuoto tra le cose che più amava: la doppietta con le canne “Krupp”, acciaio tedesco come quello dei cannoni dell’ultima guerra posizionati al di là del fiume, in una depressione del terreno oltre il pioppeto. Ricordava benissimo di aver contato le cartucce della cartucciera decine di volte, prima quelle rosse, poi le verdi, le gialle e ancora daccapo in altri ordini e sequenze.  Aveva accarezzato il tascapane sempre profumato di frutta; e le parole di zì Paruccio gli apparivano imbarazzanti per l’inconsueto significato e per l’annuncio di una ancora più inconsueta situazione di solitudine di cui tutti parlavano, ma che lui non percepiva assolutamente. Non riusciva a dare un senso a quella parola: solitudine, una parola che sicuramente tutti gli altri capivano meglio di lui viste le espressioni dei loro volti quando la pronunciavano.

Ricordava la lunga tirata di zì Paruccio sulla sua disponibilità futura, e anche quella di Rosa, ma già allora, ricordò, pensava a tutt’altro, a tutto, anche alla pioggia che veniva giù dalla mattina tra la foschia ancora appesa agli sparuti ciuffi di fronde delle cime più alte dei pioppi lungo l’ansa del fiume. Ricordava l’odore di terra marcia e grumi neri di fango, che nei rivoli sempre più grossi dell’acqua, si scollavano e partivano insieme ai veloci ruscelletti.

Era passata giusto una settimana da quando aveva ucciso il maiale, che con l’aiuto della moglie aveva poi trasformato in salsicce, lardo e prosciutti, ancora nella madia, composti nel sale e pressati con tavole e sassi per poi appenderli. L’odore ancora forte della carne salata, unita a quella dei rami di lauro poggiati nella madia su quei fagotti bianchi, c’era il vero segno della morte, che era ferma, lì in quella cucina con le porte aperte sulla pioggia e le orecchie chiuse alle cortesie di zì Paruccio.

Gli occhi color castagna di Lola, si mossero attenti, quando Olindo cominciò a scendere la rampa di scale che lo portò in cucina, dalla sua stanza da letto del piano di sopra. La cagna si alzò e gli andò come ogni alba ad annusare le scarpe con il suo buffo andare scomposto, aspettando ansiosa che la porta sull’aia si aprisse.

Erano finite per lei le trepidanti attese notturne quando il suo padrone si incontrava con zì Paruccio sullo stradone alla fontana di tufo per andare a beccacce d’inverno o a quaglie d’estate. Questo era il suo quotidiano esistere a cui era stata abituata da sempre. Era la caccia la ragione unica per la quale Olindo da vedovo, frequentava zì Paruccio. Con la pioggia o il vento, i due si erano incontrati ogni alba, a quella fontana, negli ultimi 9 anni, anche il giorno dopo il funerale di Rosa.

Era quella un’attività naturale che i due espletavano, come se fosse anch’essa una ritmica scansione esistenziale e pertanto irrinunciabile. Rappresentava l’unico canale attraverso cui Olindo comunicava a zì Paruccio che l’epoca di arare il suo campo, con il suo trattore. Era questo incontro,

che cominciava dal buio della notte che consentiva a Olindo di nascondere il suo imbarazzo nel chiedere a zì Paruccio di venire ad arare i suoi campi nel mese di agosto.

Zì Paruccio aspettava tutte le mattine questa richiesta in silenzio, mentre si incamminavano verso il fiume, seguendo l’ansiosa Lola, che già dallo stradone impazziva di piacere nell’erba rorida di umori umidi della notte, che moriva in un cielo a volte biondo e malva, a volte di piombo e squarciato da saette.

Erano passi, quelli di Olindo, pesanti e cupi, poiché la richiesta del trattore gli pesava, non era più come, fino a 10 anni prima, in cui Rosa e Santina sua moglie, avevano rapporti quotidiani, di assoluta libertà e rispetto, tra loro c’era stata sempre solidarietà totale, per ogni occorrenza, si scambiavano favori, piccoli, grandi, così pure i loro mariti, mediando la loro naturale riservatezza con l’alibi dei rapporti schietti  e solari delle due donne.

Ma Santina era morta prima di Rosa, e anche questo pesava; la naturale riservatezza di Olindo si era trasformata prima in imbarazzo, poi in sordo rancore. Più Rosa e zì Paruccio offrivano la loro disponibilità, più Olindo evitava i contatti, chiudendosi sempre di più in un solitario ossessivo dialogo con sé stesso.

Quegli stessi passi fatti per raggiungere la boscaglia, dove avrebbero cacciato le beccacce, erano per zì Paruccio liberatori, leggeri, perché i silenzi di Olindo gli apparivano nella loro massima chiarezza, e un certo godimento veniva su piano, dalle più nascoste fibre del suo essere, per giungere lucide alla sua mente, che ancora reclamava, acuta e amara, per le sincere pene che Rosa aveva provato per i silenzi spesso sprezzanti di Olindo.

La morte di Santina, veramente aveva scavato un profondo solco tra i vecchi equilibri generosi delle due vecchie famiglie, accendendo un insidioso e muto rancore tra i due anziani compari. Al di là del solco, c’era la memoria di un antico rispettoso vicinato, magari segnato da una presenza maggiore della famiglia di zì Paruccio, che avendo due figli maschi che tra l’altro lavoravano fuori, non più in campagna, rappresentavano un’altra spina nella mente di Olindo, che adesso rimuginava anche sulle discolerie dei due ragazzi perpetrate nella sua proprietà per almeno un decennio. Non avendo avuto figli, il lavoro di Olindo era stato sempre più duro di quello di zì Paruccio, che comunque fino a quando non aveva comprato il trattore, di mucche da lavoro, per l’aratro, ne aveva avute sempre il doppio. E così chi aiutava Olindo era stata sempre Santina, anche per arare la terra e per tutte le altre attività in campagna. Povera Santina, avrebbe vissuto ancora un po’ se avesse avuto un figlio.

Il trattore zì Paruccio l’aveva comprato poiché non avendo più l’aiuto dei figli, aveva tolto di mezzo anche le mucche, diventando il solo trattorista in tutta la “Stipa”. Ma questo era molto tempo fa, zì Paruccio aveva portato sempre il trattore sul colle, arando la terra di Olindo così come la sua, ma questa solerzia, andò scemando dopo la morte di Santina, e l’attesa della richiesta da parte di Olindo era sempre più uno scotto da pagare; ma questo stava al di là del solco.

Guardare Lola che lavorava nel buio della macchia, e nel controluce riflesso del fiume, era per i due uomini la pausa, lo stacco, il silenzio di questi tumulti perniciosi del cuore. La cagna bella come non mai col suo mantello di mogano umido di rugiada, seguiva la pista ovunque, e quando arrivava sulla preda rimaneva immobile come solo lei sapeva fare; era tutto questo lo spettacolo a cui assistevano stregati i due cacciatori, quasi paghi solamente di questa danza di Lola, e non più attratti dalla preda nera e velocissima che tra le frasche frullava bassa prima di ricevere nelle carni il piombo mortale.

Zì Paruccio una mattina gelida dell’ultimo dicembre, proprio mentre Lola come una statua, eccitatissima puntava la beccaccia, tra i rovi brillanti di gocce d’acqua, sparò, sparò forse troppo presto, o troppo basso, oppure sparò perché queste forti emozioni prendono la mano, la testa o il cuore, ma la zampa di Lola saltò, saltò come il rimbalzo di un sasso, mentre Lola cadeva muta e stupita tra i rovi, e la beccaccia in un rapido zigzagare volava lungo il fiume. In quel mattino di dicembre il loro ultimo rapporto finì, Lola fu curata e salvata, ma restò zoppa. Il suo ardore e il suo fiuto, non servirono più, non ci furono più appuntamenti alla fontana di tufo, ma solo silenzi.

FINE PRIMA PUNTATA