LIBERA NOS A MALO: VIAGGIO NELL’ANTICA CAPUA TRA PAGANESIMO E CRISTIANESIMO – seconda parte

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tratto dall’elaborato di laurea di Andrea Zippa1.4: L’ultimo tentativo di rivalsa per Capua: la Guerra Annibalica

Capua rientra con un ruolo attivo nella storia d’Italia solo in occasione della Seconda Guerra Punica o Guerra Annibalica (218-202 a.C.), quando tentò nuovamente di sottrarsi al giogo romano. Fino a questo momento Roma controllava la zona appoggiandosi all’aristocrazia cittadina ma lasciando il popolo privo di diritti politici: così, quando la potenza romana cominciò a traballare in seguito alle vittorie di Annibale nelle battaglie della Trebbia e del Trasimeno, a Capua riprese vigore il partito popolare che ebbe il completo sopravvento dopo la battaglia di Canne (216 a.C.): infatti, in seguito alla sconfitta romana, i Capuani strinsero un’alleanza con Annibale, staccandosi da Roma, tentando l’ultimo sussulto per un’indipendenza de facto e non solo de iure. Le condizioni del patto furono: il riconoscimento della piena sovranità di Capua, l’esonero dei cittadini campani dal servizio militare cartaginese e la consegna di trecento prigionieri romani aristocratici come garanzia di sicurezza per i cavalieri campani che servivano nell’esercito romano in Sicilia. I praefecti Capuam Cumas e la guarnigione romana furono subito catturati e rinchiusi nelle terme dove furono soffocati con vapori bollenti; il capo del partito romano, fu consegnato ad Annibale e spedito con una nave a Cartagine; lo stesso Annibale entrò in città di persona tra l’esultanza del popolo: sembrava dunque che per Capua dovesse aprirsi una nuova, splendida esistenza in cui avrebbe sostituito Roma come centro politico delle stirpi italiche. Annibale invece, grazie all’alleanza con Capua, divenne il padrone incontrastato della Pianura Campana. Tuttavia solo poche e piccole città da sempre collegate a Capua decisero di passare con Annibale mentre Nuceria, Casilinum e Acerrae furono prese con la forza dal condottiero cartaginese. È proprio a questo periodo che risalgono i cosiddetti “Ozi di Capua”: Livio racconta che i Cartaginesi per svernare furono ospitati nelle case dei Capuani, ma, non essendo abituati agli agi della vita cittadina, si ammollirono talmente tanto nel lusso e nella lussuria da divenire irriconoscibili e da non recuperare mai più l’antica disciplina; così alcuni soldati intrecciarono delle tresche con donne locali, altri alla ripresa delle attività di guerra e delle marce si sentirono privi di forze fisiche e psicologiche, altri ancoro disertarono senza alcuna licenza per tornare a Capua: sappiamo tutto ciò dal racconto di Livio. Ora, la tradizione storiografica romana enfatizza questo episodio come momento grazie al quale i Cartaginesi furono particolarmente indeboliti, dando modo ai Romani di preparare la loro controffensiva vittoriosa; tuttavia bisogna ricordare che questa interpretazione non si ritrova invece in Polibio e risulta agli storici moderni tendenziosa dal momento che l’esercito cartaginese riuscì anche dopo l’inverno di riposo a Capua a mostrare la sua superiorità. Nel frattempo l’esercito romano era stato riorganizzato ma solo nell’autunno del 215 a.C., quando Annibale era ormai nei quartieri d’inverno in Apulia, partì la controffensiva che durò per diversi anni e si concluse definitivamente solo nel 211 a.C., quando, approfittando dell’assenza di Annibale, i Romani dettero vita a un importante gioco strategico: costruirono tre campi fortificati intorno a Capua, ognuno per due legioni, collegati tra loro da linee di fortificazione mentre Puteoli e Volturnum furono rafforzate e trasformate in depositi di vettovaglie; contemporaneamente fu posto ai Campani un termine per la resa. Annibale provò a contrattaccare ma non riuscì a superare la doppia linea di fortificazioni; inoltre era in minoranza rispetto all’esercito romano: dunque decise di ritirarsi e di tentare il tutto per tutto assediando Roma, sperando così di allontanare parte dei Romani da Capua; in realtà anche questa volta il suo piano fallì. A questo punto decise di ricondurre l’esercito cartaginese in Italia Meridionale, abbandonando Capua al suo destino. Secondo Beloch dietro l’abbandono a se stessa della città campana ci fu un abile calcolo politico del Cartaginese che avrebbe potuto dominare la Pianura Campana senza problemi grazie alla sua cavalleria: infatti da un lato Annibale non aveva mai ricevuto aiuti notevoli dalla città, anzi al contrario la sua difesa era stata motivo di ostacolo per imprese importanti, e dall’altro il condottiero si rese conto che, se anche fosse riuscito a far cadere Roma, Capua avrebbe potuto bloccare il tentativo di egemonia cartaginese sull’Italia. La punizione per Capua fu immediata e terribile: dopo aver catturato la guarnigione cartaginese, il Senato locale fu prima tenuto prigioniero in un edificio termale e poi condotto in catene a Cales e a Teanum, dove cinquantatré senatori furono giustiziati e i rimanenti furono tenuti prigionieri finché il Senato romano non avesse deciso la sorte della città; inoltre Capua perse il diritto di città, si deliberò che non avesse né funzionari municipali, né Senato, assemblee popolari o magistrature venendo sottoposta nuovamente al praefectus Capuam Cumas, divenendo pagus (villaggio); il suo territorio, diviso anch’esso in pagi sin dai tempi antichi, fu confiscato per essere venduto ai cittadini romani ma, poiché tale operazione fallì, gran parte dei terreni tornò ai vecchi proprietari; la comunità capuana fu sciolta e gran parte dei cittadini venne ridotta in schiavitù: il ripopolamento venne garantito da nuovi abitanti, schiavi liberati, mercanti e operai. La città rimase per oltre un secolo in tale condizione e la Campania visse per oltre un secolo in pace, fino allo scoppio della Guerra Sociale. Comunque anche se ormai politicamente non esisteva più, Capua continuò economicamente a fiorire: eccelleva la produzione metallurgica di oggetti in ferro e in bronzo e rinomata rimase la campana suppellex, recipienti e stoviglie esportati in tutto il mondo romano; molto viva era anche la produzione di profumi la cui vendita avveniva in un apposito mercato, la Seplasia. Il porto di Capua a partire dal 194 a.C. divenne Puteoli che costituì così l’altro polo dell’asse commerciale nella praefectura Capuam Cumas, soppiantando Neapolis. In queste condizioni a Capua assunse il predominio il ceto dei liberti, qui estremamente vivace, indice di una mobilità e di una dinamicità sociale eccezionale.

1.5. Gli ultimi secoli di vita per Capua

Tra 128 a.C. e 120 a.C. Gaio Gracco tentò di ridare a Capua il diritto di città e la libera proprietà fondiaria ma invano; tuttavia il collegamento con il porto di Puteoli e l’istituzione di una dogana per colpire i traffici di Neapolis, nonché l’apertura della via Popilia, che collegava Capua con Reggio, contribuirono alla ripresa della città. I traffici permisero un benessere economico sia ai superstiti delle vecchie classi dominanti sia a quelli che riuscirono ad inserirsi nei nuovi commerci che si stavano sviluppando nei territori soggetti a Roma e portarono alla nascita di una borghesia mercantile. Tutto ciò permise all’economia capuana di sopravvivere alla crisi che coinvolse la Campania alla fine della Repubblica. Solo con i democratici Mario e Cinna furono ripresi i piani di Gracco: nell’83 fu dedotta da Marco Bruto una colonia a Capua, che così riacquisto il diritto di città; in occasione della Guerra Sociale Capua divenne la base operativa dei Romani e, come nota Beloch, “il possesso della città, forte e ricca di risorse, contribuì sostanzialmente al buon esito della campagna”; anche in occasione della guerra civile tra Mario e Silla Capua fu scelta come base dai democratici: proprio qui dovettero riunirsi i due consoli quando Silla, comparso all’improvviso, prese una piazzaforte presso il Tempio di Diana sul Monte Tifata; in seguito alla vittoria che qui ottenne, decisiva per determinare le sorti della Guerra Civile, il futuro dittatore donò al tempio vasti terreni. Dopo la Battaglia di Porta Collina, il 1° novembre 82 a.C., anche Capua cadde nelle mani dei Sillani: la colonia dedotta l’anno prima fu eliminata e il territorio capuano tornò ager publicus. I democratici provarono di nuovo a ricostituire la colonia nel 64 a.C. ad opera del tribuno della plebe Rullo ma senza successo: solo durante il primo consolato di Giulio Cesare (58 a.C.) il progetto giunse a compimento e si ebbe la deduzione di più di ventimila coloni; a Capua giunsero nuovi coloni anche sotto Augusto e sotto Nerone quando la città ricevette il titolo di Colonia Iulia Felix Augusta: in questo modo Capua rientrava dopo 157 anni tra le prime città d’Italia pur non avendo più quell’importanza politica autonoma. Nel 69 d.C. in occasione della guerra civile tra Vespasiano e Vitellio la città si schierò dalla parte di quest’ultimo e proprio per tale ragione Vespasiano, dopo la vittoria, la punì attribuendo a Puteoli, che si era alleata con il vincitore, parte del territorio capuano. Sotto Domiziano la città ricevette il titolo di Colonia Flavia ricevendo nuovi coloni che tuttavia crearono squilibrio nella comunità e danni economici; nello stesso periodo fu creata lungo la costa la via Domitiana, che collegava Puteoli a Sinuessa, causando una prima battuta d’arresto per l’economia della zona perché così Capua era tagliata fuori dalla linea dei commerci. Negli anni successivi, con il potenziamento della via Appia ad opera di Traiano e la costruzione del nuovo Anfiteatro sotto Adriano, la città riacquista di nuovo una certa importanza, tanto che nell’Ordo Urbium Nobilium Ausonio (III sec.) la ricorda come l’ottava città dell’Impero; inoltre nel IV secolo Costantino, a spese del fisco imperiale, promuove la costruzione di una basilica, cosa che attesta qui l’esistenza di una comunità influente, ossia quella dei Symmaci il cui esponente più importante è senza dubbio quel Q. Aurelio Simmaco che si contrappose ad Ambrogio nella disputa sull’Altare della Vittoria. La vera decadenza di Capua cominciò con le invasioni barbariche del V secolo: nel 410 i Goti di Alarico assalirono la città, costringendo i Capuani a rifugiarsi nelle campagne e sui monti vicini; a seguire, nel 456, ci fu poi l’arrivo dei Vandali di Genserico che avrebbero raso interamente al suolo la città: in realtà, come dimostrano mons. F. Granata e il Vitale, Goti e Vandali devastarono e depredarono il territorio capuano ma non in modo irreparabile, tanto che Capua non sembra aver riportato gravi distruzioni; la città tuttavia sembra gradualmente perdere il suo carattere urbano nonostante il tentativo di riconquista bizantino nel 554: infatti all’arrivo dei Longobardi nel 571 essa risulta essere costituita da una serie di borghi riuniti intorno a delle chiese e all’Anfiteatro, trasformato in fortezza. A seguito dell’invasione longobarda i Capuani dovettero rifugiarsi sulle montagne mentre il vescovo e i sacerdoti furono costretti a scappare a Napoli, come attestato dall’intestazione di una lettera di papa Gregorio Magno, dove fu loro assegnata una chiesa che rimase a lungo sotto la giurisdizione capuana, anche dopo il rientro del clero in città. Comunque a fine VII secolo ormai Capua si era ripresa a tal punto che Paolo Diacono la collocava tra le prime tre città della Campania; nell’VIII secolo giunse in città anche Carlo Magno, chiamato da papa Adriano I per fronteggiare i Longobardi del principe di Benevento Arechi, il quale aveva nei suoi possessi anche Capua. Nell’841 i Saraceni devastarono quasi irrimediabilmente la città e quasi tutti gli abitanti si trasferirono a Sicopoli, città fondata dai Longobardi alle pendici del Tifata come nuova sede della Contea di Capua, anche se la cattedrale rimase a Capua; nell’856, in seguito a un nuovo attacco saraceno durante il quale la nuova città fu data alle fiamme, la popolazione si rifugiò a valle, sul sito dell’antica Casilinum, dove fu fondata Capua Nuova e dove fu costruita dal vescovo Landolfo la nuova cattedrale: da allora la vita a Capua Antica, divenuta frazione della nuova città, cominciò a rifiorire intorno agli edifici sacri creando tre diversi nuclei abitativi, il principale dei quali fu quello sorto intorno alla Basilica di Santa Maria Maggiore; solo nel 1806 il borgo divenne comune autonomo con il nome di Villa Santa Maria Maggiore, assumendo poi nel 1862 il nome attuale di Santa Maria Capua Vetere per rimarcare il legame storico con l’Altera Roma.

CAPITOLO II

TOPOGRAFIA STORICA DELL’ANTICA CAPUA

2.1: La forma e il perimetro della Capua romana

Capua sorge in una pianura completamente piatta, cosa che permise alla città di allargarsi liberamente e in ogni direzione sul territorio circostante e di realizzare la planimetria urbana secondo tutte le regole della gromatica romana: la città ebbe così pianta regolare e strade larghe e dritte, risultando una tra le più belle d’Italia; Cicerone paragonandola a Roma in un passo del De Lege Agraria afferma:

 “Prenderanno in giro e disprezzeranno Roma posta su monti e convalli, sostenuta e sospesa su case a più piani, priva di strade ottime, con sentieri strettissimi, al contrario della loro Capua che si distende su di una pianura e al contrario di quelle case”.

 Oggi purtroppo la città antica non è più visibile dal momento che il livello del terreno si è innalzato di alcuni metri ma frequentemente tornano alla luce vestigia antiche dal sottosuolo. Non conoscendo esattamente quale sia stato il perimetro di Capua Antica è necessario basarsi su due fonti diverse per determinare la pianta cittadina: da un lato l’osservazione diretta della successione delle città da S. Maria C. V. a Maddaloni sulla carta della Pianura Campana, dall’altro i ritrovamenti di necropoli. Per quanto riguarda il primo metodo di ricerca si può notare come tutta l’area indicata sia composta da quadrati di uguale grandezza, ognuno dei quali, nota Beloch, presenta gli assi principali rivolti esattamente da nord a sud e da ovest a est ed ha una misura pari a una centuria di 200 iugeri; per quanto riguarda invece la ricerca di necropoli, essa è importante perché le tombe in genere sono collocate al di fuori delle mura cittadine: nel caso di Capua, dove i ritrovamenti di materiale funerario sono relativamente recenti, si può affermare che le tombe lasciano vuoto uno spazio che abbraccia quasi interamente l’attuale S. Maria proseguendo ad est per diverse centinaia di metri. Tutte queste considerazioni portano gli studiosi ad affermare che Capua Antica fosse una città di forma pressoché quadrata e di considerevole grandezza. Per quanto riguarda il sistema viario questo doveva essere quasi perfettamente ortogonale e stabilito nelle sue linee generali già dal VII sec. a.C.; oggi sono visibili nel tessuto urbanistico sammaritano cinque degli antichi decumani (ovest-est) e tre cardi (nord-sud). Il decumanus maior, quello che possiamo ricostruire con più certezza, corrispondeva al tratto della Via Appia che tagliava nel mezzo la città e sulla quale sorgevano due porte urbane e alcuni monumenti sepolcrali; è curioso notare come la via Appia, che corre generalmente in linea retta da nord-ovest a sud-est, nel momento in cui entra nell’attuale S. Maria piega a sinistra verso est per un tratto di c.a. 1650 m per poi tornare di nuovo sul suo percorso originario una volta uscita dalla città: secondo Beloch ciò è spiegabile solo ipotizzando che il percorso dell’Appia qui segua il decumano massimo dell’Antica Capua. Per quanto riguarda le mura cittadine, alcune fondazioni di queste furono individuate nel 1832 dall’Alvino presso l’Anfiteatro mentre delle sette porte urbiche, ricordate dal Pratilli, ne sono individuabili con sicurezza solo due, appunto quelle attraverso le quali l’Appia entrava e usciva dalla città, chiamate rispettivamente Porta Romana e Porta Albana; conosciamo infine l’ubicazione della Porta Volturnensis, a nord, lungo la strada che portava al tempio di Diana Tifatina.

2.2: I luoghi pubblici di Capua Antica

Non sappiamo effettivamente da quanti cardines e decumani fosse composta Capua. In città esistevano inoltre due piazze, la Seplasia e l’Albana: la prima era il principale centro commerciale cittadino, famosa in tutto l’Impero per il commercio di profumi e unguenti; nella seconda invece si trovava la famosa Aedes Alba dove si riuniva il Senato locale: si trattava dunque del principale centro politico capuano. Capua era inoltre divisa, come anche Roma, in Regiones di cui però non conosciamo l’esatto numero né la precisa collocazione.

Purtroppo oggi ben pochi tra gli edifici pubblici dell’antica città sono alla luce del sole dal momento che molti sono ancora sepolti o sono andati distrutti. Senza dubbio il più grande tra i resti visibili è l’Anfiteatro, che sorge a nord-ovest, probabilmente a ridosso delle antiche mura urbiche. In realtà Capua conobbe due arene: la più antica risale all’età repubblicana (ne sono stati recentemente scavati alcuni resti), sostituita poi da un edificio più capiente in età imperiale, che sarà poi restaurato da Adriano; trasformato in fortezza in età longobarda e poi soggetto a continue spoliazioni per la costruzione di innumerevoli edifici, specie di Capua Nuova, rimangono oggi resti del primo dei quattro ordini e qualche sporadica arcata del secondo nonché i sotterranei della cavea, molto ben conservati. In prossimità dell’Anfiteatro sorgeva il Teatro, di cui oggi rimangono scarsissimi resti e poche testimonianze indirette, e il cosiddetto Arco di Adriano, un arco trionfale che sorgeva non lontano dalla Porta Romana, di cui rimangono il fornice meridionale e i pilastri di sostegno del fornice centrale; costruito in opus lateritium su zoccolo di travertino, era originariamente rivestito in marmo, rivestimento oggi quasi del tutto perduto; in assenza dell’iscrizione dedicatoria, anch’essa dispersa, non è possibile ricostruire a chi fosse stato consacrato l’arco. L’unico edificio pubblico interno alle mura ancora visibile è la Cryptoporticus, un cortile rettangolare chiuso su tre lati da un ambulacro a volta e con il quarto lato libero; l’edificio, illuminato in origine da numerose finestre, oggi in gran parte murate, con le pareti interne originariamente affrescate e quelle esterne ricoperte da nicchie per ospitare statue, secondo il Mazzocchi doveva essere il complesso termale capuano, risalente probabilmente al tempo dell’indipendenza di Capua durante la Guerra Annibalica. Nel ‘700 la Cryptoporticus fu trasformata in stalla per un reggimento di cavalleria e successivamente vi fu costruito sopra il Carcere di S. Francesco, attuale sede della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli. Tra gli edifici templari, di cui parleremo diffusamente più avanti, è conservato integralmente il Mitreo mentre si hanno purtroppo solo resti del cosiddetto Santuario del Fondo Patturelli, del Tempio di Diana Tifatina (oggi inglobato nella Basilica Benedettina di S. Angelo in Formis) e pochissimi ruderi del Tempio di Giove Tifatino; incertezza sussiste invece sulla collocazione del Tempio dei Dioscuri, segnalato da Pratilli, che sarebbe sorto nell’area nord-occidentale della città, a sud dell’arco trionfale, dove sono state trovate nel 1859 due piccole piramidi in tufo con delle iscrizioni. Poco al di fuori dell’odierna Santa Maria inoltre, seguendo l’Appia, si trovano due edifici funerari, le cosiddette Carceri Vecchie e la Conocchia, entrambi in buono stato di conservazione.

Fine seconda parte…alla prossima