“THE MENU”: “DIMMI QUELLO CHE MANGI E TI DIRÒ CHI SEI”, IN UNA VERSIONE DARK-COMEDY

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di Mariantonietta Losanno

Dark comedy, film di “ristorazione” o semplicemente intrattenimento: al di là dell’aderenza più o meno marcata ad un genere, “The Menu” – presentato al Festival di Toronto e in anteprima italiana alla Festa del cinema di Roma – ha qualcosa da dire e, soprattutto, un bersaglio ben chiaro. Non è solo il mondo della cucina gourmet ad essere “deriso”, ma, più in generale, quello (che si finge) colto, benestante; che frequenta solo un certo di ambienti e di persone, che è interessato a dimostrare di far parte solo di quell’universo. Persone ipercritiche, perché criticare è una prerogativa di quell’“élite”; che – quasi sempre – si lasciano persuadere dall’autorevolezza di “figure importanti” e si lasciano convincere a seguire un “movimento”, arrivando persino a cenare su un’isola deserta. 

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Tyler è un appassionato/ossessionato di cucina, che, accompagnato da Margot realizza il suo sogno: partecipare ad una cena dello chef Slowik, che gestisce un ristorante esclusivo su un’isola del Pacifico. Insieme a loro, un piccolo gruppo di altri fortunati clienti: persone “conosciute”, che chiedono anche di avere “sottobanco” del cibo appellandosi al loro nome importante. L’esperienza, naturalmente, come si può intuire dai primi momenti (ad esempio dallo sguardo di Margot che vede la barca che li ha condotti sull’isola allontanarsi e le porte della sale dove ceneranno chiudersi), sarà decisamente diversa: una sorta di sfida, non solo culinaria. Per vincere, ci vuole intelligenza, istinto, coraggio. Bisogna sovvertire le regole imposte, facendo sentire la propria voce fuori dal coro; smetterla di esasperare il fanatismo, di apprezzare “un piatto di pane senza pane” solo perché c’è della poesia ad immaginare di mangiarlo (?) e opporsi a quel tipo (incomprensibile) di arte. In una società che non ammette errori, che si esprime su tutto senza apporre filtri e che denigra, Mark Mylod vuole concentrarsi in parte sulle pressioni che certi ambienti impongono, che non tollerano che si possa proporre una cucina “non gourmet”, e sul metro di giudizio che ne consegue. Si tratta di un intrattenimento studiato appositamente per lasciare che emergano (spontaneamente) i tratti caratterizzanti non della società, ma di “un tipo di società”; quella che preferisce adagiarsi sul privilegio, che viene dipinta anche come quella che più facilmente viene raggirata.

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Margot – l’elemento che stride, l’estranea – non ha nulla da dimostrare; non sente la necessità di farsi vedere preparata, né quella di idolatrare strani accostamenti di sapori accompagnati da smanie di superpotere o megalomania. Preferisce la semplicità: un cheeseburger da nove dollari. È quello che può permettersi ed è quello che le piace. In una sfida del genere, conta essere un outsider e smetterla di compiacere. La pellicola ricorda la componente “horror sarcastica” di Jordan Peele in “Us”, in cui sono i cloni gli unici a conservare la preoccupazione per la giustizia, mentre i borghesi vivono nel loro egoismo; per l’ambientazione, invece, rimanda al centro benessere del tutto isolato e immerso nelle montagne de “La cura dal benessere” di Verbinski, o la spiaggia da cui M. Night Shyamalan si “diverte” ad osservare il suo cinema in “Old”. E, ancora, ci si può ricollegare al direttore narciso del museo di arte contemporanea in “The Square” di Östuld. Più di tutto, però, “The Menu” somiglia ad una pièce teatrale, sulla falsariga del “Carnage” di Roman Polanski.

Intrattenimento più o meno condivisibile, ma sicuramente studiato. Un’occasione per analizzare le criticità della società in una sala da pranzo (quale ambiente migliore?) e per mettere in scena le vendette e le violenze impunite. Bisogna solo decidere se si ride o ci si spaventa di più. Scelta ardua: vale la pena ascoltare se stessi o affidarsi a personalità autorevoli? 

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