OSCAR 2021, “MINARI”: QUANDO UN SOGNO DIVENTA UN’OSSESSIONE

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di Mariantonietta Losanno 

Anni ‘80: pieno periodo reaganiano. Jacob e la sua famiglia, immigrati sudcoreani stanchi di sopravvivere grazie a lavori come il sessaggio dei polli, si trasferiscono dalla California all’Arkansas per inseguire il sogno di Jacob: avviare una coltivazione in proprio e rivendere i prodotti nelle grandi città. Questa aspirazione viene vista con scetticismo dalla moglie Monica, preoccupata per i sacrifici, gli sforzi economici e l’isolamento che dovrà affrontare la famiglia. Nemmeno i figli (Anne e David) sembrano entusiasti; l’arrivo della madre di Monica, Soonja, poi, attenua la solitudine ma rompe anche i fragili equilibri della famiglia, sconvolgendo la loro quotidianità. La donna, infatti, non soddisfa le aspettative – soprattutto quelle di David – riguardo a come dovrebbe essere una nonna: non cucina biscotti, dice le parolacce e si dimostra spesso “sopra le righe”. 

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Quella di “Minari” è una storia di emancipazione. Negli anni ‘80, ogni anno 30 mila coreani emigravano negli Stati Uniti per colpa delle difficoltà di vita e di realizzazione personale in Corea. Un po’ come il premio Oscar “Parasite”, la pellicola autobiografica del regista coreano Lee Isaac Chung, descrive gli sforzi di una famiglia coreana, accantonando però la satira sociale che era stata la scelta vincente di Bong Joon-ho. “Minari”, vincitore del Golden Globe come miglior film straniero, rappresenta una sorta di analisi sociologica di un cambiamento generazionale. Un film “piccolo” – di una semplicità solo apparente – e dalla fortissima potenza significativa. Il valore della pellicola sta nell’atmosfera che il regista sceglie di creare. Il film, profondamente umano e delicato, si incastra alla perfezione con i tempi attuali, nonostante sia ambientato negli anni Ottanta. Il regista trasmette le sensazioni e le tappe che hanno attraversato la sua infanzia, facendo emergere le difficoltà d’integrazione e il desiderio di riscatto. Mettere radici in una terra così diversa dalla propria patria rappresenta una “sfida” molto complessa: Monica e Jacob vorrebbero integrarsi pur mantenendo saldi i propri principi e le loro tradizioni. È realizzabile un progetto simile?L’idea di avviare una coltivazione nasce proprio dall’intento di accontentare tanti altri immigrati a sentirsi “a casa”, nonostante siano stati costretti a lasciare il loro luogo di nascita. E questa terra natia sarà (probabilmente) ricordata solo attraverso la memoria e le usanze familiari, perché la speranza che vi si possa fare ritorno non appare molto concreta. Jacob, allora, vuole restituire qualcosa a quei 30 mila coreani che ogni anno arrivano negli Stati Uniti sapendo di doversi immergere a capofitto nelle contraddizioni di un’America difficile e per certi versi impenetrabile. 

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Il pericolo che il sogno possa diventare un’ossessione c’è. E a quel punto, è compito della famiglia aiutarsi. Monica, nonostante si fosse sempre mostrata restia ad appoggiare gli intenti di Jacob, non lo abbandona quando la situazione si fa critica. L’ingresso della nonna, poi, si dimostra essere provvidenziale: David impara ad affrontare le sue paure e il rapporto tra i due coniugi si rafforza. Soonja (interpretata da Youn Yuh-jung, miglior attrice non protagonista agli Oscar) rappresenta quell’elemento che “stona” ma che è anche capace di diffondere la pace. È grazie a lei che la famiglia si ritrova per un nuovo inizio. Minari non è altro che il prezzemolo giapponese, una pianta magnifica per la sua resilienza e la sua utilità, capace di crescere forte e velocemente se seminata nel punto giusto. Forse il senso del film è questo: insegnare come acquisire la forza necessaria ad una maturazione. Proprio come il “prezzemolo giapponese”, la pellicola di Lee Isaac Chung – che ha ricevuto sei candidature agli Oscar – riesce a trovare il punto giusto dove stabilirsi, ottenendo consensi da parte del pubblico e della critica. Forse potrebbe sembrare un prodotto non particolarmente originale e innovativo, ma “Minari” trova la sua forza in una sincerità mai banale che permette a chiunque di coglierla. Non ha bisogno di “alzare la voce”, imporsi con forza, sconvolgere o turbare il pubblico: sono sufficienti le emozioni. 

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