“QUI RIDO IO”: IL TRIONFO DEL CINEMA “TOTALE” DI MARTONE

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di Mariantonietta Losanno 

“Qui rido io” è il film di cui avevamo bisogno. Non che faccia ridere: la pellicola racconta la vita dell’iconica figura dell’autore e commediografo Eduardo Scarpetta. E non fa ridere per una serie di motivazioni (valide e ragionate); innanzitutto, perché la comicità di inizio Novecento oggi diverte solo una nicchia ristretta di appassionati della commedia; perché dietro il successo e il lusso si legge facilmente qualcosa di tragico; perché gli applausi e l’entusiasmo del pubblico possono svanire in un attimo. O, meglio, più che puntare sulla comicità, Martone celebra la vita – e il teatro – attraverso un’opera di grande responsabilità. Il regista è sempre alla ricerca di una dialettica corale anche dal punto di vista narrativo; allo stesso tempo, però, cerca di raccontare la storia attraverso i personaggi singoli e le idee rappresentate da ognuno di loro. Ed è proprio nei rapporti tra il singolo e il coro che Martone si pone delle domande: il suo è un cinema che osa e che analizza “quello che non sa”. Dal suo esordio alla regia – nel 1980 – con “Morte di un matematico napoletano”, passando per opere come “Noi credevamo”, “Capri-Revolution” e “Il sindaco del rione Sanità”, si arriva a “Qui sono io”: un film sulla famiglia e sul Potere, sulla cultura italiana, su Napoli, sui De Filippo e sul teatro che incontra la vita. 

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Concepito come un romanzo autobiografico o come un’opera teatrale divisa in atti, “Qui rido io” affronta un periodo cruciale della storia italiana: gli anni detti della “belle époque”, quelli della borghesia trionfante che si chiusero, poi, con la prima guerra mondiale. Sono gli anni del grande giornalismo di Matilde Serao, del trionfo della canzone dialettale, di Ernesto Murolo e Salvatore Di Giacomo. Ed è proprio in questi anni che il successo di Scarpetta raggiunge l’apice: il suo prestigio era assoluto come la sua libertà, che usava per comportarsi come Zeus in un Olimpo fatto di mogli, amanti, figli, figliastri, attori e attrici.

%name “QUI RIDO IO”: IL TRIONFO DEL CINEMA “TOTALE” DI MARTONELo Scarpetta di Martone, interpretato da un Toni Servillo semplicemente meraviglioso, domina la scena recitando sul palco come nella vita privata. Persino il tribunale dove si svolge il processo per plagio intentatogli da Gabriele D’Annunzio (che sarà poi la causa del suo declino) diventa un palcoscenico e il suo discorso si trasforma in un’arringa teatrale. Di quanta vita è fatto il teatro e quanto teatro c’è nella vita? Martone ci restituisce un mondo di drammi e commedie, di gelosie e peccati, di dolori e gioie e lo fa immergendoci nella Napoli di un tempo con i suoi volti noti, le sue musiche e le sue atmosfere. Un mondo affascinante dove persino le regole morali finiscono per dissolversi di fronte alla passione del teatro: un mondo in cui c’è un figlio dietro le quinte che aspetta sempre di debuttare, in cui si “osa” parodiare la serissima “La figlia di Iorio” di D’Annunzio. Scarpetta non era soltanto un divo circondato da un ossequio che diventava a volte fanatismo per le strade di Napoli, ma anche un signorone che si poteva permettere qualsiasi cosa. Aveva fatto persino scrivere sulla facciata della sua villa al Vomero “Qui rido io!”: un’epigrafe che rivela un carattere prepotente e narcisista, avido dei piaceri della vita. Lì, infatti, spogliatosi dei buffi abiti di Sciosciammocca, rideva davvero di una vita che gli era benigna, del favore del pubblico che lo idolatrava e dell’obbedienza di un clan artistico-familiare che, forse, lo temeva anche un po’. 

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L’ultimo re di Napoli non si chiamava Borbone, ma Eduardo Scarpetta. E non perché fosse un eroe, ma perché era riuscito a costruire un sistema nel quale lui si era imposto come il re e, quindi, non era soggetto a regole morali o a giudizi. Un uomo dalla morale “elastica”, un capocomico-patriarca, un padre egoista ma capace comunque di crescere i suoi figli, illegittimi o meno, e un marito leale, anche se non fedele. Martone – come Scarpetta – non accetta compromessi e osa con un’opera ambiziosa, tragica e necessaria. Viene da domandarsi se l’arte sia necessariamente sinonimo di celebrità e fin dove si è disposti ad arrivare per la propria vanità: cosa resta una volta tolta la maschera?

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