L’ULTIMA BANDIERA

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–  di Vincenzo D’Anna*    –            

Risolvere i propri problemi è egoismo, risolvere quelli degli altri è politica. Credo che questo insegnamento, che viene da don Lorenzo Milani, pedagogo e sacerdote a Barbiana (piccolo centro nell’entroterra toscano), possa essere usato per comporre l’epitaffio dedicato ad un uomo illustre, politico onesto, persona colta, disponibile e gentile, che ci ha appena lasciati: Antonio Tommaso Ventre, per gli intimi e gli amici “Tamy”. Allievo di Giovanni Leone, nei tempi del massimo fulgore professionale di quest’ultimo (quando divenne Presidente della Repubblica), oltre che coniugato con donna Vittoria, casertana purosangue, Ventre fu per lungo tempo al servizio della collettività di Terra di Lavoro. Brillante avvocato, vide ben presto soccombere l’amore per la professione legale innanzi al radicato convincimento politico, allo slancio verso il sociale e quindi verso la passione politica che orientò le scelte di un uomo dalla vasta cultura classica e dalle molteplici capacità. Erano quelli i tempi in cui la politica aveva proseliti convinti e l’idealità era la bussola di riferimento per le menti più preparate e gli animi più sensibili innanzi ai bisogni della gente, alla necessità di risollevare le sorti di una nazione uscita in macerie dall’ultima guerra. L’azione cattolica era una vera fucina d’ingegni vocati al sociale ed al politico, corollari l’uno dell’altra, complemento di un’azione che si ispirava alla fede personale ed alla tradizione della dottrina sociale della Chiesa. Idee che avevano trovato degna accoglienza prima nell’azione del partito popolare di don Luigi Sturzo poi nella democrazia cristiana guidata da Alcide De Gasperi. La lotta politica con la sinistra social comunista era acerrima e quotidiana, la militanza sul versante liberal popolare era condizione indispensabile perché “i liberi ed i forti nelle proprie idee” potessero adeguatamente fare da contraltare ad atei e marxisti ed all’idea di una società deprivata di libertà e di iniziativa. Fu così che tanti uomini come Ventre, furono spinti ad entrare in politica. Lo stesso avvenne per “Tamy”, giovane di più che agiata famiglia, dopo gli studi liceali classici a Santa Maria Capua Vetere e la scelta universitaria in Giurisprudenza. Ben presto, seppur lontano dai clamori delle grandi città e delle amicizie che contano per fare carriera, il giovane avvocato si incamminò, con le proprie forze, verso il successo. Consigliere ed assessore provinciale nei tempi in cui il parlamentino casertano vedeva presenti figure di alto livello in tutti i gruppi consiliari, fu poi funzionario apicale in alcuni ospedali partenopei fino all’approdo, come direttore amministrativo, nel nosocomio di Caserta del quale fu mentore e sostenitore oltre i suoi compiti d’istituto. Si deve proprio a lui, alle conoscenze maturate in campo medico a Napoli, se il plesso sanitario del capoluogo di Terra di Lavoro potette vantare, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, eccellenti primari fino a divenire un ospedale moderno e completo per ogni specialità. Da lì alla candidatura alla Camera dei Deputati il
Passo fu consequenziale , nel collegio Napoli Caserta, auspice anche la sincera amicizia politica che ebbe con un altro big benemerito della politica casertana, Giuseppe Santonastaso. Entrambi, con lealtà e mutuo sostegno, divennero un vero e proprio punto di riferimento per tanti amministratori locali e di giovani militanti. Una classe politica la loro, quella democristiana, che nell’ultimo scorcio del secolo scorso, sbaragliò ogni concorrenza facendo dello scudo crociato casertano il partito più votato d’Italia della “Balena Bianca”. Deputato, poi senatore, poi di nuovo deputato, Ventre fu sempre impeccabile negli interventi in Aula, infaticabile nell’opera di servizio alla comunità. Lo incontrai giovanissimo, intervenendo per caso, al congresso provinciale dei giovani democristiani: erano gli anni delle lotte universitarie e professarsi “democristiano” non era affare semplice e privo di problemi negli atenei. Raccontai delle vicissitudini e della necessità di non mollare innanzi alle minacce ed alle provocazioni degli extra parlamentari. Dopo il mio intervento scorsi da lontano due persone che chiesero di parlare con me per congratularsi. Uno con i capelli bianchi, oltremodo canuti per l’età che aveva, Geppino Santonastaso, doveva poi diventare il mio mentore e maestro; l’altro Antonio Ventre, appunto, distinto signore dai capelli rossicci ed il sorriso affabile e sincero, doveva diventare il mio modello comportamentale. Fu così che entrai nel mondo di quella politica provinciale facendo la trafila come delegato dei gruppi giovanili della Dc. Ho vissuto gli anni in cui la politica era palestra di vita e di esperienze, di valori di riferimento certi e amati. Ho imparato tanto da uomini d’ingegno e di cuore come Ventre e Santonastaso. Ho imparato che chi non crede in nulla vale meno del nulla, che i maestri hanno il dono dell’umiltà, che senza servire l’idealità ed aiutare gli altri la vita è poca cosa. E questi maestri io celebro e ricordo, come parte di quello che sono e di cui non ho mai dovuto lamentarmi ne’ vergognarmi. Se la collettività casertana avrà memoria e riconoscenza per queste ed altri valide figure politiche che servirono le genti della provincia , dovrà pur celebrarle e ricordarle. Oggi pero’ è il tempo del dolore e dello scoramento, perché abbiamo ammainato l’ultima bandiera. Uno scudo crociato, bianco nel politico, rosso nel sociale, con una grande scritta in mezzo: libertà.

*già parlamentare

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