“IL GIOCO DI GERALD”: “CINQUANTA SFUMATURE” CON UN TOCCO DI HORROR

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Prodotto da Netflix, diretto da Mike Flanagan e tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, “Il gioco di Gerald” racconta la storia di un innocente gioco erotico finito in tragedia. Molto tempo prima che Anastasia Steele e Christian Grey invadessero le librerie e le sale cinematografiche con la saga di “Cinquanta sfumature”, ci aveva pensato Stephen King nel 1992 a trasformare un momento erotico in qualcosa di totalmente diverso. Il senso del romanzo -lo stesso che il regista prova a trasportare sullo schermo- è una forte introspezione psicologica. Ci sono pochi personaggi, ognuno dei quali presenta caratteristiche da approfondire. Quello che potrebbe sembrare banalmente un atto sessuale si trasforma in un’occasione per affrontare temi come le violenze fisiche e psicologiche, il femminismo, la paura di affrontare i propri drammi interiori.

È possibile, dunque, definire “Il gioco di Gerald” non come il classico horror mediocre e già visto: per quanto la situazione sia estrema, paradossalmente agli occhi dello spettatore può sembrare plausibile. Quello che invece era preferibile evitare è l’eccessiva presenza di scene splatter difficilmente tollerabili. Il personaggio di Jessie, protagonista della pellicola, è una donna -per certi aspetti- comune: si affida completamente al proprio uomo non valutando le potenziali conseguenze delle proprie scelte, accontenta il proprio compagno pur di cercare di scuotere la propria vita di coppia, dà al suo Gerald il totale controllo sulla sua mente e sul suo corpo. Dietro questo atteggiamento c’è un motivo, ci sono dei traumi passati che Jessie non è mai riuscita ad affrontare, e che la portano ad avere paura di imporsi nella vita e nel proprio rapporto sentimentale. Quelle violenze che ha sopportato, per quanto abbia cercato di minimizzarle o rimuoverle, continuano a terrorizzarla.

“Il gioco di Gerald” è l’esempio di un film a basso budget (è quasi interamente girato in una stanza da letto) con delle buone intuizioni e con un messaggio importante che lo spettatore può cogliere. Per quanto estremizzata, la metafora di Stephen King è efficace: una donna non deve mai consentire al proprio uomo o a qualunque altra figura di renderla sottomessa, se non addirittura prigioniera. Jessie è l’emblema di tante donne che prima di arrivare ad una situazione limite avrebbero dovuto avere il coraggio di affrontare le proprie sofferenze. Ovviamente, nella pellicola non c’è nessun giudizio morale: Jessie, come altre donne, non va colpevolizzata per non avere avuto la forza di denunciare le violenze subite, i motivi che spingono a restare in silenzio non si possono conoscere a fondo e giudicare sarebbe un’ulteriore forma di violenza implicita. Quello che si può cogliere è la voglia di non soccombere: Jessie si rialza, si libera, affronta a testa alta i mostri che le incutono terrore, cresce e rinasce.

Mariantonietta Losanno